Renzi for dummies

matteo_renzi2Per chi ancora proprio non se la fosse data, il Jobs Act di Renzi è l’ennesima fregatura – per non dire “trappola criminale” – ai danni di lavoratori e disoccupati. Il culmine di un processo di controriforma iniziato più di dieci anni fa, e il cui obiettivo neppure troppo nascosto è quello di rimuovere pezzo per pezzo tutte le garanzie conquistate dal mondo del lavoro a prezzo di dure lotte.

Lo scopo di tutto ciò…? Nelle parole degli ideologi di questo attacco a mani basse, accrescere l’occupazione creando nuove opportunità di lavoro e spezzando così le rigidità di un mercato del lavoro “bloccato” e iniquo. Nella realtà dei fatti, creare per il grande capitale un ambiente favorevole agli investimenti, grazie all’esistenza di una massa di individui disposti ad accettare di tutto (contratti privi di qualsiasi tutela, distruzione della rappresentanza sindacale, salari ridicoli ecc.) pur di portare a casa di che campare.

A più di quindici anni dall’approvazione del “pacchetto Treu”, che fra le altre cose introdusse in Italia il lavoro interinale, i dati parlano da sé. Disoccupazione giovanile alle stelle, spaventose iniquità contrattuali e salariali (tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e migranti, tra giovani e meno giovani ecc.), mobilità sociale ridotta quasi a zero. Risultato? Per la prima volta da decenni, il numero degli italiani che lascia il Paese per cercare fortuna all’estero supera quello di coloro che vi entrano.

Ossimori ultraliberisti

La miscela esplosiva di attacchi al mondo del lavoro e tagli su tutti i fronti che ha caratterizzato l’agenda politica del governo Monti e che sta ora dettando quella del governo Letta, è stata oggetto di una vera e propria teorizzazione. E’ la cosiddetta austerità espansiva, i cui più convinti propagandisti in italia sono gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (1).

La “ricetta”, di ispirazione ultraliberista, è quella di ridurre il più possibile la spesa pubblica in materia di servizi garantiti (scuola, sanità, trasporti, welfare) e stimoli all’economia attraverso tagli lineari (2), e, di pari passo, privatizzare i servizi, comprimere i salari, modificare le relazioni fra lavoro e capitale a tutto vantaggio del secondo.

All’obiezione, banale e drammaticamente comprovata dai fatti, per cui manovre di questo tipo producono effetti recessivi con conseguenze devastanti sull’economia e sulla società, i brillanti ideologi dell’austerità espansiva rispondono così: no, perché grazie alla mole di risparmio accumulata negli anni – se non nei decenni – dalle famiglie italiane i consumi non precipiteranno, la domanda subirà una flessione relativamente contenuta, e l’economia continuerà a girare, spianando la strada alla ripresa (3).

Certo. Come no!?

Che c’entra Renzi…?

Per capire quanto la proposta di Renzi in materia di lavoro si ponga in netta continuità con questa tendenza, basterebbe fare caso a tre semplici cose; due serie, una semiseria:

1) la visione ideologica più volte ribadita e rivendicata da Matteo Renzi, a partire dal “superamento” dello Statuto dei Lavoratori.

2) chi ha appoggiato in concreto la sua candidatura a segretario del PD, ossia alcuni fra i maggiori pezzi grossi del capitale finaziario italiano (4).

3) il fatto che anziché “Job Act” l’abbiano chiamato “Jobs Act”. Forse perché dove c’è di mezzo un richiamo (casuale?) al guru con gli occhiali e il maglioncino nero a mezzo collo, tutto rischia di suonare estremamente più cool alle orecchie dei gonzi che ancora si bevono il mito del self-made man nell’era della new economy…? (5)

Resta il fatto che il modello proposto, al quale ci si riferisce comunemente con i termini flexsecurity e workfare, ha già dimostrato i suoi effetti deleteri proprio nei Paesi che vengono costantemente additati come modello, ossia Regno Unito, USA e paesi scandinavi.

