Monti, Grillo, Ingroia. La politica e il feticismo della “società civile”

Il modo migliore per demistificare un concetto consiste nel definirlo, nel dargli un contenuto preciso, sottraendolo alla confusione e all’indefinitezza che lo trasformano, da strumento di analisi e comprensione della realtà, in feticcio. Che cos’è quindi la “società civile” della quale tanto si parla, e nella quale molti sono tentati di vedere la panacea alla “degenerazione” delle democrazie liberali?

Marx ha sviluppato una distinzione particolarmente utile a questo scopo: quella fra il borghese (bourgeois) e il cittadino (citoyen); vale a dire, la distinzione fra l’individuo in quanto portatore di precisi interessi economici e materiali, legati al suo posto nella società e al suo ruolo nella produzione, e l’individuo in quanto portatore di diritti riconosciuti da un’autorità statale – incluso il diritto di partecipare alla vita politica della sua comunità.

Nel momento in cui le “cinghie di trasmissione” fra società e potere politico si inceppano, nel momento in cui i partiti tradizionali entrano in crisi d’identità e di consenso, nel momento in cui l’assetto istituzionale dello stato si dimostra inadeguato nel rispondere agli sviluppi concreti della vita sociale, ad emergere in modo sempre meno controllabile e “mediato” è la vitalità degli interessi materiali e dei rapporti sociali concreti che li regolano. Una vitalità che ha, da sempre, una natura conflittuale.

Laddove il pensiero borghese ha imposto la propria egemonia, conquistando alla propria ideologia fasce consistenti degli stessi ceti popolari, questa conflittualità tende però ad essere negata, e viene spostata dall’interno all’esterno: il conflitto fra gli interessi materiali divergenti che innervano la “società civile” viene rimpiazzato, a livello ideologico, dal conflitto fra la società civile vista come una totalità indistinta e i vecchi apparati di potere. È precisamente a questo punto che l’idea stessa di società civile, da semplice categoria d’analisi, diventa mito, feticcio.

L’idea che si afferma come dominante è che soltanto la società civile, unita in nome di qualche superiore ideale “democratico” (ad esempio la legalità costituzionale), possa rigenerare la vita politica di un paese. Liquidato il vecchio citoyen, spetta quindi al bourgeois, forte magari della sua esperienza professionale o del suo spessore civile e sociale, il compito di crearne uno nuovo, di dar vita, con esso, ad una nuova cittadinanza attiva che, insediandosi nel cuore delle istituzioni, le riporti alla loro presunta funzione originaria, “di servizio” rispetto alla giustizia e all’armonia sociale.

A questo ideale si è attinto – e si attinge tuttora – pressoché da ogni lato dello spettro politico. Da sinistra, dal centro e da destra. Un nucleo fondamentale di rivendicazioni, non a caso, è comune a tutte queste appropriazioni: abolizione degli sprechi, snellimento della burocrazia, lotta al malcostume e ai privilegi, lotta alla malavita organizzata, sostegno all’iniziativa privata e all’innovazione. Altri elementi, invece, variano a seconda dei casi. Ci può essere una maggiore o minore attenzione alle tematiche ambientali, ad esempio. O una maggiore o minore enfasi sulla tutela dei servizi pubblici, dei beni comuni e dei diritti sociali. In alcuni casi l’appello a questi “valori” (perché così sono presentati di solito) appare come puramente strumentale; in altri casi, l’adesione sembra essere più sincera. Ma la sostanza rimane la stessa, come cercherò di mostrare.

Nella misura in cui l’appello all’unità e alla compattazione si incentra appunto su “valori” e “ideali”, possiamo dire che il collante che tiene insieme la società civile è visto, dai suoi stessi propagandisti, come un collante di carattere ideale e culturale. Coinvolge, cioè, degli aspetti soggettivi, che vengono anzi spesso contrapposti agli aspetti oggettivi, legati agli specifici interessi materiali delle parti sociali, come si contrappone il bene al male. Ad essere negata, in fin dei conti, è l’idea che gli interessi materiali delle diverse classi sociali siano, alla base, inconciliabili; e talvolta il ragionamento si spinge al punto di negare l’esistenza stessa di qualcosa come le “classi sociali”.

