Nichilismo in blu

bb_1Breaking Bad non è soltanto uno dei migliori prodotti della storia della televisione. Non è soltanto un capolavoro di narrazione, rafforzato da scelte artistiche e tecniche di alto livello – un’ottima regia, una bella fotografia, un cast di interpreti eccezionali, scelte musicali azzeccatissime. La serie televisiva ideata da Vince Gilligan è, oltre a tutto questo, una potente esplorazione visiva e narrativa delle dinamiche profonde che muovono la nostra società, e che incrociano, come forze incontrollabili, la vita e il destino dei singoli individui.

Come qualsiasi altro prodotto della creatività umana, Breaking Bad è figlio della propria epoca. A differenza della stragrande maggioranza di questi prodotti, tuttavia, riesce a parlare in modo diretto e sferzante di quest’epoca e a quest’epoca. Il tema portante della serie è infatti la crisi, intesa in senso generale come rottura di una condizione data; rottura che, a sua volta, implica la necessità della scelta (l’etimologia di “crisi” rimanda al verbo greco krino, che significa appunto “distinguere, giudicare” e che compare anche nel termine “incrinatura”).

Ciò emerge già dal titolo, espressione idiomatica che significa più o meno “rompere con le convenzioni” o “violare le regole”. Anche a livello visivo, però, non mancano richiami molto suggestivi al tema della spaccatura e dell’incrinatura, a partire dalle lastre di cristallo di metamfetamina che cedono sotto i colpi del martello per trasformarsi in merce pronta ad invadere le strade della provincia americana e a generare montagne di profitti illegali per chi la produce, la distribuisce e la smercia.

La crisi, la rottura, è poi la cifra del protagonista della serie, con la sua trasformazione da Walter White ad “Heisenberg”, da uomo comune a criminal mastermind. Tuttavia sarebbe limitante leggere la vicenda di Walter White/Heisenberg come parabola individuale. La scelta di diventare produttore di metamfetamine, come cercherò di mostrare, non ha come effetto soltanto quello di trasformare la personalità di Walt, ma anche quello di trasportare il protagonista, la sua famiglia e i diversi personaggi che incrociano il suo cammino su un terreno completamente nuovo, dove si manifestano con il loro vero volto, e in modo finalmente esplicito, le grandi forze impersonali di natura storico-sociale che muovono l’esistenza dei singoli individui e restano normalmente nascoste allo sguardo.

Le forze motrici “profonde” della vicenda raccontata in Breaking Bad non sono infatti quelle operanti nell’epica o nella tragedia classiche, né quelle che ritroviamo nelle forme moderne, novecentesche e pop della narrazione epica e tragica – western e crime fiction su tutte. Non abbiamo a che fare qui con entità metafisiche quali Destino, Onore, Vendetta o Giustizia. La messa in scena, che richiama in modo esplicito certe soluzioni stilistiche “di genere”, può da questo punto di vista trarre in inganno, e solo sforzandosi di leggere tra le righe è possibile rintracciare l’azione di forze impersonali di tutt’altro genere.

Se il respiro quasi epico della narrazione e della messa in scena è dunque ciò che ha tenuto incollate migliaia di persone alla serie per cinque stagioni, la capacità di sondare a fondo un’epoca e le sue contraddizioni è ciò che fa di Breaking Bad un prodotto culturale così importante anche al di là della qualità narrativa e cinematografica. Ma perché, esattamente?

AVVERTENZA: quanto segue contiene spoiler sulla trama della serie e sul suo finale.

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Uomo medio, mostro orrendo [1]

“I am not in danger, Skyler. I am the danger”

Cominciamo dal modo in cui èbb_2 caratterizzato il protagonista della serie. Walter White/Heisenberg è stato pensato e sviluppato con un’idea piuttosto chiara da parte dei suoi creatori: dar vita ad un personaggio che suscitasse nel pubblico al contempo pietà e disgusto, attrazione e repulsione. Una simile “convivenza degli opposti” presenta tuttavia, nel personaggio di Walt, delle caratteristiche originali e per certi versi uniche.

Il fatto che il protagonista possa suscitare sensazioni così contrastanti è dovuto a vari motivi, non ultima la sua condizione di malato di cancro. A giocare un ruolo decisivo, tuttavia, è il fatto che la sua trasformazione non giunge mai ad un grado di compiutezza. Heisenberg non si sostituisce definitvamente a Walt, e le due “anime” anzi si ibridano, si mescolano, sforano continuamente l’una sul terreno dell’altra [2].

Così come Heisenberg finisce inevitabilmente per irrompere nella dimensione che Walt cerca in tutti i modi di proteggere dalle conseguenze della sua scelta – la vita familiare, la normale quotidianità – allo stesso modo il volto criminale del protagonista si trascina dietro i tic, le idiosincrasie, la mentalità e i valori dell’uomo comune. Da un lato, Walt tenta di integrare la sua attività criminale nell’esistenza di tutti i giorni, quasi si trattasse di un lavoro come un altro o di una normale avventura imprenditoriale; dall’altro lato, il modo stesso in cui conduce la sua esistenza criminale ha poco o nulla a che fare con ciò che ci si aspetterebbe da un criminale “autentico”. La contraddizione fra i due stili di vita e i due orizzonti di valori incarnati rispettivamente dall’uomo comune e dal criminale incallito è perciò una contraddizione dialettica.

