I nuovi populismi, la sinistra e l’“imprenditoria del consenso”

La recente affermaziil_grande_dittatore.1259774625one del Front National alle elezioni amministrative in Francia, la riconferma della destra di Orbán in Ungheria e l’approssimarsi delle elezioni europee – con il Movimento 5 Stelle che si attesta oltre il 20% nei sondaggi – hanno riportato al centro dell’attenzione il dibattito sui nuovi populismi, che si dimostrano capaci di riscuotere un consenso sempre più ampio fra i ceti popolari di un’Europa colpita dalla crisi e dalle politiche di austerità.

La probabile conferma di un consenso di massa verso il M5S alle elezioni europee appare tanto più sorprendente se si considerano le difficoltà che il soggetto politico lanciato qualche anno fa da Beppe Grillo sta attraversando in questo momento. Le fratture interne al gruppo parlamentare, il ricorso frequente alle espulsioni per circoscrivere e rimuovere gli elementi di dissenso, fino all’impasse in cui si trova intrappolata la giunta Pizzarotti a Parma (primo capoluogo di provincia “espugnato” dal M5S), sembrano intaccare in modo molto limitato il sostegno di vasti strati della popolazione verso i 5 Stelle.

Per tentare di comprendere le ragioni di questa apparente contraddizione – oltre che per introdurre qualche elemento utile al dibattito sui nuovi populismi europei, sul loro “stile” politico, e sulle strategie più adeguate per rispondere politicamente alla loro crescita – mi servirò delle indicazioni elaborate da alcuni attenti osservatori di uno dei primi e più significativi fenomeni neo-populisti degli ultimi trent’anni: quello leghista. Tra l’inizio e la metà degli anni ’90, nel momento in cui la Lega Nord di Umberto Bossi conosceva una rapida e sorprendente ascesa, politologi e sociologi come Ilvo Diamanti e Roberto Biorcio hanno elaborato delle proposte di analisi che offrono a tutt’oggi delle indicazioni molto utili per una migliore comprensione del nuovo populismo.

Principale linea-guida del ragionamento sarà la definizione dei nuovi soggetti politici di matrice populista come imprenditori politici. Per capire in che senso vada intesa questa espressione, vale la pena partire dall’inizio: dal momento in cui, cioè, i nuovi “imprenditori” del consenso (e del dissenso) fanno la loro prima comparsa sulla scena politica italiana.

Alle origini del populismo leghista

01La nuova fase storica che si apre fra gli anni ’70 e ’80 è caratterizzata dalla ristrutturazione a livello globale della società capitalistica. I mutamenti in ambito sociale ed economico indotti da questa ristrutturazione, rafforzati in seguito dall’implosione del blocco socialista e dai duri colpi inferti al sistema di potere della Prima Repubblica dalle inchieste di Tangentopoli, fanno sì che vengano progressivamente a cadere i “pilastri” su cui si era costruito fino ad allora il consenso politico in Italia: l’appartenenza di classe e certi riferimenti di tipo socio-culturale, primo fra tutti l’appartenenza alla comunità cattolica.

Accanto alle grandi identità politico-ideologiche iniziano però ad entrare in crisi anche quelle “sub-culture politiche territoriali” il cui consolidamento, nei decenni precedenti, aveva accompagnato il forte radicamento di alcune forze politiche in particolari contesti geografici: la Democrazia Cristiana nelle province del Nordest, ad esempio, e il PCI nelle “regioni rosse” dell’Italia Centro-Settentrionale. Come sembrano dimostrare gli studi di Ilvo Diamanti sulle aree tradizionalmente “bianche” della pedemontana veneta, il logoramento di queste sub-culture sarebbe iniziato, in realtà, prima ancora della crisi delle ideologie novecentesche e dell’implosione dei grandi partiti di massa.

Il fenomeno trova una spiegazione nei mutamenti profondi cui è andato incontro il sistema produttivo italiano in seguito alla crisi degli anni ’70. L’esigenza di rilanciare l’accumulazione capitalistica e di rimuovere il suo principale ostacolo – rappresentato dalla crescente conflittualità della classe operaia dei grandi centri industriali – avevano spinto già nel decennio precedente verso un crescente decentramento produttivo: le reti della piccola e media impresa, collocate in aree “periferiche” dell’Italia Settentrionale (la pedemontana veneta e lombarda) conobbero così una fase di crescita rapidissima, cui si accompagnò un altrettanto rapido aumento del benessere materiale e delle richieste di attenzione da parte di una politica nazionale e di un governo centrale percepiti come sempre più distanti dalle esigenze dei territori.

