Purché non se ne parli

GrilloIl successo elettorale del MoVimento 5 Stelle ha innescato un dibattito molto acceso a sinistra, suscitando reazioni a dir poco contrastanti.

Da un lato c’è chi legge nei risultati elettorali un fatto positivo: un segno del rifiuto delle politiche di austerità da parte di una popolazione stremata dalla crisi (Giorgio Cremaschi, portavoce del Comitato No Debito), se non addirittura l’anticamera di una fase di ingovernabilità in cui per i movimenti sociali si apriranno nuovi spazi di agibilità e di intervento (“Bifo” Berardi e Toni Negri, ad esempio).

Dall’altro lato, invece, c’è chi si sofferma sugli aspetti più controversi della retorica, dell’approccio politico e delle prese di posizione grilline, restituendo così l’immagine di un M5S che “cresce sulle macerie dei movimenti” e ne coopta battaglie e rivendicazioni, mescolandole in un calderone confusionario e contraddittorio che spiana la strada ad un’ideologia e a pratiche reazionarie e “di destra” (Wu Ming).

È chiaro che il M5S catalizza una vasta fetta del malcontento popolare, e che lo fa in modo profondamente contraddittorio. A più livelli. Sul piano sociale, si è fatto portavoce della rabbia di strati della popolazione che, per il diverso ruolo che rivestono nella produzione, hanno anche interessi materiali divergenti (lavoratori e imprenditori, ad esempio). Sul piano politico e organizzativo, il M5S si è fatto paladino di ideali di trasparenza e democrazia diretta, ma nello stesso tempo sta basando la sua tenuta interna sul “pugno di ferro” di un ristretto apparato politico-comunicativo di vertice, che detta la linea ed è sottratto a qualsiasi forma di controllo da parte della base. Sul piano ideologico, infine, in nome della fine delle ideologie e del “né di destra né di sinistra”, ha finito sia per raccogliere rivendicazioni e istanze tipicamente di sinistra, sia per sdoganare aspetti chiaramente di destra.

La rabbia generalizzata nei confronti dei privilegi della “casta” politica, così come il bisogno vitale di una valvola di sfogo al disagio indotto dalla crisi hanno fatto sì che queste contraddizioni non esplodessero prima che il movimento di Grillo si affermasse come forza politica a livello nazionale. Il M5S, grazie alla sua relativa novità, ha rappresentato per molti un vero e proprio “serbatoio di speranza politica”. Ma se, come sostengono in tanti, le responsabilità istituzionali acquisite con il voto e le pressioni della società porteranno prima o poi alla deflagrazione di queste contraddizioni, si pone inevitabilmente un’altra questione: chi andrà a riempire il vuoto che sarà lasciato dal M5S? Verso dove ci porteranno le tendenze complessive che in questa fase trovano espressione nel voto di massa al M5S?

È su questo punto che il dibattito sul carattere sociale, politico e ideologico del M5S si intreccia in modo inestricabile con la crisi profonda della sinistra – dove per sinistra si intende, in termini generici ma non troppo, quell’area politica che non ha ancora abbandonato del tutto la prospettiva di una critica radicale al sistema sociale ed economico in cui viviamo, fosse anche solo nella forma edulcorata della contestazione alle politiche “neoliberiste”.

Sia i partiti (Rifondazione Comunista su tutti), sia i movimenti sono stati incapaci, negli anni, di costruire o anche solo conservare un consenso e un radicamento nella società sufficienti per rappresentare agli occhi dei ceti popolari colpiti dalla crisi un punto di riferimento credibile. Per certi versi, anzi, questi soggetti hanno preparato il terreno alla deriva grillina, abbandonando quei riferimenti ideali che nel Novecento avevano guidato il movimento operaio nella lotta per le conquiste storiche che oggi stiamo perdendo, una dopo l’altra.

Alcune delle critiche più feroci alla forma-partito in quanto tale o alla funzione del sindacato, in questi anni, sono arrivate proprio da lì; così come ha origine proprio lì l’annacquamento delle analisi anticapitaliste “classiche”, fondate su una precisa discriminante di classe – al punto che pezzi importanti della nuova sinistra radicale emersa a cavallo di millennio non hanno esitato a sostituire, alla classe lavoratrice, “nuove soggettività di movimento” e “moltitudini” varie. E si potrebbero citare molti altri aspetti di questa deriva.