Una dialettica non troppo dissimile da quella che si ritrova nel personaggio che, a partire dalla terza stagione, diventa la nemesi di Walt, ossia Gustavo Fring. Nel caso di Gus risulta difficile, se non impossibile, distinguere realmente il criminale dall’uomo d’affari. Le ragioni del successo di Gus come imprenditore sono le stesse che gli consentono di farsi strada nel mondo del crimine – austerità, pazienza, lucida razionalità, dissimulazione, lungimiranza. Si tratta di fattori che trascendono la vocazione criminale pura e semplice, quale la si ritrova nelle propensioni folli e sanguinarie dei membri del Cartel o nella consumata compostezza di Mike Ehrmantraut. Sul significato di questa differenza specifica fra Gus e il criminale “tradizionale” mi soffermerò con maggiore dettaglio nel seguito, perché, come vedremo, è ricca di implicazioni.

Tornando invece a Walt, questa dialettica irrisolta permette agli autori della serie di giocare il personaggio su una molteplicità di registri, incluso quello comico-grottesco. Ma il dato più importante è che dimostra come non vi sia una reale discontinuità fra la persona comune e il criminale [3]. A prescindere dalle ragioni che spingono Walt ad intraprendere la carriera del fuorilegge – necessità di provvedere alla famiglia, volontà di riscatto dalle frustrazioni di un’intera esistenza, bisogno di sentirsi padrone del proprio destino, desiderio di “vivere la vita fino in fondo” proprio nel momento in cui questa sta per essere troncata dalla malattia – sta di fatto che sembra scattare in un lui un meccanismo psicologico che in un certo senso “normalizza” la portata debordante di questa scelta, legittimando ai suoi occhi la manipolazione, la menzogna e persino l’omicidio.

Ma da cosa ha origine questo meccanismo? Alla domanda si possono dare risposte diverse, tante quante sono le possibili chiavi di lettura di un’opera complessa, ricca e articolata come Breaking Bad. Rispetto alla chiave di lettura qui proposta, che si focalizza sul ruolo delle dinamiche impersonali di natura storico-sociale, per rispondere alla domanda diventa necessario “passare di livello”, spostandosi dal piano della psicologia e dell’analisi dei comportamenti e dei moventi individuali a quello dell’ideologia e del suo rapporto con il mondo reale. Walt/Heisenberg, come vedremo, è il perfetto interprete di quel che rimane del sogno americano in società devastata dalla crisi; e, nel percorrere in modo a modo suo (ossia in modo necessariamente eterodosso) la parabola dell'”eroe americano”, il personaggio di Walt è una potente bomba ad orologeria piazzata alle fondamenta stesse del mito.

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Il nuovo eroe di Main Street

 “Never give up control. Live life on your own terms.”

bb_3All’inizio della serie, Walt ci viene presentato come il tipico esponente di quella new middle class che il sociologo Charles Wright Mills descrisse magistralmente in un celebre saggio del 1951, “Colletti bianchi”. Una galassia sociale composita che, attraverso i decenni che ci separano dal secondo dopoguerra, è approdata fino ai giorni nostri per vedere i propri sogni di benessere, di ascesa sociale e di successo economico triturati dalla peggiore crisi economica e sociale dopo il 1929.

Non è un caso che per Walter White e la sua famiglia i soldi “siano sempre stati una preoccupazione”; al punto che il brillante chimico, che già deve fare i conti con la frustrazione per una carriera mancata nel mondo della riceca, è costretto ad unire all’insegnamento in una scuola superiore il lavoro part-time in un autolavaggio, pur di poter pagare il mutuo per una casa spaziosa in un quartiere rispettabile e di poter garantire ai propri figli un’istruzione di qualità.

Se i White sono il tipico esempio di una famiglia della middle class americana, siamo dunque ben distanti, fin dall’inizio, dal ritratto patinato e conciliante cui ci avevano abituato decenni di film e televisione. La crisi economica, per quanto venga chiamata in causa molto raramente nel corso della serie, si riflette già nelle condizioni di partenza della storia.

Nel descrivere questa condizione, inoltre, gli autori della serie non lesinano affatto sul realismo sociologico, come quando viene suggerita l’intima disumanità di un sistema sanitario in cui una seduta di chemioterapia non coperta da assicurazione arriva a costare 1.900 dollari (con la telecamera che si sofferma in modo eloquente sulla cifra riportata nell’assegno) o in cui, nello stabilire il percorso di riabilitazione di Hank in seguito alla sparatoria, il medico è rigorosamente affiancato da un consulente assicurativo – per cui il problema non è il percorso ottimale per il paziente (visto che il sistema sanitario non lo può fornire gratuitamente) ma quello compatibile, a livello di costi, con una data copertura assicurativa.

Il punto, tuttavia, non è la difficoltà economica in sé. La prerogativa dell’eroe americano, in fondo, è quella di poter far fronte ad ogni difficoltà a patto di aguzzare l’ingegno, di rimboccarsi le maniche e di avere sempre la forza di ripartire. Il mito degli Stati Uniti come “terra delle infinite possibilità” si fonda precisamente su questa idea di fondo: chiunque può farcela, chiunque può diventare una persona di successo, chiunque può aspirare alla propria fetta di indipendenza e di ricchezza. La stessa Costituzione americana – è sempre Wright Mills a sottolinearlo – è costruita su misura di una società fatta di piccoli proprietari e di piccoli produttori che scambiano beni e servizi su un libero mercato, meccanismo impersonale di equilibrio e riequilibrio che decide del successo o del fallimento dei singoli su basi puramente meritocratiche.

Il “sogno americano”, in altri termini, è la sintesi, sul piano mitologico, dell’ideologia delle vecchie classi medie americane, la cui età dell’oro si è definitivamente conclusa nel momento in cui uno sviluppo storico segnato dall’avanzata dello stato burocratizzato e del grande capitale ha originato, accanto alle grandi élite del potere politico ed economico, forze sociali compeltamente nuove: da un lato l’esercito del proletariato industriale, dall’altro le nuove classi medie.