La Svezia non è (più) il paradiso

Il welfare nordeuropeo poteva rappresentare un modello per certi versi unico di sicurezza sociale prima che venissero applicate le riforme che sono i cavalli di battaglia del PD da ben prima dell’elezione di Renzi (che ha soltanto portato a compimento una tendenza in atto da anni). Nel 2012, tanto per capirci, la Svezia ha mostrato uno dei più elevati aumenti in termini percentuali degli individui a rischio povertà sul totale della popolazione (fonte: Reuters – cfr. The reality of Swedish neo-liberalism).

Il richiamo al Nord Europa, quindi, è puramente mistificatorio. E se questo ancora non bastasse, nei paesi anglosassoni il modello del workfare, annunciato con grandi squilli di tromba da democratici e laburisti già negli anni ’90, ha creato una popolazione in costante crescita di working poors sui quali si sta per giunta scatenando una campagna d’odio di classe (diretta dall’alto verso il basso) senza precedenti.

Questo video è emblematico. Andiamo oltre il fatto che in confronto alla verve graffiante di Jon Stewart le imitazioni renziane del “radicale” Crozza sfigurano impietosamente (la differenza fra satira e sfottò è ancora attuale e vale ovviamente anche per i comici “di sinistra”)… i toni utilizzati dai commentatori della Fox ci potranno sembrare qualcosa di distante anni luce dalla realtà italiana, ma se si guarda alla sostanza non siamo poi tanto lontani.

Ecco come presenta i contenuti del “Jobs Act” uno dei suoi ideatori, il responsabile welfare del PD Davide Faraone in un’intervista: “Quando ci chiedono dove troverete le risorse per le coperture destinate all’assegno universale, la risposta è che le troveremo anche andando a razionalizzare i troppi sprechi che ci sono stati in questi anni sugli ammortizzatori. Penso soprattutto alla cassa integrazione in deroga e a quelle situazioni surreali in cui esistono aziende dove le ore di cassa integrazione sono superiori a quelle lavorate, e dove i sussidi si sono trasformati in una droga“.

Il principio è sempre quello: i famigerati “sussidi” erodono la tempra della società, ci riducono ad una civiltà di fannulloni e di scrocconi. Poco importa se, grazie ai miseri proventi della cassa integrazione, migliaia di lavoratori e famiglie scappano di un soffio allo sprofondamento nella miseria più nera – anche se non alla depressione e alla frustrazione che deriva dall’assenza di prospettive e garanzie lavorative per il futuro.

Da Speenhamland al welfare moderno

Il cosiddetto Speenhamland System è un pezzo importante della storia politica e sociale dell’età moderna. Fu operante in Inghilterra fra il 1795 e il 1834, ossia durante uno dei periodi in cui la rivoluzione industriale conobbe il più forte sviluppo. Andò a sostituirsi alla Poor Law introdotta quasi due secoli prima da Elisabetta I e più volte emendata nei decenni successivi.

Il sistema fu ideato dai magistrati della contea del Berkshire, e prese il nome dal paese in cui questi si riunirono per discutere una serie di provvedimenti che, superando i limiti e le conseguenze disumane della legislazione elisabettiana, garantissero un sollievo alle enormi masse contadine espropriate, ridotte alla fame, e costrette a ricollocarsi nel nascente settore industriale.

Misure come il Settlement Act del 1662 limitavano la mobilità dei lavoratori sul territorio nazionale, imponendo ai poveri di risiedere presso una parrocchia. Gli oneri connessi al mantenimenti dei poveri erano scaricati su queste ultime, con conseguenze facilmente immaginabili sulla qualità del “servizio”; le workhouses, veri e propri luoghi di reclusione destinati a disoccupati e vagabondi, offrivano uno spettacolo agghiacciante di miseria, disperazione e abbruttimento.

Il sistema di sussidi integrativi al salario introdotto dallo Speenhamland Act fu un tentativo di correggere gli effetti più devastanti della precedente legislazione, ma era ispirato dalla stessa logica paternalistica. I risultati, peraltro, non furono affatto positivi, tanto più che il sistema di Speenhamland rimase sempre allo stato “informale” e non fu mai implementato in termini legislativi.