Fatto sta che, in assenza di un’analisi e di prospettive capaci di egemonizzare “da sinistra” la percezione e la reazione popolare alla crisi globale del capitalismo, Grillo è stato capace di imporre un’egemonia tutta sua, attribuendo una nuova legittimità a frammenti ideologici recuperati un po’ di qua e un po’ di là. E se questa ideologia ready-made, considerata di per sé, è contraddittoria e incoerente, ciò non toglie che il consenso che si forma intorno ad essa finisca per rappresentare un collante piuttosto efficace, capace persino di amalgamarne aspetti all’apparenza inconciliabili.

Questo accade per un fatto ben preciso: il “grillismo”, inteso come forma discorsiva, ideologia e visione del mondo, intercetta delle tendenze storiche e materiali profonde; non solo: le legittima e le conferma a livello ideale, offrendosi come sponda politica in grado di portare queste tendenze al loro naturale compimento. Se le singole rivendicazioni urlate in piazza da Beppe Grillo sembrano fra loro contraddittorie – e da un certo punto di vista lo sono – questa contraddittorietà si dimostra del tutto apparente se, anziché soffermarci sulle singole rivendicazioni, teniamo sott’occhio il quadro generale.

Ma quali sono allora queste tendenze? Per dare una risposta alla domanda è sufficiente guardare allo sviluppo del conflitto fra capitale e lavoro in Italia negli ultimi vent’anni. L’implosione del blocco sovietico e l’arrembaggio dei poteri industriali e finanziari a livello internazionale si sono tradotti, in Italia come altrove, in un arretramento della lotta delle classi lavoratrici per un mondo diverso e migliore. I sindacati, trasformati in organi puramente concertativi, hanno abdicato alla loro funzione conflittuale, salvo poche eccezioni. Sul piano politico, il centrosinistra ha portato a compimento la vocazione socialdemocratica e compatibilista già dominante nel vecchio PCI, fino a sposare in pieno la causa del grande capitale internazionale – si pensi solo alle controriforme del mercato del lavoro e all’appoggio attivo alle politiche “lacrime e sangue” di Monti.

Di questa tendenza generale si è sicuramente avvantaggiato – e in modo significativo – il grande capitale italiano, particolarmente rapace e legato a doppio filo con il potere politico. Basti pensare alle politiche dissennate di privatizzazione condotte negli anni ’90. Ma questo ventennio ha visto anche l’emergere di un nuovo protagonismo sociale, economico e politico, vale a dire quello della fascia produttiva dei ceti medi: un esercito di piccole e medie imprese che da sole costituiscono il grosso del tessuto produttivo italiano, danno lavoro a milioni di persone, e hanno conosciuto una stagione di felice espansione prima che la crisi si abbattesse su di loro come una mannaia, facendole chiudere, oggi, al ritmo di decine ogni giorno.

Una fetta non trascurabile della ricchezza delle piccole e medie imprese italiane – soprattutto di quelle operanti nel settore della produzione e della movimentazione di merci – è cresciuta anche grazie alle delocalizzazioni, allo sfruttamento del lavoro dei migranti (e della conseguente pressione al ribasso su salari e contratti), all’evasione fiscale. Non solo: la nuova piccola e media borghesia affermatasi socialmente in quella fase storica ha fatta propria un’ideologia rampante e spregiudicata, votata all’efficientismo e alla meritocrazia e tendenzialmente insensibile alle tematiche dell’uguaglianza sociale, dei diritti, della tutela del servizio pubblico. Il nuovo protagonismo sociale e politico delle classi medie ha trovato espressione nelle lotte contro la pressione fiscale eccessiva, contro le lungaggini burocratiche della Pubblica Amministrazione, contro i vincoli imposti dalla contrattazione nazionale e dal diritto del lavoro.