Ma se la base sociale del sogno americano è venuta meno, il suo mito non è affatto tramontato. E la conclusione, paradossale, verso cui ci sembrano portarci gli autori di Breaking Bad, è che per il sogno americano c’è ancora uno spazio, persino in una società che dovrebbe mostrarne in modo irrevocabile l’anacronismo. La contropartita che ci viene offerta se vogliamo ancora credere in questo mito, naturalmente, non è delle più invitanti: accettare sin da subito la possibilità che il sogno possa trasformarsi nel peggiore degli incubi. Possibilità che diventa tuttavia esito necessario non appena le forze oggettive all’opera nella nostra società irrompono con tutta la loro forza nell’esistenza di colui che decida, nonostante tutto, di sposare il mito.

Per capire quale sia questo residuo “spazio” di praticabilità per il sogno americano, diamo un’occhiata al contesto, alla situazione oggettiva in cui Walt si trova ad interpretare la propria personalissima versione del mito. La Main Street su cui l’eroe americano si giocava la fortuna, forte solo del proprio fiuto e della propria indipendenza, non è più popolata di individui operosi, scaltri uomini d’affari, abili artigiani e piccole attività commerciali; è invasa invece da individui spiantati, disadattati, perlopiù giovani condannati alla disoccupazione e alla marginalità sociale, se non trasformati in veri e propri zombie dall’uso eccessivo di stupefacenti.

E tuttiavia è proprio per questa ragione che, nonostante tutto, c’è ancora una miniera di infinite opportunità per l’individuo intraprendente; a patto che costui abbia abbastanza “palle” per giocarsi le sue carte nell’unico mercato che offre delle reali opportunità di guadagno in questa Main Street grottescamente sfigurata: l’illegalità, il crimine, il mercato della droga.

La nuova (e ultima) frontiera del sogno americano, quindi, è la criminalità pura e semplice, priva di qualsiasi velo o copertura. Che le attività legali della buona vecchia Main Street non siano più un’opzione praticabile per l’uomo intraprendente, d’altronde, lo dimostra in modo eloquente il personaggio di Ted Beneke, che, dietro la facciata dell’uomo d’affari “vincente” nasconde il ricorso sistematico alla truffa contabile pur di tenere in piedi l’azienda di famiglia – e pur di non veder sparire dalla propria vita i lussi di cui ama circondarsi.

Si è detto, poco sopra, che gli autori della serie giocano in modo ironico e luciferino con questo fattore: prima presentandolo quasi come una reale possibilità di riscatto (così la vive il protagonista), e poi invece mostrando, tramite lo sviluppo della storia e il magnifico finale della serie, come questa possibilità sia del tutto fittizia e immaginaria. L’esito tragico è iscritto nell’ordine degli eventi; è cioè la conseguenza necessaria del voler rivivere il sogno americano in un’epoca che è incompatibile con le premesse stesse di questo sogno. Ed è precisamente a questo punto che entrano in gioco le forze impersonali più volte evocate, che è giunto finalmente il momento di chiamare “per nome e cognome”.

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La droga, il pollo fritto e lo spirito del capitalismo

“Jesse, you asked me if I was in the meth business or the money business. Neither. I’m in the empire business. “

bb_5La joint venture fra Walter White e Jesse Pinkman fa il suo ingresso nel mercato della droga come una start-up basata su una chiara divisione del lavoro: Walt si occupa della produzione, Jesse si prende in carico la distribuzione e la vendita. Tuttavia, i guadagni che derivano dalla vendita dei primi stock di metamfetamine non soddisfano affatto Walt: troppo rischio (“I’m breaking the law here!“) per poche centinaia di dollari. La “piccola impresa” avviata dai due con un piccolo investimento in mezzi di produzione (l’acquisto del camper [4], il furto dell’attrezzatura e della materia prima) deve inserirsi in un circuito di distribuzione più ampio per garantire un ritorno economico accettabile.

È precisamente a questo punto che le dinamiche storiche, economiche e sociali che innervano il modello di società in cui viviamo iniziano a manifestarsi in tutta la loro forza. Il primo ostacolo che i due aspiranti self-made men devono superare, nella loro ascesa verso il paradiso dei profitti illegali, è costituito dalle propaggini locali del Cartel che controllano distribuzione e vendita con un approccio che rimanda direttamente ai rapporti di produzione e alle dinamiche sociali dell’epoca feudale. A dominare, nel caso di figure come Tuco, i cugini Salamanca, don Hector e don Eladio, sono la coercizione violenta, la minaccia fisica, i rapporti di sangue. Come un signorotto medievale, Tuco gestisce il suo potere da una vera e propria fortezza, in cui le telecamere a circuito chiuso si sostituiscono a fossati e ponte levatoio, e in cui non manca ovviamente un piccolo esercito di guardie del corpo armate. Il suo potere sui subordinati è assoluto, ma gli deriva da qualcuno che sta più in alto di lui nella gerarchia del clan malavitoso.

Walt e Jesse riescono ad avere la meglio su Tuco, ma non spetta a loro il merito del trionfo definitivo del “nuovo” – rappresentato dalla produzione razionalizzata, su larga scala, a fini di profitto – sul “vecchio” – rappresentato invece dalla legge del sangue, dell'”onore”, del “rispetto” e dall’esibizione “muscolare” del potere acquisito. La vittoria è opera invece dell’ingegno machiavellico di Gustavo Fring, personaggio che incarna alla perfezione l’ideologia, il metodo, persino lo stile di vita sobrio e austero del moderno imprenditore capitalista.