> Due idee di cambiamento

revolutionIl socialismo marxista vede nello scontro di classe – che nasce dal conflitto fra interessi materiali divergenti e dalle contraddizioni di un sistema sociale e conomico – il terreno dal quale può nascere l’unico soggetto sociale capace di traghettare l’umanità ad una nuova fase del suo sviluppo, oltre i limiti e le contraddizioni del sistema capitalistico. Questo soggetto è, come noto, la classe lavoratrice. Nella misura in cui la classe lavoratrice, come tutte le classi sociali, è definita dal suo ruolo nella produzione – e quindi da un fattore di carattere oggettivo, concreto, materiale – il socialismo marxista adotta un punto di vista materialista. Nella misura in cui assume che sia lo scontro di classe a produrre le condizioni per il superamento di ogni fase storica e di ogni assetto sociale e produttivo transitorio, questo punto di vista è anche detto dialettico: i conflitti che si generano sul terreno della produzione e della distribuzione della ricchezza, in altri termini, sono il motore di una storia che si sviluppa attraversando crisi, conflitti, fasi rivoluzionarie.

Le concezioni che, con diverse sfumature, individuano nella “società civile” il proprio soggetto sociale di riferimento partono dalla posizione opposta. Se a compattare le forze sociali che spingono verso il cambiamento non sono più precisi interessi materiali, ma fattori culturali e ideali, ad una concezione materialista se ne sostituisce una idealista. Se, inoltre, il cambiamento è il frutto non di contraddizioni reali che si producono in seno alla sfera economica e sociale – e che hanno natura conflittuale – ma di un atto volontaristico che unisce in una totalità indistinta tutto ciò che si contrappone genericamente al “malgoverno” e alle “degenerazioni” del sistema, si può dire che anche il carattere dialettico della trasformazione sociale viene meno. La storia viene ridotta così alla successione sequenziale di “fasi” discontinue, identificate però non dall’assetto economico e sociale sottostante, ma dalle forme politiche che le caratterizzano (monarchia, democrazia, dittatura ecc.), dagli individui che incarnano queste fasi (Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, Silvio Berlusconi, Mario Monti ecc.), dalle sovrastrutture giuridiche (la Costituzione!) e da altri fattori di carattere culturale o ideale (religioni, progressi scientifici e tecnologici ecc.).

È interessante vedere come, dal tentativo di “riempire di contenuto” l’uso politico del concetto di società civile, si arrivi alla necessità di presupporre le categorie e la mentalità tipiche della storia borghese. La “società civile”, intesa come categoria politico-sociale spendibile nel confronto politico, è quindi a tutti gli effetti una categoria del pensiero borghese, ossia dell’ideologia delle classi dominanti.

Per rendersene conto, in fondo, basta guardare all’attualità. La Rivoluzione Civile degli “arancioni” di Antonio Ingroia, la Terza Repubblica dei civici centristi raccolti intorno a Mario Monti e la Democrazia 2.0 del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, sono i nomi che queste tre forze politiche rivolte alla “società civile” danno alla fase storica che ci attende nell’immediato futuro. Se queste categorie non rischiassero di generare fraintendimenti, potremmo tranquillamente individuare in esse rispettivamente la variante di sinistra, di centro e di destra della stessa idea di fondo.

L’idea di fondo è la stessa perché uguale è la (presunta) forza sociale alla quale questi tre soggetti politici fanno appello per guidare la transizione alla prossima fase – vale a dire, la società civile. Si tratta però, appunto, di una forza sociale presunta. Ed è su questo aspetto che si gioca una critica marxista della retorica cui fanno ricorso tutte e tre queste forze. In che senso, allora, possiamo dire che la società civile, da un punto di vista sociale, non esiste, è una finzione ideologica?