Mentre il grande capitale e le classi dominanti procedevano alla progressiva e sistematica liquidazione del welfare state e alla delegittimazione dei corpi intermedi che avevano garantito la mediazione sociale nella fase precedente (partiti e sindacati), si affermava così nella società quella spinta “dal basso” che sola poteva sostenere e supportare una simile offensiva “dall’alto” – oltre che legittimarla ideologicamente. A spezzare le catene della vecchia collaborazione di classe non erano quindi i lavoratori e i ceti popolari, ma la loro controparte, forte dell’alleanza con la piccola borghesia e i ceti medi; e non, ovviamente, nella prospettiva di generalizzare le conquiste del movimento operaio e di renderle permanenti, bensì nell’ottica di abolirle una volta per tutte.

L’analisi marxista ha colto da sempre il carattere ondivago delle classi medie per quanto riguarda la loro funzione sociale e politica. A seconda della fase storica e delle condizioni economiche generali, le classi medie tendono o verso l’alto – fino ad identificare i propri interessi con quelli delle classi dominanti sull’onda dell’entusiasmo per i facili profitti – oppure verso il basso, sprofondando in condizioni simili e a volte persino peggiori di quelle delle classi lavoratrici. Oggi stiamo attraversando una fase di questo tipo: decine di piccole e medie aziende chiudono ogni giorno, vittime delle crisi di mercato, della stretta creditizia, dei mancati pagamenti, dei debiti.

Va anche detto che le classi medie sono estremamente eterogenee al loro interno. Non solo vi appartengono figure sociali piuttosto diverse – il libero professionista o il negoziante che lavorano in proprio e il piccolo o medio imprenditore con qualche decina di dipendenti, ad esempio – ma questa classe tende anche ad attrarre verso di sé settori importanti della stessa classe lavoratrice (il pubblico impiego, ad esempio), soprattutto nelle fasi in cui una relativa prosperità economica convive con un arretramento significativo delle lotte.

Se il disastro storico della sinistra radicale e l’impennata del M5S sono due facce della stessa medaglia, la tendenza storica, sociale e ideologica che sta alla base di entrambe è allora proprio questa. Con la precisazione che la sinistra avrebbe potuto fare molto per arrestarla, ma non l’ha fatto; e per di più, mi verrebbe da dire, si ostina a non volerlo fare. Così, anziché una classe lavoratrice forte capace di attrarre a sé le classi medie colpite dalla crisi e di guidarle verso l’instaurazione di una nuova società, oggi abbiamo una classe lavoratrice bastonata e abbandonata che, pur di non perdere la speranza, si affida all’avventurismo politico e agli zig-zag ideologici della piccola borghesia. E lo sbocco di questo avventurismo e di questi zig-zag è uno e uno soltanto: la definitiva liquidazione del vecchio “modello sociale”, frutto incompiuto di decenni di lotte del movimento operaio.

Ma come si manifesta questa tendenza nell’ideologia e nella proposta politica del M5S?

Questa proposta, se la si guarda in filigrana, è di carattere essenzialmente riformista. Quello che promette, in sostanza, è un profondo cambiamento istituzionale in nome della trasparenza e dell’abolizione degli sprechi che, mantenendo intatte le basi sociali ed economiche del sistema capitalistico, prepari le condizioni per un nuovo patto sociale fra capitale e lavoro. Un patto sociale dal quale, ovviamente, sono esclusi tutti i gravami dell’epoca precedente: partiti, sindacati (“roba dell’800” secondo Grillo), macchinose procedure amministrative e decisionali, contratti nazionali.

È a questo punto che il riformismo scavalla nell’utopia: grazie alla trasparenza e all’abolizione degli sprechi, grazie alle risorse che si libereranno per la ricerca e l’innovazione, e grazie ad un mercato finalmente capace di trovare il suo naturale equilibrio (sempre sotto l’occhio vigile di uno Stato “con le palle”, escluso dal gioco economico ed eletto a severo giudice imparziale); grazie a tutto ciò, sarà possibile dare vita ad una vera democrazia diretta, basata sulla consultazione permanente dei cittadini attraverso la Rete.

