Il talento del “non smentirsi mai”

TsiprasEcco finalmente un articolo che, sia pure involontariamente, sintetizza in modo esemplare le ragioni per cui la lista “L’altra Europa con Tsipras” non è e non può essere un’opzione per chi vuole lottare per una società diversa (in cui la ricchezza non sia concentrata nelle mani di pochi, ma sia utilizzata a vantaggio di tutti) e per chi vuole mantenere viva l’eredità del movimento operaio, della sinistra e delle sue conquiste storiche. Men che meno, questa Lista potrà rappresentare un’occasione per farla rinascere, la sinistra.

Le illusioni che hanno spinto molti militanti di base, attivisti, lavoratori e intellettuali ad aderire in buona fede a questo progetto e a sostenerlo ruotano tutte intorno all’idea per cui sarebbe possibile “cambiare di segno” le politiche dell’UE lavorando all’interno delle sue istituzioni, in particolare il Parlamento Europeo (che, come è risaputo, è un’organismo privo di potere legislativo, dato che le sue prerogative si limitano alla ratifica di decisioni prese altrove). Su queste illusioni, poi, pezzi significativi di un ceto politico di sinistra ormai delegittimato e in bancarotta stanno costruendo l’ennesimo tentativo di recuperare delle posizioni all’interno di quelle istituzioni – attenendosi allo stesso cretinismo parlamentare che tanto ha contribuito a delegittimare e marginalizzare la sinistra.

Come l’articolo di Teresa Pullano dimostra in modo inequivocabile, sia le illusioni dei sostenitori in buona fede, sia l’opportunismo dei “capi e capetti” in cattiva fede, eredita tutti gli errori – più di natura dolosa che di natura colposa, a dire il vero – commessi dalla sinistra italiana, e dal PCI nello specifico, dal Dopoguerra in poi. E non è affatto un caso che l’autrice dell’articolo presenti Tsipras come erede dell’eurocomunismo berlingueriano! Manca solo, a questo punto, che si torni a parlare di democrazia progressiva – il paravento ideologico messo in piedi da Togliatti per giustificare le politiche del PCI dalla “svolta di Salerno” (con il conseguente sostegno al Governo Badoglio), al “produttivismo” degli anni ’50-’60.

Democrazia progressiva, eurocomunismo, benicomunismo, teorie moltitudinarie, movimentismo… altrettante perversioni della teoria, condotte allo scopo di giustificare una pratica opportunistica, riformista o rinunciataria.

La liquidazione dell’approccio rivoluzionario da parte del PCI ha significato, sul lungo termine, l’abbandono dei ceti popolari e delle classi lavoratrici ad un destino di frammentazione, sfruttamento, miseria crescente. I vari partiti di centrosinistra eredi del PCI – dal PDS di Occhetto al Partito Democratico – hanno riversato tutte le loro energie, negli ultimi vent’anni, nel tentativo di accreditarsi agli occhi del grande capitale come partiti “affidabili”, sostenendo privatizzazioni, tagli al welfare, attacchi al mondo del lavoro. Lo stesso processo di unificazione europea è stato magnificato e sostenuto in modo totalmente acritico, nell’interesse di chi, da questo processo, aveva tutto da guadagnare. Le conquiste e le riforme ottenute grazie alle grandi lotte degli anni ’60 e ’70 – a partire dallo Statuto dei Lavoratori – sono state puntualmente liquidate o svuotate di ogni significato sostanziale.

Ora si pretende di applicare la stessa logica in una fase in cui, a differenza di quanto accadeva negli anni ’50 o ’60, le organizzazioni di massa della classe lavoratrice sono prive di potere conflittuale, in cui i movimenti sociali sono al loro minimo storico, e in cui il consenso dei ceti popolari si orienta altrove – e non perché il popolo sia stupido, ma perché che cosa sia davvero questa Unione Europea, quale sia la sua vera natura economica, politica e sociale, i ceti popolari lo vivono sulla propria viva pelle ogni giorno. La sua stessa architettura istituzionale, inoltre, fa sì che i margini di azione democratica all’interno della UE siano estremamente ridotti – di sicuro, molto più di quanto non lo fossero nello Stato liberal-democratico novecentesco.

Se la prospettiva fondata sulla “compartecipazione” ai meccanismi della democrazia liberale si è dimostrata così poco produttiva in una fase in cui il movimento operaio e le lotte sociali erano in forte ascesa, questa idea non può che risultare puramente velleitaria in una fase in cui, per sostenere le rivendicazioni di diritti e spazi di contrattazione, non si può contare neppure sul sostegno di massa da parte dei lavoratori e dei ceti popolari. Sostegno di massa che andrebbe pazientemente ricostruito attraverso un lungo lavoro di radicamento e di “ritorno alle origini”, non fosse che l’unica preoccupazione del ceto politico di sinistra sembra in realtà quella di recuperare a tutti i costi qualche poltrona nei Parlamenti o negli organismi amministrativi, anche quando questi ultimi sono privi di prerogative democratiche e si riducono ad una semplice “facciata”!