Già nei primissimi anni ’80, però, la crescita economica di questi territori conosce la sua prima battuta d’arresto, suscitando nei segmenti di società che avevano goduto della precedente espansione i primi significativi malumori. Malumori che i risultati elettorali “registrano” in modo quasi pedissequo, a dimostrazione di quanto si stia facendo largo, fra la popolazione di quelle aree, la percezione di una netta sproporzione fra la propria importanza economica e il grado di rappresentanza politica dei propri interessi da parte delle tradizionali forze politiche di riferimento (la DC, soprattutto) nelle strutture dello Stato centrale. Alle elezioni politiche del 1983, così, la Łiga Veneta di Franco Rocchetta riesce ad eleggere un deputato e un senatore al Parlamento nazionale; negli anni successivi, il fenomeno delle leghe autonomiste esplode anche nelle aree “periferiche” della Lombardia (Bergamo, Como, Sondrio, Varese).

L’analisi del fenomeno proposta da Diamanti si basa sull’individuazione di una stretta correlazione statistica fra il livello di consenso verso le forze autonomiste e svariati fattori di carattere sociale, economico e politico-culturale che caratterizzano le aree in cui queste forze conoscono la loro prima, sorprendente affermazione: presenza di precedenti sub-culture politiche (si tratta di aree di tradizionale egemonia democristiana), secolarizzazione (in queste zone il senso di appartenenza alla comunità cattolica, misurato dalla frequenza di partecipazione alle messe, è andato via via logorandosi), tasso di industrializzazione (elevatissimo in tutte le aree di prima affermazione del fenomeno leghista), reddito e benessere materiale (cresciuto a ritmi vertiginosi negli anni precedenti), trasferimenti economici dal governo centrale (inferiori rispetto ad altre zone del Nord e del Paese).

Il significato di questa correlazione appare evidente: molto più dei richiami simbolici all’identità “nazionale” veneta o lombarda che caratterizzano la retorica delle leghe autonomiste, a risultare determinante è la richiesta di una maggiore tutela degli interessi materiali delle zone periferiche del Nord, che rivendicano una maggiore attenzione da parte del “centro”. La brillante intuizione di Umberto Bossi, fautore dell’unificazione fra leghe regionali nella Lega Nord, sta proprio in questo: nel capire che è possibile garantire al soggetto leghista un consenso di massa appellandosi al territorio come portatore di precisi interessi, scarsamente rappresentati dalla politica tradizionale.

Se, fra le leghe autonomiste del Nord, è proprio la Lega Lombarda ad assumere un peso egemonico, ciò accade precisamente perché il “senatùr” capisce prima e meglio degli altri leader regionalisti che l’etno-nazionalismo – ossia la rivendicazione di un’identità nazionale basata sull’esistenza di una lingua, una tradizione e una cultura – da solo non basta. Grazie a questa intuizione, come sottolinea Diamanti, nel momento in cui sarà l’intero sistema di potere della Prima Repubblica ad essere messo letteralmente “sotto inchiesta”, la Lega potrà candidarsi a svolgere un ruolo ancora più ambizioso: quello di “levatrice del rinnovamento istituzionale di tutto il paese”.

I nuovi soggetti politici come “imprenditori” del consenso

02In seguito agli scandali che hanno colpito la sua leadership qualche anno fa, la Lega Nord, primo soggetto neo-populista a fare la sua comparsa sulla scena politica nazionale, ha conosciuto una crisi profonda. Alle ultime elezioni politiche, il partito di Bossi ha perso la metà dei consensi persino nelle sue roccaforti storiche, e i sondaggi sulle intenzioni di voto alle prossime europee la danno poco sopra il 5%. Nel corso dei quasi trent’anni che ci separano dalle prime storiche affermazioni in Veneto e Lombardia, inoltre, la Lega ha più volte cambiato pelle, dimostrando da un lato una forte capacità di adattamento alle diverse circostanze, dall’altro, soprattutto nell’ultimo decennio, l’innegabile tendenza ad una progressiva normalizzazione nell’ambito delle forze di centrodestra.

Il meccanismo di creazione e valorizzazione del consenso che ha consentito alla Lega di affermarsi fra gli anni ’80 e ’90, tuttavia, è stato utilizzato e messo a frutto, negli anni, anche da altri soggetti, primo fra tutti il partito-azienda di Silvio Berlusconi, Forza Italia. Nel paragrafo precedente, tuttavia, ho cercato di mostrare come, affinché il meccanismo funzioni, non sono sufficienti il carisma di un leader e una propaganda efficace: la proposta politica, infatti, deve intercettare delle tendenze reali, oggettivamente presenti nella società. Si riconferma qui il noto principio, che sta alla base della prospettiva del materialismo storico, per cui le “idee” possono diventare “forze materiali” capaci di incidere sullo sviluppo delle condizioni storiche solo a patto che intercettino processi sociali ed economici che esistono indipendentemente da quelle idee.