Se le telecamere a circuito chiuso che proteggono la fortezza di Tuco hanno uno scopo protettivo, quelle che Gus piazza ovunque (nel megalaboratorio di meth come in tutte le filiali della sua catena di fast food) hanno una funzione totalmente diversa: il controllo della produzione. Le parole d’ordine dell’impero di Gus sono investimento intelligente, attento calcolo costi-benefici, elevata produttività, economia di scala. Il laboratorio sotterraneo per la produzione di metamfetamine è l’emblema della concentrazione del capitale e dei mezzi di produzione; la filiera distributiva, che opera sotto l’efficace copertura delle attività legali de Los Pollos Hermanos e “runs like a clockwork” (Mike dixit), è il culmine della razionalità organizzativa applicata alla distribuzione; il motto di Gus, “keep your friends close but your enemies closer“, rivela infine come il potere del denaro sia nulla senza la prossimità con il potere politico.

Per Jesse e Walt, lavorare per Gus Fring equivale a perdere la propria autonomia di liberi produttori. Poco importa che i soldi arrivino a palate. Per quanto Walt si sforzi di entrare nei panni del tecnico specializzato alle dipendenze della grande azienda capitalistica (con tanto di pranzo al sacco preparato con cura ogni mattina, orari di lavoro in cui manca solo il cartellino da timbrare, procedure lavorative standardizzate), la ribellione è alla fine inevitabile. Il dito medio mostrato con rabbia alla telecamera piazzata nel laboratorio è l’emblema della ribellione del piccolo uomo medio, che ha perso l’indipendenza ma non ha perso definitivamente l’orgoglio, nei confronti di un potere economico e politico vissuto come lontano e opprimente.

L’orgoglio di Walt, il suo attaccamento all’indipendenza di libero produttore, è strettamente legato alla gelosia per il suo prodotto, ossia per la metamfetamina blu “pura al 99,1%”. Walt ama guardare a se stesso come all’artigiano depositario di un sapere esclusivo, creatore di un prodotto di alta qualità e con un “marchio di fabbrica” inconfondibile. È per questo che non accetta di essere equiparato ad altri, di lavorare alle dipendenze di altri, di non avere campo libero nella scelta dei propri collaboratori o nel controllo del processo produttivo.

Sarà Mike Ehrmantraut – che dal canto suo non esita a definirsi “responsabile della corporate security” per l’impero imprenditoriale di Fring – a rinfacciare a Walt, con estrema lucidità, le vere ragioni che lo hanno spinto a ribellarsi all’austero imprenditore/criminale cileno e a spodestarlo: “You could have shut your mouth, cooked, and made as much money as you ever needed! It was perfect! But no! You just had to blow it up! You, and your pride and your ego! You just had to be the man!“.

Ecco quindi emergere almeno tre grandi “tendenze” di natura storica, sociale e ideologica che vengono abilmente messe a nudo con il procedere della trama:

(1) il passaggio dai rapporti sociali dell’epoca feudale a quelli tipici del capitalismo, ossia la transizione da un mondo regolato da rapporti fondati sul sangue e l’onore ad un mondo regolato da rapporti quantificabili in denaro;

(2) la tendenza alla concentrazione dei capitali e dei mezzi di produzione, alla razionalizzazione dei processi produttivi e distributivi e alla crescente commistione fra big business e big government, con il piccolo produttore che si trova a perdere la propria indipendenza;

(3) la sopravvivenza di un “orgoglio imprenditoriale” nella mentalità dei piccoli produttori e dei piccoli proprietari, che da un lato aspirano all’indipendenza dai meccanismi stritolanti del grande capitale, dall’altro sognano di sostituirsi ad esso.

Volendo leggere la vicenda di Breaking Bad nei termini di queste grandi tendenze generali, vediamo quindi come la quarta stagione si concluda con il riscatto della classe media nei confronti del grande capitale. “I won“, dice semplicemente Walt a Skyler, con un misto di sollievo e orgoglio. Il self-made man Walter White non solo ha riguadagnato la propria indipendenza ma, facendo crollare l’impero di Fring, è finalmente nelle condizioni di sostituirglisi. Quel che è certo, tuttavia, è che non può farlo da solo. Ha bisogno di ricostruire l’impero dalle fondamenta, senza tuttavia poter contare sui vantaggi di un meccanismo ben oliato e ben integrato nei circuiti della produzione e della distribuzione su larga scala, e della protezione garantita dalla vicinanza con il potere politico.

È a questo punto che entra in gioco la figura di Lydia Rodarte-Quayle, perfetto esempio del “colletto bianco” sociopatico, assetato di guadagno, privo di scrupoli e annidato nell’apparato pletorico di una grande impresa anonima multinazionale (tedesca, per giunta!). Lydia e la Madrigal Elektromotive, da questo punto di vista, rappresentano il grado successivo di sviluppo dell’azienda capitalistica rispetto all’impero individuale dell’imprenditore Fring. Laddove in quest’ultimo tutte le fasi del processo di valorizzazione – produzione, distribuzione, vendita, sorveglianza ecc. – erano integrate all’interno del sistema, ora accade precisamente il contrario: le singole fasi vengono esternalizzate, conferite in appalto; all’investimento diretto si sostituisce l’offerta ai “soci in affari” di esternalità positive: un accesso privilegiato alle materie prime (la metilammina) e nuovi sbocchi di mercato (la Repubblica Ceca). Non manca, inoltre, un’attenzione tutta particolare all’aspetto promozionale e al marketing (l’insistenza di Lydia sulla necessità che il prodotto sia di colore blu) [5].