La risposta sta, in parte, nell’analisi fin qui sviluppata. La società civile non esiste nella misura in cui il presunto collante che la tiene insieme è, appunto, un collante ideale e culturale. Nella misura in cui, cioè, l’esistenza della società civile come blocco sociale è puramente soggettiva e priva di riscontro oggettivo nella realtà sociale ed economica. Una realtà sociale ed economica che, a dispetto di tutti i tentativi di negazione e rimozione, è non solo divisa in classi sociali, ma anche segnata da un profondo conflitto fra le classi; conflitto che emerge in modo sempre più visibile sotto la pressione della crisi economica globale, e che, in forme più o meno indirette, incide anche sulle reali possibilità di riuscita dei tre progetti “civici” di Ingroia, Monti, Grillo.

Per apprezzare fino in fondo il peso di questa influenza della realtà sociale ed economica sulla sua rappresentazione politica e ideologica, bisogna guardare alla composizione sociale e di classe delle tre diverse “società civili” che nei fatti sostengono i tre progetti. L’individuazione dei soggetti sociali che stanno alla base di queste tre forze civiche può forse aiutarci a rilevare in modo più immediato e concreto il carattere puramente feticistico e mistificatorio dei continui appelli alla “società civile”.

> Scelta Civica

La “società civile” come travestimento dell’alta borghesia

MontiCominciamo con il caso relativamente più semplice: la lista montiana. Si tratta, in modo abbastanza evidente, di un tentativo di ricompattare le classi dominanti intorno ad un asse politico di riferimento, ben piantato sulla difesa degli interessi materiali di queste stesse classi dominanti.

Da sempre, e in qualsiasi paese capitalistico, le classi dominanti hanno i loro partiti, che, con qualche sfumatura, ne rappresentano le diverse anime. In un sistema politico, economico e sociale come quello italiano, per ragioni storiche sulle quali sarebbe impossibile soffermarsi qui, uno di questi partiti è sempre finito, nelle diverse fasi, per svettare sugli altri. Durante la Prima Repubblica (dal secondo dopoguerra a Tangentopoli), questo partito è stato la Democrazia Cristiana. Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, l’oscillazione si è giocata fra il centrosinistra “ulivista” (ossia fortemente influenzato dalle componenti cattoliche e liberali) e l’asse fra centrodestra (Forza Italia, poi Popolo delle Libertà) e Lega Nord – un asse che ha riflettuto, nelle fasi in cui è stato al potere, l’alleanza di classe fra la grande borghesia confindustriale e la piccola-media borghesia concentrata nei distretti industriali e nella provincia dell’Italia Settentrionale.

Il commissariamento dell’economia e della politica italiana da parte dell’Europa, assieme agli scandali che hanno travolto per la seconda volta in vent’anni un ceto politico completamente screditato, ha scompaginato il quadro. Il Partito Democratico, erede piuttosto “imbastardito” dello storico partito della classe operaia italiana, si è candidato, in una prima fase, a coprire il vuoto lasciato al centro dalla crisi dell’asse PDL-Lega, appoggiando il governo tecnico in ogni sua decisione e sposando un programma di totale continuità con il “rigore” montiano e le politiche di privatizzazione. Una mossa che, evidentemente, non ha convinto fino in fondo gli esponenti della borghesia italiana, che, alla ricerca di un garante più affidabile dei loro interessi, si sono rivolti proprio a Mario Monti.

L’appeal del professore bocconiano su un ampio strato dell’alta borghesia italiana, e su strati non indifferenti della piccola e media borghesia è facilmente spiegabile. Attaccando a mani basse diritti e condizioni di vita dei lavoratori (pensioni, articolo 18) e annunciando privatizzazioni nei servizi pubblici (scuola e sanità), il “tecnico” Monti ha incarnato, agli occhi delle classi dominanti, l’Angelo Sterminatore capace di fare piazza pulita di tutti i “lacci e lacciuoli” (per usare un’espressione corrente) che, fino ad ora, avevano imposto qualche residuo limite alla libera e selvaggia accumulazione capitalistica. Insomma: l’uomo giusto per garantire al capitalismo italiano i margini adeguati per restare a galla in una fase di crisi e di erosione dei profitti.