Ma anche il più sano degli slanci utopistici si trasforma nel suo contrario non appena viene reciso il suo legame organico con le aspirazioni, le lotte e le necessità delle forze sociali che spingono verso il cambiamento. Se, quindi, il riformismo illuminato del M5S sfocia nell’utopia della “democrazia digitale”, quest’ultima, essendo stata depurata di ogni riferimento alle lotte e alle conquiste del movimento operaio, spiana la strada alle forme peggiori di “nostalgia” reazionaria. Le “piccole comunità” chiamate ad autogestirsi secondo i dettami della democrazia digitale finiscono per assomigliare a dei nuclei sociali presuntamente “tradizionali”, dove a regolare i rapporti sociali è la consuetudine comunitaria e dove le donne sono rigorosamente relegate al lavoro domestico (si vedano a questo proposito le dichiarazioni di decrescitisti come Maurizio Pallante e Massimo Fini, entrambi vicini al M5S).

Per usare un’immagine “botanica”, potemmo dire che gli elementi reazionari del grillismo sono come funghi velenosi che crescono e prosperano su un tronco fracido: metafora, quest’ultima, quanto mai efficace per rappresentare un’idea di cambiamento che è stata separata dalle sue radici nel terreno vivo delle lotte sociali; che è stata privata dell’ambizione ad un mondo in cui la produzione non sia più vincolata al profitto ma indirizzata al soddisfacimento dei bisogni di tutti; che, infine, è infestata da cima a fondo dalla fede irrazionale in presunti valori eterni e in altrettanto presunte gerarchie immutabili e “naturali”.

È chiaro che il M5S non potrà mai realizzare compiutamente nel mondo reale questa visione della società – che probabilmente non è condivisa neppure da molti dei suoi attivisti di base. Tuttavia, contribuisce in modo importante a legittimarla ideologicamente. E lo può fare, come si è detto, perché intercetta una tendenza storica, gravida di interessi materiali e aspirazioni sociali. Ragionando in termini materialistici, le idee sono sempre il riflesso delle condizioni materiali e della loro evoluzione.

Questa tendenza si traduce, sul piano ideologico, in un netto spostamento a destra della coscienza; ma sul piano materiale ha conseguenze di gran lunga peggiori: convoglia la rabbia antisistema dei ceti popolari, a sua volta alimentata dalla crisi, verso un obiettivo o corretto ma parziale (gli sprechi e i privilegi della politica) oppure “totalizzante” e ideologico ma completamente sbagliato (il rifiuto del partito o del sindacato in quanto tali, l’esaltazione acritica dell’iniziativa privata ecc.). Mentre fornisce una valvola di sfogo alla rabbia più immediata, dall’altro assopisce la critica sugli aspetti meno evidenti ma più insidiosi e strutturali del sistema, spianando la strada all’accettazione di pregiudizi ideologici, politiche antipopolari, abolizione dei contratti nazionali, tagli, austerità, privatizzazioni: a conti fatti, un’arma efficacissima nelle mani delle classi dominanti.

Qualsiasi analisi del M5S, così come qualsiasi prospettiva tattica e strategica che miri a fare i conti con questo fenomeno, deve partire secondo me da un’analisi approfondita e dettagliata di questa tendenza. Non solo per comprenderla fino in fondo ma anche per iniziare ad invertirla. In assenza di questa consapevolezza, e in assenza di un qualche tentativo di tradurre questa consapevolezza nella pratica, anche il dibattito sul M5S a sinistra rischia di trasformarsi nell’ennesimo diversivo: un modo come un altro per negare responsabilità decisive e per evitare di trarre dagli eventi le dovute conseguenze.

Il sentire comune di molti militanti, attivisti e simpatizzanti concorda sul fatto che la sinistra è in crisi profonda; ma nelle coscienze scatta sistematicamente il diversivo: “purché non se ne parli”. Ogni occasione sembra essere quella buona per rimanere lì dove si è, inchiodati a divisioni settarie, analisi inefficaci e superficiali, gruppi dirigenti inadeguati. In questo modo la battaglia per l’egemonia non solo la si perde; si rinuncia proprio a combatterla.

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7 risposte a Purché non se ne parli

  1. nasosecco ha detto:

    Ciao,
    condivido è ho molto apprezzato la tua analisi, che definirei “classica”.
    Per quanto riguarda la costellazione ideologia grillina la mia analisi (http://stornellidesilio.wordpress.com/2013/03/07/il-grillo-magico-complottismo-new-age-e-populismo-nel-m5s-unanalisi/) è piuttosto simile alla tua: temo che essa possa fare da spunto per una classe media proletarizzata e incazzata per fare cose molto poco di sinistra.