Il meccanismo merita comunque di essere analizzato più da vicino. Ed è proprio da questa analisi che deriva la definizione dei nuovi soggetti politici emersi fra gli anni ’80 e ’90 come “imprenditori politici”. Dal momento che le forze che hanno tratto maggiore successo dallo sfruttamento di questo meccanismo possono essere caratterizzate come “populiste” (aggettivo che funge in questo contesto da semplice categoria analitica, alla quale non si collega quindi alcun particolare giudizio di valore), si potrebbe avanzare l’ipotesi per cui il fatto di operare come “imprenditori del consenso” (o del dissenso) è diventato una delle caratteristiche fondamentali dell’agire politico dei soggetti neo-populisti.

Partiamo da una considerazione di fondo. L’esistenza, nella società, di determinati interessi o bisogni non dice nulla sul modo in cui questi si esprimeranno a livello politico. Affinché avvenga il passaggio, è necessario che agli interessi e ai bisogni sia conferita una legittimità: obiettivo che viene di solito raggiunto attraverso la costruzione di un’ideologia o, più in generale, di un “discorso” politico. Interessi e bisogni devono essere cioè accreditati come richieste legittime, provenienti da settori della società che hanno il pieno diritto di avanzarle. Vanno quindi tradotti in rivendicazioni e collocati all’interno di un programma politico. A fornire coerenza a programma e rivendicazioni, può poi contribuire una generale visione del mondo e della società, tali per cui l’obiettivo del soggetto politico che se ne fa carico non è più solo quello di soddisfare isolatamente (una per una) queste rivendicazioni, ma anche quello di dar vita a una “nuova” società o a una “nuova” politica – riformando o rovesciando quelle esistenti – che garantiscano in modo stabile il soddisfacimento complessivo delle esigenze dei settori sociali di riferimento.

Questa operazione, che accomuna da sempre gli sforzi di tutte le forze politiche, a prescindere dalla loro natura e collocazione, assume un carattere “imprenditoriale” quando le direttrici della creazione del consenso seguono la dinamica domanda-offerta che caratterizza lo scambio di merci e servizi nella società dei consumi – precisamente il tipo di società che ha fatto da sfondo, e fa tuttora da sfondo, all’affermazione dei soggetti neo-populisti. Questa dinamica non si instaura in modo automatico, come vorrebbe la teoria economica classica. Nel modello consumistico, al contrario, è necessario, da parte di chi “offre”, uno sforzo significativo per indurre, in un bacino di potenziali consumatori, l’insorgere di una domanda effettiva per il particolare prodotto o servizio offerto. Promozione, pubblicità, strategie di mercato ecc., se certo non “creano” dal nulla i bisogni e i desideri dei consumatori, dall’altro lato svolgono rispetto ad essi una funzione “maieutica”, di vere e proprie “levatrici”.

Una strategia di questo tipo ha potuto funzionare così bene negli ultimi trent’anni proprio perché la generale ristrutturazione economica e sociale indotta dai cambiamenti negli assetti del capitalismo a livello globale ha modificato i rapporti di forza fra le classi, provocando di riflesso mutamenti significativi nella coscienza dei soggetti sociali. La crescente identificazione degli appartenenti ai ceti popolari con il concetto onnicomprensivo di “classe media” e con la figura dell’individuo-consumatore ha fatto così saltare anche i processi tradizionali di creazione e mantenimento del consenso da parte delle forze politiche, sfumando il senso di appartenenza ad una “cultura politica” o l’adesione ad un’ideologia a tutto vantaggio del voto strumentale: non si vota più “per partito preso” ma sulla base delle promesse o delle intenzioni di volta in volta dichiarate nei programmi politici di governo.

Creare nella società una “domanda” alla quale fornire, come risposta, la propria “offerta” politica è precisamente la strategia seguita dalla Lega Nord. Questo partito si è dimostrato capace, nel corso degli anni, di convogliare il malessere diffuso nella società verso obiettivi precisi (il Sud assistito, l’immigrazione, la corruzione della politica “romana”, la minaccia ai “valori tradizionali”) rispetto ai quali il partito di Bossi si è proposto nella funzione di “testa di ponte”. La domanda se determinate pulsioni xenofobe e reazionarie fossero già presenti nella società, o se siano state create dalla retorica leghista è, quindi, del tutto priva di senso. Se il terreno in cui queste pulsioni sono cresciute era certamente molto fertile (a causa dell’influenza di determinati processi generali di natura economica e sociale), solo l’intervento costante e sistematico di un imprenditore del consenso come la Lega ha fatto sì che i “semi” piantati in questo terreno partorissero infine la proverbiale “mala pianta”.