La “società civile” alla quale Monti si rivolge conferendole connotati nazionali e universalistici, è in realtà una parte ben precisa della società: membri dell’alta e media borghesia chiamati al compito di “innovare” il paese a livello istituzionale, politico ed economico, trasformandolo nel libero campo di gioco del grande capitale nazionale e internazionale. A questa prospettiva, ovviamente, vengono conquistati tutti quegli strati della piccola borghesia che, a dispetto della crisi, ancora identificano il proprio interesse con quello dei grandi possessori di capitale.

> Movimento 5 Stelle

La “società civile” come giovane piccola borghesia in crisi

GrilloMolto si è detto e molto si è scritto sul “fenomeno” politico rappresentato dal M5S. In questi mesi si è parlato soprattutto dei suoi successi elettorali e si sono fatte le pulci alla democrazia interna e al ruolo dei due “leader impliciti” Grillo e Casaleggio. Lo si è anche analizzato come fenomeno culturale, oltre che politico, esaminando l’utilizzo della rete e la sua mitologizzazione (feticismo digitale) da parte dei grillini. Meno, invece, ci si è soffermati sulla sua natura di classe. Come si colloca socialmente l’elettorato del M5S? E cosa lo spinge a votare e sostenere il movimento di Grillo?

Come movimento di protesta, inizialmente, il M5S ha raccolto consensi e partecipazione un po’ dappertutto, ma soprattutto fra i delusi della sinistra. C’è stato poi, con ogni probabilità, un afflusso di delusi della destra, soprattutto della Lega Nord, che ha sostenuto la crescita del MoVimento in particolare nel Nordest. Difficilmente tutti gli elettori del M5S condividono fino in fondo la linea politica (peraltro ondivaga e nell’insieme indefinita) di Grillo e Casaleggio. Si tratta quindi di un bacino elettorale complesso ed eterogeneo. Ma non mancano alcuni punti fermi.

Anzitutto, pare che una fetta consistente dei grillini si collochi nella fascia d’età fra i 30 e i 40 anni. Appartiene, cioè, a quella che Mario Monti ha definito la “generazione perduta”: una generazione cresciuta sulle macerie del Muro di Berlino (e quindi tendenzialmente ostile alle “vecchie” ideologie), sballottata brutalmente fra sogni di gloria (cosmopolitismo, autorealizzazione legata alle nuove professioni nei settori dell’informatica e dei servizi) e impietoso scontro con la realtà (crisi economica, ineguaglianza sociale, privilegi attribuiti a pochi ecc.). Una giovane “piccola borghesia” mancata, insomma; insoddisfatta del mondo in cui vive, ma tutt’altro che disposta a rivoluzionarlo; alla ricerca di opportunità di promozione sociale frutto di una concorrenza libera, meritocratica e basata su regole del gioco chiare, più che guidata dall’aspirazione ad una trasformazione profonda della società.

L’allergia verso le “vecchie” ideologie spalanca le porte, quindi, all’assorbimento di tutta una serie di aspetti del’ideologia dominante, che vanno da quelli più comuni e normalizzati (la santificazione della libera impresa), a quelli più estremi e preoccupanti (una sostanziale indifferenza verso l’antifascismo, ad esempio). Non mancano, ovviamente, strizzatine d’occhio alla tradizione del movimento operaio e della sinistra anticapitalista, che vengono però sistematicamente “sterilizzate” evitando qualsiasi analisi di classe e richiamandosi all’ormai noto mantra del “né di destra, né di sinistra”. La base sociale del grillismo, insomma, riflette molto bene – e meglio di tutte le altre “società civili” – il carattere ondivago, amorfo, politicamente indefinito della piccola borghesia in tempo di crisi e in assenza di un soggetto politico, radicato nella classe lavoratrice, capace di raccoglierne e rappresentarne politicamente lo scontento.

> Rivoluzione Civile

La “società civile” come ceto medio progressista in cerca d’autore

Trasmissione Il fatto del giornoVeniamo infine alla lista che propone come candidato premier l’ex magistrato antimafia Antonio Ingroia. La genesi di questo raggruppamento politico è proceduta per tappe incalzanti e confuse, che sarebbe complesso ricapitolare in uno spazio così breve. Basti dire che, all’origine del progetto di un “quarto polo” arancione, alternativo alle politiche montiane e all’ultraliberismo, si possono individuare almeno tre componenti: una componente che si è raccolta principalmente intorno agli intellettuali promotori di ALBA (Alleanza Lavoro, Beni Comuni e Ambiente) e dell’appello “Cambiare si può”; una componente costituita da partiti di centrosinistra o della sinistra radicale (Italia dei Valori, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Verdi); e, infine, il tuttora indistinto Movimento Arancione di Luigi De Magistris, ex magistrato, sindaco di Napoli, e principale sponsor della candidatura a premier di Antonio Ingroia.