Lo stesso metodo scelto da Walt per garantire al contempo efficacia e sicurezza alla produzione di meth trova un perfetto corrispettivo nella realtà del “turbocapitalismo” dei giorni nostri; talmente perfetto che sorge il sospetto che lo “stratagemma” non sia il frutto di una semplice trovata d’ingegno, ma riveli un intento esplicito da parte degli sceneggiatori. Nella quinta serie, infatti, dopo l’avventurosa precarietà delle “cotture” in camper e dopo l’esperienza alienante del grande laboratorio, la produzione si fa mobile, flessibile, just in time: le case sigillate per la disinfestazione cambiano settimana dopo settimana, il laboratorio viene smontato e rimontato continuamente, i sospetti vengono allontanati mescolando i fumi della produzione di meth con quelli degli agenti disinfestanti (forse un riferimento alla ricerca, da parte delle imprese capitalistiche “moderne”, di nuovi lidi nei quali produrre senza vincoli, sfruttando l’ambiente ed inquinando liberamente senza il timore conseguenze legali…?).

Dai rapporti feudali, al pionierismo imprenditoriale del piccolo produttore indipendente, fino alla produzione delocalizzata, passando ovviamente per la concentrazione di capitali e mezzi di produzione che ha caratterizzato la fase “matura” dello sviluppo capitalistico: la trama di Breaking Bad, letta in filigrana, è anche questo, ossia una metafora profonda ed illuminante delle dinamiche che hanno sospinto lo sviluppo storico e sociale dell’era moderna, non solo modificando i rapporti e i metodi di produzione, ma rivoluzionando la società in tutti i suoi aspetti, fino a metterne in discussione in modo radicale le fondamenta e i punti di riferimento. E anche qui Breaking Bad non delude, come vedremo gettando un’occhiata sul modo in cui viene affrontato il tema della crisi della famiglia come istituzione fondante l’ordine sociale.

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La famiglia: da sorgente della morale a meccanismo stritolante

“Someone has to protect this family from the man who protects this family.”

bb_6La famiglia è, da tutti i punti di vista, il principale punto debole di Walter White. È Tuco a ricordarglielo minacciosamente: “I like doing business with a family man, there’s always a lot of collateral” (S02 E02). Ma anche prima di intraprendere la carriera criminale, Walt vive il proprio rapporto con la famiglia e le sue responsabilità verso di essa dal punto di vista della sconfitta e del fallimento. È proprio questo senso di colpa – Walt non si sente all’altezza del ruolo di marito/padre in grado di provvedere alla propria famiglia – uno dei fattori che lo inducono a spendere le proprie competenze di chimico nel mercato delle droghe sintetiche.

Tutto si può dire, quindi, salvo che la condizione familiare dei White all’inizio della storia sia una condizione “felice”. O, quanto meno, che Walt la viva serenamente: il figlio disabile, la figlia non voluta, i debiti ecc. sono da lui percepiti come parte del fallimento complessivo della sua esistenza, non diversamente dalla mancata carriera professionale [6]. Certo è che, nel tentativo di riscattarsi tanto ai propri occhi quanto a quelli dei familiari, Walt getta le basi per la rovina della famiglia, trascinandola nel gorgo degli eventi in cui si trova implicato a causa della sua scelta criminale.

Walt non accetta la “carità” dei vecchi soci in affari che si sono offerti di pagargli le cure, e resta fermo nel suo proposito nonstante le insistenze di Skyler. Per quanto riguarda il rapporto con il figlio, non si accontenta della sua stima (“he’s a great father, a great teacher… he’s just decent“), ma vuole “potergli dare ciò che desidera” (si veda la vicenda dell’automobile) e incarnare ai suoi occhi un modello paterno “forte” [7]. Il feroce tentativo di iniziazione di Walter Jr. all’alcol è un esempio fra i molti possibili, tanto più significativo dal momento che fa emergere il rapporto di conflittualità latente con Hank, che gioca a sua volta un ruolo fondamentale nel tentativo di Walt di riscattarsi dalla condizione di uomo “mite”, frustrato, innocuo, passivo, alla quale tutti, con l’eccezione di Skyler, sembrano volerlo inchiodare.

Con l’eccezione di Skyler, appunto. Anche se il personaggio splendidamente interpretato da Anna Gunn è stato stigmatizzato pressoché senza eslcusione di colpi – venendo persino ridotto da qualche fine spirito analitico allo stereotipo della “moglie rompicoglioni e anche un po’ zoccola” – Skyler è una figura fondamentale, tutt’altro che priva di sfaccettature e, soprattutto, sintomatica. È anzitutto la prima persona – e l’unica, almeno fino alla scioccante scoperta di Hank – a intuire che Walt sta nascondendo qualcosa di più di uno spinello o di un occasionale tradimento. Ma, ciò che è più importante, il modo in cui sono raccontate la sua reazione alla trasformazione di Walt e le conseguenze di questa reazione, mette a nudo con straordinaria potenza, e in modo più efficace di tante possibili analisi, la condizione di drammatica solitudine e sottomissione che la donna è costretta a subire a causa del suo ruolo nel quadretto idilliaco della “famiglia tradizionale”.

La prima reazione di Skyler, quando capisce che Walt le sta nascondendo qualcosa di importante, è la rimozione. Rimozione cui fanno seguito il rifiuto, la fuga, la ritorsione. Ma dopo aver finalmente capito che Walt è uno spacciatore, e dopo averlo cacciato di casa chiedendo persino il divorzio, Skyler torna sui suoi passi e “accetta con condizioni” la scelta del marito, diventando sua complice (attiva) nell’operazione di riciclaggio. Nella ricerca di una soluzione al problema della montagna di contanti che Walt porta a casa grazie alla sua attività criminale, Skyler dimostra per giunta di essere una persona ricca di risorse e di inventiva – qualità, queste, che non era riuscita evidentemente ad esprimere fino a quel momento, confinata com’era nel ruolo di madre, moglie e casalinga.