La Lega non si è però fermata al voto strumentale. L’ingresso di rappresentanti del mondo leghista nelle amministrazioni locali, infatti, ha creato le basi affinché, nei territori egemonizzati dalla Lega, nascesse un poco alla volta una nuova sub-cultura politica territoriale. Le zone tradizionalmente “bianche” sono diventate così roccaforti “verdi”, che solo di recente, sulla spinta degli scandali interni al partito e della crescente compromissione con la politica romana, hanno conosciuto un significativo logoramento.

La sinistra e i movimenti

foto_archivio_8_20120621_2071401858Se il fatto di trasformare l’intervento politico in “imprenditoria del consenso” è alla base del successo di una forza populista e di destra come la Lega Nord, che dire invece della sinistra e dei movimenti sociali e civili?

Nel riflettere sulle origini del successo leghista, Diamanti nota come negli anni ’80 ci fosse una netta differenza fra l’approccio delle leghe autonomiste e quello dei “nuovi” movimenti (ambientalisti, femministi, civici) che stavano raccogliendo il testimone delle grandi mobilitazioni sociali dei due decenni precedenti. Il terreno d’intervento di questi movimenti, nota Diamanti, era principalmente sociale ed extra-elettorale. Ciò non esclude, ovviamente, che essi agissero anche in riferimento a forze politiche vere e proprie e che cercassero dei possibili canali di rappresentanza. Tuttavia non era lo sbocco elettorale in sé il punto focale del loro intervento.

Per le leghe autonomiste valeva invece il principio inverso: “proprio nel dibattito politico, nella competizione elettorale, esse vedono un terreno privilegiato per affermare i loro riferimenti di valore, la loro stessa identità”. L’incontro fra “domanda” e “offerta” politica, in altri termini, si consuma nella cabina elettorale; il voto diventa il surrogato di un vero e proprio atto di “compravendita” di consenso, finalizzato al soddisfacimento di un bisogno di espressione e rappresentanza che, fatta eccezione per i militanti in senso stretto (il cui numero, nelle leghe autonomiste, era piuttosto esiguo se confrontato con quello dei grandi partiti di massa), non si traduce in una maggiore partecipazione o coinvolgimento attivo nella definizione delle attività, della linea politica o del programma del partito-imprenditore al quale si accorda la fiducia.

È anche questo uno dei motivi per cui i nuovi soggetti politici “imprenditoriali” manifestano una struttura così fortemente imperniata sulla figura di un leader carismatico. Ed è anche per questo che i cambiamenti improvvisi di strategia o di linea politica possono essere imposti “dall’alto” senza troppe difficoltà – chi si oppone alle decisioni del leader potrà essere sempre bollato come traditore e finire emarginato o espulso. La natura del consenso di cui godono forze di questo tipo, infatti, fa sì che non vi sia alcuna necessità di un processo permanente di verifica e discussione interna secondo forme democratiche e partecipative.

Fino ad una certa fase, quindi, movimenti e partiti di sinistra si sono dimostrati incapaci di “metabolizzare” questo tipo di logica, se non addirittura refrattari a farlo. Ciò non toglie, tuttavia, che i processi che si erano manifestati con così grande rapidità nell’elettorato ex-democristiano stessero covando, sotto le ceneri, anche nell’elettorato di sinistra.

Potrebbe essere un’ipotesi interessante – che sicuramente non sarà sfuggita a politologi e militanti politici – analizzare l’evoluzione congiunta della composizione delle base militante, della struttura dell’elettorato e del programma politico di Rifondazione Comunista nella fase in cui, in seguito al picco del movimento altermondialista (tra il 1999 e il 2001), il partito assume una vocazione sempre più “movimentista”. Se la “domanda” di rappresentanza delle istanze del movimento non è certo indotta dall’azione della leadership di Rifondazione, ma rispecchia processi e focolai di conflittualità sociale che si proiettano ben oltre i confini nazionali, nondimeno il partito, guidato in quella fase da Fausto Bertinotti, sembra proporsi come dispensatore di un’“offerta” politica capace di rispondere ai bisogni dei settori della società che si riconoscono nelle istanze dei movimenti.

Ma se nel caso della Rifondazione Comunista bertinottiana si tratta di un’ipotesi che andrebbe verificata sulla base di dati più precisi, il tentativo da parte delle forze di sinistra di agire secondo la logica dell’“imprenditore politico” appare molto più evidente in tempi recenti. Per restare all’esempio a noi cronologicamente più vicino, la Lista Altra Europa con Tsipras, che si presenta alle prossime elezioni europee, sembra avere tutte le carte in regola per poter essere classificata come un tentativo di imprenditoria del consenso. Se poi l’esperimento sia destinato a produrre dei risultati, o se la strategia “imprenditoriale” funzioni solo per forze politiche di matrice populista, è un altro discorso, che sarà affrontato nel seguito.