La prima di queste componenti, che ha in seguito abbandonato il progetto di Rivoluzione Civile, è quella che si rifà con maggiore insistenza all’idea di “società civile”. Non è un caso che la rottura con il progetto di Ingroia si sia giocata proprio sull’assorbimento dei “vecchi” partiti e sul via libera alla candidatura dei loro segretari. La componente di “Cambiare si può” si è proposta come espressione dei movimenti, ossia di una cittadinanza attiva che si è costituita nei territori, attraverso la presenza nelle lotte; il che è vero solo in parte, se si considera che fra le sue fila figurano non pochi “ex” e persone tutt’altro che politicamente vergini.

La società civile di ALBA e “Cambiare si può”, più che ad un’espressione delle lotte e dei movimenti sociali costruita e cresciuta dal basso, assomiglia semmai ad una raccolta variamente assortita di ceti di movimento e di attivisti più o meno esperti, alla ricerca di una casa politica che non sono riusciti a trovare nelle forze più tradizionali. Il puntello ideologico che, in assenza di un vero processo costituente e di un reale radicamento, tiene insieme queste anime è quello della “democrazia partecipativa”, della “costruzione dal basso”. La scelta del colore arancione evidenzia la volontà di smarcarsi rispetto alle simbologie tradizionali della sinistra radicale. Le rivendicazioni si ispirano ai principi di un “riformismo illuminato” incentrato sui diritti, sui beni comuni e sulla Costituzione. Nessuna critica radicale al sistema capitalistico come tale, ma soltanto alla sua “degenerazione” liberista.

Potrebbe quasi assomigliare ad un “grillismo di sinistra”, e non è un caso se uno dei promotori dell’appello, in un’assemblea locale, ha qualificato il Quarto Polo arancione come una forza “intermedia” (sic) tra il M5S e il centrosinistra. Laddove il grillismo è chiaramente permeabile alle manifestazioni più reazionarie dell’ideologia borghese, il civismo arancione si richiama alle escrescenze più moderate ed annacquate del pensiero di sinistra che hanno dominato la scena in questi ultimi vent’anni. Non è un caso, d’altronde, che il progetto arancione riscuota un certo entusiasmo fra una fascia di ceto medio tendenzialmente colta, attenta a tematiche sociali e ambientali; ma che, al tempo stesso, non stia affatto coinvolgendo in modo strutturale (perché due candidati operai non significano “coinvolgimento strutturale”) i lavoratori protagonisti delle vertenze sindacali e delle lotte sociali e operaie esplose in questi anni nel paese.

Volendo ricavare un giudizio complessivo, si potrebbe dire, insomma, che la società civile alla quale fa appello la “rivoluzione civile” di Ingroia è, grosso modo, quel pezzo di classe media (professionisti, intellettuali, amministratori ecc.) che solidarizza con i ceti popolari ma non si identifica con essi; una classe media progressista, istruita, caratterizzata da un’età media più alta rispetto a quella dei “grillini”, civilmente e politicamente attiva, ma non toccata dalla crisi nello stesso modo drastico e diretto che coinvolge oggi gli strati più popolari della società. I programmi politici espressi, in sequenza, da “Cambiare si può” e Rivoluzione Civile, riflettono quindi, con il loro carattere riformista e vagamente moralistico, l’ideologia e il carattere di classe della forza sociale che li esprime.