Ecco il giudizio formulato su di esso da Karl Polanyi: “l’episodio di Speenhamland rivelò al popolo del principale paese del secolo la vera natura dell’avventura sociale nella quale si stava imbarcando […]; se il Reform Bill del 1832 e il Poor Law Amendment del 1834 furono comunemente considerati come il punto di partenza del capitalismo moderno, fu perché essi mettevano fine alla norma del padrone bonario e del suo sistema di assistenza. Il tentativo di creare un ordine capitalistico senza un mercato del lavoro era fallito disastrosamente. Le leggi che governavano un simile ordine si erano affermate e manifestavano il loro radicale antagonismo al principio del paternalismo” (da “La grande trasformazione”, p. 103).

Conseguenza inevitabile di questo nuovo “ordine capitalistico” incentrato sul mercato fu l’emergere di una classe lavoratrice che, concentrandosi in modo crescente nelle periferie delle grandi metropoli e nei grandi stabilimenti industriali, imparò ad organizzarsi, a lottare, e a vedere se stessa come forza motrice di processi rivoluzionari capaci di modificare alla radice il funzionamento stesso del sistema, fino a dar vita ad un’autentica società di eguali.

Il sistema di welfare che oggi è così apertamente sotto attacco, è il frutto quindi di una lunga storia di lotte, iniziate grosso modo nello stesso momento in cui il vecchio paternalismo veniva definitivamente messo in soffitta dalle nuove classi dominanti. Lo stesso Bismarck, cui spetta nei fatti l’invenzione dello “stato del benessere”, fu costretto ad intraprendere quella strada per evitare che il socialismo si diffondesse ancora di più tra le sempre più nutrite fila del proletariato tedesco.

Paternalismo 2.0

Fa riflettere che molti dei provvedimenti contenuti nelle recenti “riforme” del mercato del lavoro nei paesi occidentali ricordino così da vicino certi aspetti delle Poor Laws del sei-settecento. L’obbligo ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, salvo vedersi ritirare il sussidio, rimanda, pur con tutte le ovvie differenze del caso, al clima repressivo delle workhouses. Il sistema fatica a tal punto a creare posti di lavoro minimamente dignitosi che può capitare (è capitato a chi scrive) di vedersi offrire uno stage (sic) in un supermercato (sic) come addetto al rifornimento scaffali (sic) per l’astronomico compenso di 350 euro netti, a fronte di impegno lavorativo a tempo pieno, per tre mesi.

Ovviamente, se il Jobs Act di Renzi, o qualche altro fantasioso “act” destinato a portare a termine la tendenza in atto, dovesse prendere piede, sarà difficile dire di no a “lavori” di questo tipo, a salari da fame o a contratti capestro. Salvo, ovviamente, vedersi ritirare il diritto al sussidio.

L’idea stessa di un “assegno universale” ci riporta, per certi aspetti, al paternalismo dell’Inghilterra del XVIII secolo. Un “paternalismo 2.0”, un liberal-paternalismo se vogliamo (6), in cui la povertà cronica viene spacciata per “sacrificio” e la precarietà lavorativa ed esistenziale più spinta viene venduta come “auto-imprenditorialità”. Ma pur sempre di paternalismo si tratta, visto che a definire i termini di questo nuovo modello di welfare non saranno affatto le lotte rivendicative di coloro che saranno toccati nella viva carne da questi provvedimenti, bensì le burocrazie decotte, delegittimate e definitivamente svendute al capitale del più grande partito di massa e del più grande sindacato di massa in Italia. Il tutto, ovviamente, sotto l’occhio vigile delle élite finanziarie e industriali nazionali, europee e globali, visto che è a quegli interessi che le suddette burocrazie rispondono in ultima istanza.

Perché conviene ricordarlo una volta di più: sanità pubblica, scuola pubblica, pensioni e ammortizzatori sociali sono stati una conquista che in qualche modo “anticipava”, pur entro i limiti del sistema capitalistico e fra le mille contraddizioni del compromesso politico, la possibilità di un riscatto storico per le classi subalterne. Oggi però i servizi così conquistati vengono trasformati in macchine di profitto per i privati, e ciò implica un profondo mutamento negli equilibri sociali.