Per cominciare, uno dei punti-cardine su cui fa leva la campagna elettorale della Lista Tsipras è un generale e non meglio definito “bisogno di sinistra”. Proponendosi come piattaforma unitaria che tenta il superamento delle divisioni che hanno frammentato la sinistra negli ultimi anni, questo soggetto elettorale tenta di accreditarsi agli occhi dei potenziali elettori sia instillando il senso di colpa negli attivisti e nei militanti (il messaggio è: se la sinistra è in crisi, è colpa di una frammentazione ideologica portata avanti per puro spirito distruttivo e masochistico dalle componenti settarie), sia invocando una sorta di ottimismo della volontà che presenta i simpatizzanti e i promotori del progetto come l’ultima speranza per la creazione di un’“altra” Europa.

Si è detto “soggetto elettorale” perché un altro aspetto che accomuna la Lista Tsipras alle forze politiche “imprenditoriali” è, come si è detto poco sopra, il fatto di individuare nell’appuntamento elettorale il momento cardine del proprio intervento politico. La forma estremamente marcata in cui questa vocazione elettoralistica si manifesta nella Lista Tsipras, comunque, non deve trarre in inganno, visto che già altri progetti unitari come la Sinistra Arcobaleno e Rivoluzione Civile privilegiavano il breve o brevissimo termine della scadenza elettorale al medio-lungo termine della costruzione, del consolidamento e del radicamento sociale.

Infine, esattamente come nel più classico dei soggetti politici “imprenditoriali”, attivisti e militanti della Lista Tsipras non sembrano vivere con eccessivo disagio le numerose incongruenze e contraddizioni – come quelle legata al ruolo tutt’altro che marginale di un personaggio indubbiamente controverso come Barbara Spinelli, o quella legata alle posizioni della componente vendoliana rispetto agli equilibri politici europei. Se nelle forze politiche “imprenditoriali” a vocazione populista la rimozione delle incongruenze è garantita dall’identificazione con il leader carismatico e nella “fede” della sua infallibilità, nel caso della Lista Tsipras il riferimento è meno di carattere personale (anche se il carisma di Alexis Tsipras gioca sicuramente un ruolo) e più di carattere “ideale”: l’unità della sinistra, il bisogno urgente di recuperare una rappresentanza nelle istituzioni, la necessità di ostacolare il populismo sono gli espedienti retorici utilizzati per zittire qualsiasi critica e per minimizzare o rimuovere psicologicamente le contraddizioni interne.

Le due anime contraddittorie del M5S

04Il Movimento 5 Stelle rientra a pieno titolo nella famiglia dei soggetti politici di tipo populista. Presenta, infatti, tutti i tratti tipici di queste forze: fa appello ad un “popolo” presentato come blocco unitario; fa leva su una contrapposizione netta fra il popolo e un’élite rappresentata dal ceto politico (contrapposizione che viene poi estesa a tutte le “caste” che devono la loro posizione di privilegio ad un rapporto organico con il potere politico); si raccoglie intorno alla figura di un leader carismatico. Si tratta però anche di una forza politica di tipo “imprenditoriale”? La risposta è senz’altro positiva. Vediamo perché.

La creazione di una “domanda” per il tipo di “offerta” politica presentata dal M5S data a ben prima della nascita del MoVimento. Anche se è possibile che la creazione di un soggetto politico fosse allora ancora lontana dalle intenzioni di Grillo e del suo “guru” comunicativo Gianroberto Casaleggio, per anni il comico genovese ha calcato i palchi di tutta Italia offrendo al proprio pubblico ben più di uno spettacolo di satira politica. Anche l’attività del suo blog, diventato nel giro di pochi anni uno dei più seguiti al mondo, ha contribuito per molto tempo a instillare nel pubblico e nei seguaci di Grillo il desiderio di poter disporre di un canale di rappresentanza in cui trovassero espressione la crescente avversità verso le forze politiche tradizionali e l’aspirazione ad una riforma complessiva dello Stato secondo criteri di trasparenza, legalità, maggiore democrazia, risparmio e tutela dell’ambiente.

Come nel caso delle leghe autonomiste o di Forza Italia, anche in questo caso è stato in larga parte un “discorso”, mediato dalle forme dello spettacolo satirico e della contro-informazione, a plasmare la “domanda” politica. Molte delle espressioni e delle “parole d’ordine” utilizzate da Grillo nei suoi spettacoli o introdotte da personaggi pubblici più o meno affini (come il giornalista Marco Travaglio) sono entrate nel sentire comune di milioni di persone. Certo, i canali attraverso i quali procede la costruzione di questa “domanda” sono in parte diversi da quelli classici, e seguono itinerari spesso inediti. Ma ciò che davvero differenzia il M5S dai precedenti partiti populisti a vocazione “imprenditoriale” non è tanto il modo in cui viene plasmata la “domanda”, quanto il modo in cui è stata costruita e presentata l’“offerta”.