> Conclusioni

working_classOvviamente, individuare nella piccola borghesia o nel ceto medio progressista la base sociale rispettivamente del M5S e di Rivoluzione Civile non significa affatto dire che questi progetti politici non coinvolgano, anche su una scala relativamente ampia, elementi che provengono dalle fila della classe operaia, del precariato giovanile, dei disoccupati. La questione che volevo evidenziare qui è semmai un’altra: ciò che la partecipazione e il sostegno a questi progetti richiedono alle proprie componenti proletarie, è l’adesione ad un’ideologia che, in entrambi i casi, le appiatisce e le amalgama alla generica “società civile”. La classe lavoratrice, in altri termini, è chiamata ad identificare i propri interessi con quelli di un settore sociale più ampio; non solo: è chiamata a consegnare la direzione della propria stessa iniziativa politica a componenti sociali che fanno riferimento al ceto medio e alla piccola borghesia.

Si tratta di una dinamica che, con tutta probabilità, spianerà la strada al fallimento di questi progetti politici, o al loro completo riassorbimento nelle dinamiche del sistema – il che equivale a dire: consegnare la classe lavoratrice, mani e piedi legati, ai suoi peggiori aguzzini.

Entrambi prendono a prestito parole d’ordine organizzative ereditate dal movimento operaio. La revocabilità permanente dei rappresentanti; i limiti allo stipendio percepito dagli eletti; il ruolo di controllo e decisione attribuito alle assemblee. Si tratta di formule che appartengono alla storia e alla tradizione del socialismo e delle lotte dei lavoratori ma che, in mano ad un ceto medio economicamente lacerato e ideologicamente confuso, si trasformano in altrettante caricature.

La web-democracy grillina, così, spiana la strada al dominio incontrastato del guru mediatico, trasformatosi all’occorrenza in incontestabile e infallibile “capo politico”; mentre la pretesa di costruire in tutta fretta, in pochi mesi, e con finalità puramente elettorali, un progetto ambizioso di “democrazia partecipativa dal basso”, con il suo stesso fallimento relega i promotori dell’appello “Cambiare si può” al ruolo tutt’altro che invidiabile di generali senza esercito.

È chiaro quindi che la costruzione di un’alternativa a sinistra non potrà che basarsi sull’inversione di questa dinamica. Soltanto un progetto politico fondato su chiare rivendicazioni anticapitaliste, radicato nelle lotte della classe lavoratrice e della gente comune e animato dalle componenti più avanzate di questa stessa classe, potrà scuotere la piccola borghesia e il ceto medio dal loro stato confusionale; rendere reali ed effettive le promesse di democrazia oggi avanzate, senza speranza di successo, dalle nuove forze “civiche”; dar vita ad un fronte sociale ampio di opposizione alle politiche di tagli e di austerità, all’attacco ai diritti, alle privatizzazioni.

A fondare questa lettura, di nuovo, è la definizione del concetto stesso di “classe”, intesa come insieme di individui accomunati da un preciso ruolo nella produzione e da precisi interessi materiali; intesa come concetto oggettivo, fondato sulla realtà sociale ed economica, e non come concetto soggettivo, fondato sul comune riferimento a fattori culturali e ideali. La piccola borghesia, in quest’ottica, viene spesso concepita quasi come una “non classe”; questo accade perché, a differenza della borghesia industriale e della classe lavoratice strettamente intesa, si trova perennemente divisa e sballottata fra questi due estremi, frammentata al proprio interno dalla concorrenza e dall’individualismo, spinta ad identificare i propri interessi con l’una o l’altra delle due parti a seconda delle fasi storiche. La piccola borghesia è, cioè, politicamente non autonoma.

Questa mancanza di autonomia, naturalmente, non si traduce nell’assenza di tentativi di ricerca di una rappresentanza politica autonoma. Si traduce però nella sistematica condanna al fallimento di questi tentativi. Al netto delle vicissitudini che si troveranno ad affrontare, i progetti di Ingroia e Grillo, così come tutti i tentativi di far irrompere in politica la “società civile”, si tradurranno o in una piena e completa assimilazione nei meccanismi dello stato borghese, o in una inesorabile estinzione.

La società civile, come soggetto sociale e politico autonomo, quindi, non esiste. Richiamarsi ad essa significa spianare la strada al riassorbimento nel sistema o al fallimento. L’alternativa, in definitiva, va cercata (e costruita) altrove.

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