Skyler paga in diversi modi, tutti egualmente orribili, le conseguenze della scelta del marito – ma sarebbe meglio dire: il desiderio nascisistico e tutto “maschile” di riscatto che muove le azioni di Walt. Ne fa le spese, anzitutto, perché, conoscendo entrambi i volti di Walt, è letteralmente terrorizzata dalla sua serena ipocrisia e dalla sua cronica propensione alla menzogna. Ne fa le spese perché, pur di non vedere rivelato il segreto di Walt, che porterebbe la famiglia alla rovina sicura, è costretta ad accettare di essere odiata dal figlio. Ne fa le spese, infine, perché, una volta venute a galla le azioni criminali di Walt, le toccherà affrontare agli occhi del mondo intero l’accusa di complicità con il marito e crescere due figli in totale solitudine, in un clima tutt’altro che sereno.

Insomma: Skyler White è a tutti gli effetti vittima del meccanismo stritolante della vita familiare e degli equilibri su cui questo meccanismo si fonda. L’effetto “stritolante” è tanto più palese e drammatico se si considera che, all’inizio della serie, Skyler ci viene presentata come perfettamente integrata nella routine familiare, oltre che come agguerrita portavoce della moralità che vede nel nucleo familiare il fondamento “sano” della società. Moralità che, nel corso della serie, subisce dei potenti scossoni e un’importante evoluzione (nel senso che questa moralità si relativizza profondamente), ma che non abbandona mai il personaggio, al punto di creare in esso una fonte di dissidio pressoché inconciliabile (si prenda la geniale sequenza della piscina).

Man mano che gli eventi procedono, e man mano che Skyler si trova ad apprendere delle attività di Walt e delle sue conseguenze, l’equilibrio e la serenità familiare si manifestano come qualcosa di sempre più precario, ipocrita, spudoratamente falso. Questa falsità la percepiamo proprio attraverso lo sguardo sconcertato e terrorizzato di Skyler [8], al punto che nel corso della serie siamo portati ad odiare fin dal profondo del cuore la versione “familiare” di Walt e ad immedesimarci anzi in lei (a chi scrive, quanto meno, è accaduto). L’intero castello di carte della “moralità familare” crolla così sotto i nostri occhi, fino al drammatico epilogo.

Per quest’esito sarebbe certo facile incolpare la “volontà di potenza” che si impadronisce di Walt, o anche solo il narcisismo, l’egoismo e il gretto spirito di rivalsa che lo spingono ad insistere nella carriera criminale anche quando non ce ne sarebbe più bisogno – e che sono collegati, come si è visto, alla gelosia per il proprio prodotto e per la condizione emancipatoria di libero produttore indipendente. Oppure, volendo restare sordi e ciechi a questi aspetti che pure caratterizzano il personaggio di Walt, si potrebbe pur sempre incolpare la dinamica inesorabile degli eventi, per cui una scelta sbagliata se ne trascina inevitabilmente dietro altre mille. Ma anche qui, come in precedenza, può essere interessante e utile leggere la vicenda in un’ottica del tutto diversa, incentrata sul social commentary implicito più che sull’analisi psicologica o sulle dinamiche narrative.

Se vogliamo leggere con questi occhiali analitici la vicenda della famiglia White, la “morale” è presto tratta: i “valori”, i punti di riferimento ideali della classe media (e la famiglia è senz’altro il più importante di questi dopo la tutela della libertà dell’individuo proprietario) sono destinati a manifestarsi per quello che sono – ridicole finzioni imbevute d’ipocrisia e di falsità – di fronte a ciò che consegue nella realtà dei fatti alla loro piena e compiuta applicazione. Walt distrugge la famiglia proprio nel tentativo di proteggerla e tutelarla; distrugge se stesso nel ruolo di padre e marito proprio mentre cerca di dimostrarsi un padre e un marito “vero”.

Il successo individuale è nulla senza il riconoscimento, e il luogo primario in cui si gioca questo riconoscimento è la famiglia e il regno degli affetti. Eppure, il tentativo da parte di Walt di riscattare il proprio insuccesso sposando fino alle estreme conseguenze l’unica edizione disponibile del “sogno americano”, lo porta a scontrarsi sia con le dinamiche profonde del capitalismo come modello di organizzazione economica e sociale, sia con l’inesorabile tramonto della famiglia come istituzione “fondante” l’ordine sociale. Il sogno di autonomia e riscatto per sé e per la propria famiglia si trasforma, così, nel peggiore degli incubi.

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Generazione perduta

 “Well, I’ll tell you, I know a lack of motivation when I see it.”

bb_10Nel social commentary implicito che ho cercato di mettere in luce fino ad ora, la figura di Jesse Pinkman svolge un ruolo fondamentale. Se tutti ricordiamo fin troppo bene le agghiaccianti considerazioni di Mario Monti sui trentenni come “generazione perduta”, converrà forse partire proprio da qui per inquadrare il ruolo complessivo di Jesse nella sottotrama storico-sociale che innerva la vicenda di Breaking Bad.

All’inizio della serie, Jesse ci viene presentato come il perfetto esponente di una gioventù “persa”, scarscamente scolarizzata, tendenzialmente nullafacente, attirata come una mosca dagli abbaglianti lampioni dell’edonismo e dei guadagni facili nel mondo della piccola criminalità. Gli allievi annoiati, disinteressati e lagnosi di Walt sono, a loro volta, tanti piccoli Jesse “in potenza”. Gli stessi amici di Jesse – Badger, Skinny Pete, Combo – sono ritratti come nerd rincoglioniti, incapaci di pensare ad altro che alla droga, ai videogiochi, al divertimento più degradante. Questo, nonostante almeno uno di loro (Combo) provenga da una poverissima famiglia di immigrati.