Umberto Bossi, nel traghettare le numerose leghe autonomiste regionali nel progetto unitario della Lega Nord, non si era discostato troppo dalle forme organizzative “classiche” dei partiti di massa. Il radicamento territoriale e la creazione di una nuova sub-cultura politica leghista nei territori di riferimento, ai quali si è accennato sopra, ne sono una prova evidente. Lo stesso Silvio Berlusconi, nel lanciare Forza Italia come punto di riferimento dei “moderati” non aveva potuto esimersi dall’imbarcare nel progetto del nuovo centrodestra intere porzioni del vecchio establishment democristiano. Con Grillo e il M5S, invece, succede qualcosa di diverso. La nascita delle prime liste civiche “a 5 Stelle” è il punto da cui partire per cogliere fino in fondo il significato di questa novità.

Il fenomeno delle liste civiche, di per sé, aveva già alle proprie spalle una storia abbastanza lunga. In alcuni comuni, inoltre, erano nati già negli anni precedenti i gruppi degli “amici di Beppe Grillo”, dediti alla diffusione delle denunce, delle prese di posizione e delle proposte avanzate dal comico genovese durante i suoi spettacoli e attraverso il blog. L’intuizione di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio è pertanto quella di appoggiare la costruzione di una nuova identità politica a forme preesistenti e in larga parte spontanee di impegno civico, tramite il noto meccanismo della concessione del logo. Una sorta di “franchising politico” che offre numerosi vantaggi: le liste civiche ottengono maggiore visibilità grazie al nome di Grillo; il progetto complessivo può crescere senza essere minacciato dalle differenze spesso rilevanti fra i vari contesti locali (garantendosi così una flessibilità di cui altre forze politiche sono prive); l’immagine di un “movimento” diverso da tutti i vecchi partiti, che nasce e cresce “dal basso”, che si pone oltre la tradizionale distinzione fra destra e sinistra, e che privilegia le “idee concrete” rispetto alle “ideologie” si rafforza infine grazie all’assenza di strutture organizzative centralizzate.

Ma è proprio questa intuizione a creare i presupposti perché emerga, sul lungo termine, la contraddizione che oggi minaccia la tenuta stessa del M5S. La nascita e la crescita dei meetup e dei gruppi locali del MoVimento si nutre infatti di una concezione molto particolare dell’agire politico. La celebrazione del web come strumento insuperabile di democrazia diretta, così come l’adesione al principio per cui “ognuno vale uno”, sono parte integrante del processo che accompagna la crescita del M5S e che attrae verso l’attività politica una nuova generazione di militanti e attivisti. Tuttavia, nel momento in cui il M5S inizia ad attirare un consenso di massa, grazie anche alla crescente capacità di intercettare umori e passioni ormai “orfane” di altri soggetti populisti (Lega Nord e Forza Italia, che in questi anni attraversano una fase di profonda crisi), la promessa di dar vita al progetto, pionieristico, di una soggettività politica totalmente nuova e “altra” inizia a mostrare tutti i suoi limiti.

La contraddizione, quindi, trova i suoi poli conflittuali da un lato nelle aspirazioni e nelle aspettative di molti attivisti di base, che nella loro richiesta di maggiore democrazia interna seguono di fatto le orme dei movimenti sociali e civili citati nel paragrafo precedente; dall’altro lato, nel forte investimento di consenso da parte di settori di elettorato che, assai più che al tentativo di “costruzione dal basso”, sembrano interessati alla capacità da parte del M5S di scompaginare il quadro della vecchia politica e di fungere da portavoce dei bisogni della “gente comune” – la stessa funzione precedentemente attribuita agli “imprenditori politici” ora tramontati o in fase di declino. Alla costruzione di partecipazione si sostituisce così il più tradizionale meccanismo della delega.

Che le chance di riuscita di un progetto politico ispirato alla più assoluta orizzontalità siano in genere piuttosto basse è dimostrato da molti fattori. L’inadeguatezza del principio dell’“ognuno vale uno” si dimostra poi in modo tanto più drammatico quanto maggiori sono le responsabilità e i compiti (anche solo organizzativi) che un soggetto politico di questo tipo si trova ad affrontare nel momento in cui gode di un consenso di massa. Di fronte alla continua minaccia di divisioni, particolarismi, opportunismi, rallentamenti del processo decisionale, e in assenza di meccanismi di gestione e di democrazia interna che garantiscano una risoluzione condivisa dei problemi, il rapporto diretto fra il vertice e la base diventa quindi l’unica possibile via di fuga. Tanto più se, come nel caso di Beppe Grillo, il leader è già la fonte originaria del consenso di massa verso quel particolare progetto politico.