Lo dice con chiarezza Faraone nell’intervista sopra riportata: “come abbiamo promesso in campagna elettorale, siamo intenzionati a smontare un vecchio modello di welfare impostato tutto sulla triade scuola-lavoro-pensioni“. Laddove il “vecchio” modello di welfare integrava il diritto/dovere al lavoro con l’accesso agevolato a servizi educativi e cure sanitarie, le pensioni di anzianità, gli ammortizzatori sociali ecc., il “nuovo” modello di welfare si fonda sulla disoccupazione o sulla sotto-occupazione croniche, e rifornisce i nuovi working poors di sussidi elargiti “universalmente” affinché questi li spendano per pagarsi istruzione, sanità e pensioni (ossia beni e servizi irrinunciabili) saldamente in mano ai privati, magari indebitandosi pure.

Per i privati, d’altronde, il saccheggio del settore pubblico è da almeno un decennio il nuovo Far West, soprattutto in Occidente, dove il settore terziario ha da tempo assunto dimensioni colossali rispetto a quelli più strettamente produttivi (agricoltura e industria). Il bisogno della gente di curarsi, di istruirsi per conservare una flebile speranza di mobilità sociale, o di mettere via dei risparmi per garantirsi un reddito nella vecchiaia, è una fonte garantita di introiti per chi riesce a mettere le mani su cliniche, istituti scolastici e fondi pensione. Tanto più se chi ha questo bisogno si trova a spendere in servizi del genere la quasi totalità del salario (o del sussidio!)…

Insomma, con il “rottamatore” Renzi nulla di nuovo sotto il sole. Né tanto meno una reale svolta verso destra (come ritiene chi ancora pensava che il PD fosse un partito di “sinistra”). Soltanto il logico e naturale compimento di una storia lunga, che ha visto i partiti socialdemocratici di tutto l’Occidente sposare senza remore la causa del liberismo più impietoso. Se il Jobs Act di Renzi può sembrare così sfacciatamente “di destra”, la discontinuità con quanto hanno fatto i passati governi di centrosinistra è soltanto apparente.

NOTE:

(1) In questo articolo i consigli della “magnifica coppia” al nuovo segretario del PD.

(2) Come già sostenevano nel “lontano” 2011 altri due “campioni” dell’ultraliberismo all’italiana, Luigi Zingales e Roberto Pedrotti, “purtroppo ormai manca il tempo per le manovre ‘intelligenti’ o politicamente indolori, che taglino il grasso e non la carne”.

(3) Per la cronaca, la propensione al risparmio delle famiglie italiane è in drastico calo almeno dal 2002, e si colloca oggi al di sotto della media europea: 12% contro 13,12%, secondo l’ISTAT.

(4) A beneficio degli scettici, ecco cosa riportava un annetto fa il Corriere della Sera: “Capitani d’azienda, banchieri, consulenti finanziari e colletti bianchi di vario genere. Ecco i sostenitori di Matteo Renzi, chiamati dal golden boy della finanza, Davide Serra, fondatore del fondo Algebris. (…) Scopo della cena, presso la Fondazione Metropolitan, è raccogliere fondi per sostenere la campagna del sindaco di Firenze. E qualche portafoglio interessante si è visto, il numero uno di Deutsche bank Italia, Flavio Valeri, il presidente di Lazard e Allianz Italia, Carlo Salvatori, l’ex dg di Bpm, Enzo Chiesa, Andrea Soro di Royal bank of Scotland e l’amministratore delegato di Amplifon, Franco Moscetti. Tra gli altri sono stati visti anche giovani manager di Mediobanca e professionisti di diversi studi legali milanesi“.

(5) La sequela di anglicismi non è casuale, vuole semplicemente sottolineare la dose consistente di ridicolo contenuta in certe mitologie così diffuse anche tra persone non del tutto sprovvedute. Se vi azzardaste a pronunciate una frase del genere, infatti, verreste giustamente presi per scemi.

(6) Come si è detto a proposito di Speenhamland, il libero mercato e la sua ideologia di riferimento (liberismo) si sono affermati proprio demolendo il sistema paternalistico ereditato dall’epoca elisabettiana. Tuttavia, se ad affermati economisti è data licenza di parlare di “austerità espansive”, posso prendermi a mia volta il lusso di ricorrere ad un ossimoro; che ha il merito, per giunta, di rendere conto della sorprendente convivenza, nel “nuovo” modello di welfare, di elementi pre-capitalistici e di elementi riconducibili invece alla piena maturità del sistema capitalistico.

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