Cooptato nell’avventura imprenditoriale di Walt – nel corso della quale il rapporto tra i due si sviluppa fino a imitare e a surrogare, nei fatti, il rapporto fra padre e figlio – Jesse subisce tuttavia una veloce e drammatica trasformazione. Messo di fronte alle sue responsabilità di dipendente, di “socio in affari”, di fedele e fidato collaboratore (a seconda di coloro per i quali, o con i quali, lavora di volta in volta) viene costretto non solo a ripulirsi dalle droghe e a rinnegare la sua vita precedente, ma ad affrontare sacrifici enormi – fra cui la lacerante perdita di Jane – e a fare i conti con l’omicidio.

Così come la vicenda di Walt può essere letta come una tragica parodia del “sogno americano”, la vicenda di Jesse è sviluppata dagli autori nella forma di un rovesciamento sadico del “romanzo di formazione”. Il sadismo, naturalmente, è quello di un’intera società, di un intero modello di organizzazione socio-economica, che sacrifica le nuove generazioni condannandole al ruolo di vittime predestinate degli errori delle generazioni precedenti, delle storture del sistema, dell’immoralità e dell’assenza di scrupoli su cui il sistema stesso fonda il suo funzionamento.

La “ricompensa” ideata dagli sceneggiatori per i sacrifici personali di Jesse, per le scelte dolorose cui viene messo di fronte, per la sua trasformazione da “ragazzino rincoglionito” in freddo esecutore di ordini, ha dell’incredibile: la schiavitù in un vero e proprio campo di lavoro, con tanto di catene, filo spinato e sorveglianti nazisti. Cosa ci suggerisce, allora, questa immagine potentissima? Forse che, dopo aver allettato i giovani con sogni di autonomia, di successo e di fama, il sistema in cui viviamo li condanna a misurarsi con una realtà completamente priva di prospettive reali e concrete, in cui la sorte migliore che può capitare è quella di finire a lavorare con contratti ridicoli e paghe da fame alle dipendenze, magari, di qualche grande multinazionale della distribuzione…?

Breve inciso: il fatto che gli autori della serie abbiano scelto una gang di suprematisti bianchi nel ruolo di sicari e produttori per conto terzi alle dipendenze di Lydia, è a sua volta un dato che fa riflettere. Anzitutto, le condizioni di lavoro sotto il regime del nuovo capitalismo “flessibile” vengono in questo modo equiparate a quelle dei campi di concentramento nazisti (il campo di lavoro in cui è rinchiuso Jesse potrebbe ricordare tranquillamente una delle svariate export processing zone cresciute come i funghi nei paesi del Terzo Mondo in seguito ai processi di deindustrializzazione delle economie occidentali). Ma, oltre a questo, la scelta dei nazisti di Uncle Jack come “braccio operativo” del grande capitale anonimo sembra quasi un omaggio involontario al Daniel Guérin di “Fascismo e grande capitale”!

Torniamo però alla parabola di Jesse. C’è un tratto caratteriale del tutto peculiare che Jesse si porta dietro durante l’intera serie, e che né la follia del rapporto con Walt, né il lavoro alle dipendenze di Fring riescono a raschiare via del tutto. Si tratta di un elemento che sembra scaturire dal rapporto di Jesse con la propria infanzia, se non addirittura dal fatto che il personaggio è, per molti aspetti, un “ragazzino mai cresciuto”. Fatto sta che, di fronte ai bambini – il fratello più piccolo, il figlio della coppia di drogati che derubano Skinny Pete, Brock, Drew Sharp – si manifestano alcuni aspetti della personalità di Jesse che rivelano un animo gentile, sensibile, profondamente empatico. La stessa cosa si potrebbe dire del suo rapporto, via via sempre più combattuto, con il denaro sporco accumulato grazie all’attività illegale, fino alla decisione finale di distribuirlo a manciate in un quartiere poverissimo di Albuquerque.

È forse proprio questa propensione all’empatia, e la conseguente maturazione di profonde remore morali rispetto al mondo criminale nel quale si trova invischiato (potente metafora del mondo reale, come spero sia ormai abbastanza chiaro), il fattore-chiave per capire il motivo per cui Jesse viene, alla fine, “risparmiato” dagli autori della serie. Vittima di un “sogno americano” fasullo e anacronistico, che non ha mai sentito come veramente suo, Jesse conserva una qualità positiva che, a dispetto delle disavventure, dell’umiliazione e della sofferenza patita, sopravvive alle avversità e finisce per rappresentare, a suo modo, una possibile ancora di salvezza per un futuro migliore.

Se l’empatia non salverà il mondo, il fatto che le nuove generazioni non la perdano definitivamente per consegnarsi mani e piedi legati alla brutalità del mondo in cui si trovano a vivere è comunque un piccolo elemento di speranza che neppure la serie televisiva più nichilista di sempre sembra volerci negare.

***

Una folle manciata di nulla [9]

 “I did it for me. I liked it. I was good at it. And… I was… really… I was alive.”

bb_8L’amara ammissione di Walt nell’ultima puntata della serie è l’ammissione di una sconfitta, di un fallimento. Riconoscendo di aver agito “per se stesso”, Walt prende atto del carattere nichilistico della propria volontà di riscatto. Questo ovviamente non significa che Walt non avesse creduto, e con convinzione, alle proprie menzogne sulle ragioni per cui aveva intrapreso la carriera criminale; significa semplicemente che, vedendo crollare il castello di carte così faticosamente edificato, si trova costretto ad ammettere che le sue illusioni non hanno retto all’impietosa prova dei fatti. La scelta di “mettersi in proprio” non solo non gli ha permesso di riscattarsi dal fallimento della propria esistenza ma ha anche distrutto tutto quello che, nel corso di quell’esistenza anonima ma dignitosa, era comunque riuscito a costruire.