L’instaurarsi di questa dinamica contraddittoria produce un effetto che può forse spiegare il motivo per cui, nonostante l’inadeguatezza manifestata dal M5S nella sua azione politica in Parlamento, nonostante le divisioni interne, e nonostante la crisi della giunta comunale di Parma, il MoVimento rischia di vedere confermate – se non addirittura ulteriormente accresciute – le percentuali di consenso elettorale. Non importa quanto poco convincente possa risultare la sua azione concreta nei periodi fra una scadenza elettorale e l’altra; in corrispondenza dell’appuntamento elettorale, infatti, la sola presenza del leader – e, in questo caso, il suo ritorno nei teatri con un nuovo spettacolo – basterà a far sì che l’investimento di consenso si ripeta.

Questa dinamica la si è già vista all’opera nel caso delle travolgenti campagne elettorali di Silvio Berlusconi, che bastavano da sole a far recuperare molti punti percentuali al centrodestra nel giro di poche settimane. Nel caso del M5S, tuttavia, ciò crea inevitabilmente dei problemi, perché rafforza l’immagine di un partito leaderistico rispetto a quella di un movimento “dal basso”. Alla lunga, la necessità di mantenere un consenso di massa – e quindi di rafforzare la componente carismatica del leader – può logorare il MoVimento dall’interno, spingendo sempre più attivisti ed eletti a manifestare dissenso verso le scelte piovute dall’alto e, quindi, a subire la pronta espulsione da parte del vertice.

Il tentativo di fusione fra il modus operandi dei movimenti sociali e civili e l’agire tipico dell’“imprenditore politico” condotto dal M5S per ora sembra reggere, ma è chiaro che si muove sempre più sul filo di lana. Se la scommessa (forse inconsapevole) su questa possibilità di fusione è stata, fino ad ora, la ragione principale dell’ascesa travolgente del MoVimento – perché ha permesso di raccogliere sotto uno stesso ombrello politico porzioni di elettorato socialmente e culturalmente molto eterogenee – rischia di trasformarsi in un puro e semplice azzardo nel momento in cui le crescenti contraddizioni interne, una alla volta, vengono finalmente al pettine.

La sinistra italiana fra necessità e “tentazioni”

TsiprasDa tutti i fenomeni fin qui esaminati – affermazione dei nuovi populismi, crisi della sinistra radicale, contraddizioni del Movimento 5 Stelle – sembra emergere un’indicazione piuttosto chiara: la modalità d’intervento politico che caratterizza quella che abbiamo definito “imprenditoria del consenso” sembra funzionare abbastanza bene per le forze populiste di destra o per soggetti ideologicamente “opachi” come il M5S, ma non per le forze che si richiamano ai principi della sinistra.

Una delle ragioni più ovvie, è che il “bacino di domanda” al quale l’offerta politica della sinistra “istituzionale” (Rifondazione Comunista, SEL, liste arancioni) può rivolgersi è sempre più ristretto e limitato. Forze di questo tipo raccolgono ancora consensi in quelli che dovrebbero essere i loro settori sociali di riferimento – operai e studenti. Stando ad un sondaggio dell’Osservatorio Elettorale LaPolis relativo alle elezioni politiche del 2013, ad esempio, il 3,6% degli operai intervistati avrebbe votato per Rivoluzione Civile: in termini percentuali, nessun’altra categoria ha contribuito di più al consenso per il soggetto elettorale guidato da Antonio Ingroia (anche se ragionando in termini di cifre assolute probabilmente non si può dire lo stesso).

Tuttavia, il nucleo di queste forze politiche è sempre più rappresentato da settori progressisti delle classi medie urbane, destinatari ideali dei programmi “benicomunisti” e riformisti su cui si gioca in larga parte la loro proposta. Si tratta di forze sociali la cui entità numerica e la cui capacità di incidere sui processi attivati dalla crisi e dalle politiche di austerità appaiono molto limitate. Così come è molto ridotta l’attrattiva che simili programmi possono avere per i ceti popolari in generale.

In passato, la sinistra ha basato la sua “quota di egemonia” politica su un forte radicamento nella classe lavoratrice, alla quale veniva riconosciuto il ruolo di guida dei processi di cambiamento della società capitalistica – sia che questo cambiamento fosse inteso come rovesciamento rivoluzionario, sia che fosse visto in chiave riformista. Gli ultimi trent’anni, come si è più volte detto, hanno messo fortemente in discussione il legame fra scelte politiche e appartenenza di classe, e se gli eredi di centrosinistra del PCI hanno mantenuto una significativa base di consenso in determinate aree geografiche, ciò è stato dovuto principalmente alla maggiore “tenuta” della sub-cultura politica territoriale di sinistra in quelle aree, rispetto al rapido declino della sub-cultura democristiana in altre zone del paese. Le reti di potere e i blocchi d’interesse locale costruiti dal PCI nel corso della sua lunga egemonia politica sulle “regioni rosse”, dal canto loro, hanno fornito la base materiale che ha garantito la sopravvivenza di quella sub-cultura.