L’utopismo riformista dei settori di sinistra che ancora piangono sulla tomba del vecchio PCI difficilmente troverà riscontro nella società. Ammesso e non concesso che la “Lista Tsipras” raccolga le firme necessarie a presentarsi, bisognerà vedere in quanti saranno disposti a votarla. E’ molto più probabile, invece, che in buona parte dell’Europa il dissenso – che nelle sue ragioni “materiali” è più che legittimo – verso l’Unione Europea sia catalizzato da forze reazionarie di destra. Ma che cosa hanno fatto veramente questi soloni di sinistra per arginare la marea montante delle destre? Nulla più che generici appelli moraleggianti contro il “populismo”, incapaci di incidere sulla coscienza dei ceti popolari, o di conquistarli ad un programma di sinistra.

La sinistra tradizionale, insomma, ha fatto poco o nulla, in questi anni, per recuperare ad una prospettiva di classe e di lotta i settori di società colpiti dalla crisi, e ora raccoglie semplicemente ciò che (non) ha seminato.

Sia chiaro: la soluzione non è il ritorno alle identità nazionali o alla sovranità monetaria, ed è giunto il momento di dire chiaramente che l’alternativa non è fra questa “soluzione” e la pacifica azione riformista dentro i ristretti confini delle istituzioni europee.

La sopravvivenza dell’Unione Europea – un castello di carte economico-politico che si regge su contraddizioni enormi ed insanabili, destinate ad esplodere fragorosamente – è di certo incompatibile con un futuro basato sulla giustizia sociale. Non si difende, né tanto meno si rilancia la giustizia sociale semplicemente contrattandola con le istituzioni tecnocratiche dell’Europa Unita.

Per l’UE, le politiche neoliberali non sono una scelta: le istituzioni sui cui si fonda, anche solo per sopravvivere, devono imporre l’austerità. Le politiche neoliberali sono inscritte nella natura stessa del progetto di unificazione europeo, così come il predominio del grande capitale e delle borghesie nazionali era (ed è) iscritto nella natura stessa dello Stato-Nazione. Pretendere di “piegare” a vantaggio dei ceti sfruttati il funzionamento di istituzioni nate per servire gli interessi del grande capitale significa coltivare un’illusione. Se anche queste istituzioni possono cedere temporaneamente sotto la pressione delle lotte, com’è accaduto negli anni ’60 e ’70, prima o poi si riprenderanno tutto con tanto di interessi, come dimostra la storia degli ultimi trent’anni.

Se davvero vogliamo un’altra Europa (un’Europa autenticamente sociale), dobbiamo prima liquidare questa Europa. E per farlo non basta rivendicare la sovranità monetaria, così come non basta piazzare qualche eletto al Parlamento Europeo. Il potere politico resterà nei fatti sotto il controllo di chi detiene il potere economico fin tanto che continueranno ad esistere le istituzioni create appositamente per gestire e amministrare questo intreccio di poteri.

Se uno Stato sovrano che emette la propria moneta attraverso una propria Banca Centrale ha maggiori margini di spesa pubblica rispetto ad uno Stato sottoposto ai vincoli criminali dell’Unione Europea, le politiche economiche adottate da questo Stato sovrano andranno comunque a tutto vantaggio degli interessi del grande capitale, fin tanto che il potere di quest’ultimo non sarà sfidato e messo in questione. In più, sappiamo fin troppo bene che un’eventuale uscita dall’Euro “gestita dall’alto” metterebbe l’economia italiana ancora più in ginocchio, almeno sul breve termine.

Per far sì che la dissoluzione dell’UE vada a vantaggio dei ceti popolari e dei lavoratori, non basta quindi auspicare l’uscita dall’Euro: bisogna mettere in discussione il modo stesso in cui è gestita e organizzata la produzione. La liquidazione del progetto tecnocratico di unificazione europea dev’essere il frutto di una lotta contro l’austerità da condurre non solo in opposizione alle politiche neoliberali dell’UE, ma anche in opposizione a quanto fanno i singoli governi nazionali. E la contestazione non si può limitare alla sfera politica, ma deve toccare il modo stesso in cui funzionano l’economia e la società in cui viviamo.

Il processo contrario – ossia il miraggio di un miracoloso superamento dell’austerità attraverso un’uscita dall’Euro – si tradurrebbe semplicemente in un disastro.

Se la prospettiva delineata sia praticabile o meno nelle attuali condizioni, è tutto un altro discorso, visto lo stato penoso in cui versano la sinistra, i movimenti, le lotte sindacali. Quel che è certo, è che progetti politici come quello messo in campo dalla Lista Tsipras rinunciano in partenza a far propria una prosettiva del genere – che implicherebbe un difficile e faticoso lavoro di ricostruzione “da zero” – e preferiscono ripetere per l’ennesima volta gli errori del passato, lanciando campagne simboliche limitate all’appuntamento elettorale e adottando come visione politica generale un riformismo socialdemocratico velleitario e stantìo.

Prima che una sinistra degna di questo nome abbia la possibilità di rinascere conosceremo quindi, con ogni probabilità, un’ondata di populismo reazionario di proporzioni spaventose, come sembrano dimostrare i sondaggi per le elezioni europee in Francia, con il Front National accreditato come primo partito. Se raccoglieremo i frutti velenosi della barbarie, dovremo però essere consapevoli che, a questa barbarie, le vestali dell'”eurocomunismo” e della “via democratica al socialismo” hanno contribuito, anche se solo passivamente, con il loro opportunismo, la loro debolezza (pratica e teorica), la loro coazione a ripetere, il loro conformismo. Un motivo in più per invitarli a ritirarsi, una buona volta, a vita privata.

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