    Detto questo le mie sicurezze per quanto riguarda la “classe operaia” di cui parli sono piuttosto vacillanti: che cos’è, oggi, la classe operaia? E dov’è la classe “per sè”? Esiste ancora o non si tratta forse di rimetterci a costruire le “casematte”di gramsciana memoria da zero, come nell’800?
    Credo che le nostre categorie e analisi debbano in qualche modo aggiornarsi, pur senza abbandonare il patrimonio di analisi che il marxismo – eterodosso – ci ha dato nel ‘900.

    Comunque mi permetto di ribloggare il tuo testo e ti invito a leggere il dibattito che si è sviluppato sul mio blog in seguito al mio articolo sul “Grillo magico”…

  2. nasosecco ha detto:

    L’ha ribloggato su Suiche ha commentato:
    Una bella analisi marxiana del fenomeno Grillo, che condivido, magari con un accento più forte posto sulla necessità di rinnovare alcune categorie analitiche del marxismo. Grazie Little Commie Craig, preciso e illuminante!

  3. littlecommiecraig ha detto:

    Grazie nasosecco per il commento e il link alla tua analisi, che leggerò quanto prima (vedo che è molto articolata e voglio prendermi tutto il tempo per vederla con calma)!

    Ti rispondo rapidamente sulla questione della classe lavoratrice, perché penso sia un punto essenziale. Come avrai notato, preferisco sempre parlare di “classe lavoratrice” piuttosto che di “classe operaia” in senso stretto, anche se a volte mi sfugge il riflesso veteromarxista 😉

    Da materialista, penso che le classi sociali siano definite dal loro ruolo nella produzione. Per questo mi mantengo fedele al concetto marxista classico di classe lavoratrice, intesa come insieme degli individui costretti a vendere la propria forza lavoro a qualcuno che, attraverso il pluslavoro, ne ricava un profitto. La classe lavoratrice “in sé”, intesa in questo senso, esisterà finché saremo in un sistema capitalistico – anche se ovviamente in ogni singola fase di sviluppo del capitalismo i suoi connotati particolari cambiano e vanno analizzati con cura.

    Sulla questione del “per sé”, il lavoro di ricostruzione di un’egemonia è imprescindibile, tanto più che oggi la coscienza di classe è molto offuscata, a causa di anni e anni di propaganda a tamburo battente da parte dell’ideologia dominante. Penso però che, su questo punto, l’analisi marxista sia ancora profondamente attuale: la classe lavoratrice, organizzata politicamente, secondo me è l’unica speranza che abbiamo di costruire un mondo diverso, perché è la sola classe che ha davvero la forza per bloccare la produzione e la circolazione di merci, per mettere in ginocchio il meccanismo dell’estrazione di profitto.

    Per dirla in termini logici, l’organizzazione della classe non è forse una condizione sufficiente, ma è senz’altro una condizione necessaria! 🙂

  4. giorgio ha detto:

    interessante analisi, complimenti.

  5. Luca S. ha detto:

    Ragazzi, sveglia !
    Da quando in Italia sono sparite le fabbriche, anche la classe lavoratrice è sparita.
    Anzi, oggi, è sparita proprio “la classe”.
    Come insegna Marx, senza fabbrica, senza lavoro, non c’è nemmeno appartenenza di classe.
    Sono rimasti gli insider (i ricchi) e gli outsider (i poveri).
    Dovete aggiornare la vostra becera manualistica ottocentesca.

    • littlecommiecraig ha detto:

      Caro Luca, se l’invito ad aggiornare la mia “becera” manualistica ottocentesca fosse stato formulato in modo meno becero e arrogante, e magari un attimo più argomentato, sarei stato volentieri disponibile a discuterne. Ma siccome non voglio che questo spazio si trasformi in un ring in cui gorilla in calore si confrontano a grugniti e pugni sul petto, o cambi registro, o i tuoi futuri commenti finiranno immancabilmente nel cestino.

  6. Pingback: La sinistra e i “forconi” | La prova del pudding

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