Walt ha inseguito un miraggio e, nel farlo, si è trasformato in un mostro. O, meglio, ha fatto uscir fuori il mostro che era cresciuto in lui, nutrito da anni di frustrazioni e sfortune. Rivivere il sogno americano in un mondo segnato dalla crisi e dominato da forze completamente sottratte al dominio e al controllo dei singoli individui, equivale quindi a condannarsi alla sconfitta, facendo emergere la falsità e l’anacronismo di un’idea di società e di famiglia ordinate, pacificate e serene.

Di fronte alla crisi economica, sociale, morale che sta minando alle fondamenta il mondo industrializzato e “benestante”, non c’è via di scampo individuale o familiare che tenga. Il riscatto, se cercato in quella direzione, potrà essere soltanto apparente e precario, e le forze disgreganti evocate dalla decisione, da parte del singolo, di muovere guerra in totale solitudine al sistema nel suo complesso si faranno carico di mettere a nudo il carattere illusorio di un simile tentativo di emancipazione.

È significativo che Breaking Bad abbia riscosso un così grande successo negli Stati Uniti, non solo creando una folla di seguaci e fan, ma ottenendo un ampio riconoscimento da parte della critica. Proprio mentre i miti del sogno americano, del riscatto individuale e della morale familiare vengono impietosamente smascherati come altrettante finzioni, vediamo infatti muoversi nella società americana tendenze inaspettate: l’elezione di una candidata socialista alle elezioni comunali di Seattle, il cambiamento di percezione rispetto all’idea di una società organizzata in senso socialista, il riemergere della lotta di classe (gli scioperi dei dipendenti delle catene di fast food, le rivendicazioni per il salario minimo ecc.).

Se la via di fuga individuale, fondata sui miti che hanno nutrito per decenni l’ideologia ufficiale della società americana, non è più praticabile, ciò può significare una cosa soltanto: le nostre speranze di emancipazione possono passare soltanto attraverso la lotta e l’organizzazione collettiva. Breaking Bad non tocca per nulla questo aspetto, e non avrebbe alcun senso aspettarsi che lo faccia; nel mettere a nudo la realtà dietro al mito e nel mostrare con il loro vero volto le dinamiche profonde che muovono la società capitalistica, tuttavia, lascia aperta la questione, e ci spinge ad interrogarci con grande attenzione sul nostro futuro.

NOTE

[1] I muri dei bagni pubblici, a volte, regalano perle di saggezza come questa.

[2] Per restare a quanto riportato dagli autori della serie a proposito della trasformazione del personaggio, non abbiamo quindi una piena e compiuta transizione “da Mr. Chips a Scarface”; semmai, Mr. Chips e Scarface – ossia due personaggi che non hanno assolutamente nulla in comune – si fondono e si ibridano in modo paradossale ed esplosivo nella figura di Walter White.

[3] Valga, su tutto, questa considerazione di Bryan Cranston sul suo personaggio: “what I’ve learned about people, is that, given the right set of circumstances, even the meekest person […] can be dangerous. […] A seemingly harmless animal, when cornered, comes out fighting” (qui l’intervista completa).

[4] Il fatto che le prime “cotture” di metamfetamina avvengano in un camper parcheggiato in mezzo al nulla, sul terreno di una grande riserva indiana, sembra rappresentare un ulteriore riferimento al “mito della frontiera”, ossia alle origini del capitalismo americano e dell’ideologia ad esso legata.

[5] Semplicemente geniale, da questo punto di vista, la soluzione proposta da Uncle Jack al problema del colore delle metamfetamine prodotte da Todd, che non soddisfano Lydia proprio perché non sono blu: aggiungere un po’ di colorante.

[6] “The truth is I couldn’t stand to spend another second in that house. I just had to… get out. And so I left. […] Doctor, my wife is seven months pregnant with a baby we didn’t intend. My fifteen-year old son has cerebral palsy. I am an extremely overqualified high school chemistry teacher. When I can work, I make $43,700 per year. I have watched all of my colleagues and friends surpass me in every way imaginable. And within eighteen months, I will be dead. And you ask why I ran?” (episodio 3, serie 2).

[7] Il culmine del rapporto fra padre e figlio è la puntata 10 della quarta serie, grazie anche ad uno splendido monologo in primissimo piano interpretato magistralmente da Bryan Cranston. Walt, reduce dalla violenta lite con Jesse, si vergogna di fronte al figlio del proprio stato, e afferma di non voler essere ricordato in quel modo. Tuttavia, nonostante la condizione pietosa del padre, Walter Jr. dimostra di volergli bene e di non aver perso un briciolo di stima nei suoi confronti. Quello che dice il ragazzo è tuttavia estremamente importante: “Remembering you that way wouldn’t be so bad. The bad way to remember you would be the way you’ve been this whole last year. At least last night you were… you were real“. È come se Walter Jr. percepisse, nel profondo del suo cuore, che l’immagine paterna “forte” che Walt ha cercato di dare è, a conti fatti, fasulla e controproducente.

[8] Emblematica, a questo proposito, la sequenza in cui Walt e Walter Jr. guardano “Scarface” alla televisione compiacendosi del bagno di sangue finale, e in cui Skyler assiste alla scena incredula e terrorizzata (episodio 3 della quinta serie).

[9] “A crazy handful of nothing” è il titolo, profetico, del sesto episodio della prima serie.

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2 risposte a Nichilismo in blu

  1. Firpo ha detto:

    Analisi stupenda! Complimenti

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