Con la svolta renziana, il Partito Democratico è arrivato ad interiorizzare compiutamente la logica della “gestione imprenditoriale” del consenso. Reciso ormai ogni legame con la tradizione del movimento dei lavoratori, il centrosinistra italiano mira ad accreditarsi sempre più come esecutore affidabile delle richieste e dei diktat che arrivano dalla borghesia capitalistica nazionale e dalle strutture tecnocratiche dell’Unione Europea. Se le privatizzazioni condotte negli anni ’90, le controriforme del mercato del lavoro e molte altre iniziative politiche assunte dal centrosinistra nel corso di tutte le parentesi di governo degli ultimi vent’anni già definivano abbastanza chiaramente la tendenza generale, ora, con l’ascesa dell’“uomo nuovo”, si può dire che il processo di “trasformazione genetica” degli eredi del PCI è arrivato al suo logico compimento.

Le considerazioni svolte finora non implicano nessun giudizio di valore riguardo al principio della “gestione imprenditoriale” del consenso. Si è cercato – a prescindere dalle opinioni personali di chi scrive – di comprenderne il funzionamento e di capire, sulla base di esempi concreti, in quali circostanze funziona e in quali no. Se anche – come è il caso – ci fosse da parte mia un’avversità pregiudiziale verso questo modo di concepire l’attività politica, ciò non toglie che l’applicazione di questa logica a sinistra non stia producendo affatto risultati positivi, né in termini di rafforzamento dei soggetti politici, né in termini di consenso. Le forme di gestione del consenso che nutrono così bene altri soggetti – movimenti e partiti neo-populisti, centrosinistra – sembrano al contrario provocare una vera e propria intossicazione per le forze di sinistra.

La crisi e le politiche di austerità stanno rapidamente ridisegnando il panorama sociale del paese. Alcune tendenze, se confermate, potrebbero spingere verso una nuova proletarizzazione (nel senso più “classico” del termine) di vasti settori della società, almeno sul medio-lungo termine. Se la disoccupazione, la precarietà, i processi di deindustrializzazione crescente, la “liquidazione finale” del modello sociale novecentesco – tutti fattori che rendono la classe lavoratrice così debole sul piano sociale e politico – sono la cifra del presente, non si può escludere che queste tendenze possano invertirsi in futuro, ridando un forte slancio al protagonismo dei lavoratori. E non si può nemmeno escludere, d’altra parte, che un nuovo slancio possa prodursi anche in assenza di questa inversione.

Al di là di queste possibilità, che per ora sembrano ancora remote, le vaste aree di lavoratori precari e di disoccupati che subiscono sulla propria pelle – e non solo nelle aree “metropolitane”! – le conseguenze drammatiche delle politiche di austerità, rappresentano a loro volta un focolaio importante di conflittualità sociale su temi come il diritto alla casa e l’accesso ai servizi. Quanto si possa contare su queste “soggettività” sociali, tutt’altro che semplici da intercettare e organizzare, per costruire un solido programma politico di alternativa lo si vedrà solo con il tempo. Certo è che solo guardando a questi settori, e interagendo socialmente e politicamente con essi, l’idea del “partito di classe” ha qualche possibilità concreta di non languire nell’attesa di una ripartenza del conflitto di ampia portata nei luoghi più “tradizionali” della produzione.

Quel che è certo è che se la sinistra vuole avere qualche chance di sopravvivere all’attuale fase di stagnazione, crisi e marginalizzazione, l’abbandono di ogni logica di “imprenditoria del consenso” e il ritorno alle forme più classiche di organizzazione e di intervento politico si presentano come delle necessità. Purtroppo, oggi, questa necessità è compresa solo dalle poche forze di sinistra – che contano al massimo qualche centinaio di militanti – che non hanno reciso il legame con l’analisi marxista, e che tentano anzi di rilanciarla facendo i conti con un momento in generale assai poco propizio per questo genere di prospettiva. Tornare a ricostruire “dalla base” come auspicano queste componenti, tuttavia, significherebbe per la sinistra che ancora oggi si riconosce in forze politiche come Rifondazione o negli esperimenti elettorali delle liste “arancioni”, fare i conti con conseguenze che a molti militanti e attivisti sembrano tuttora fortemente indesiderabili, prima fra tutte la scomparsa dalla scena elettorale.

Anche sul versante delle forze antagoniste di sinistra, ad ogni modo, i rischi non mancano. Il proposito di ridare slancio al progetto di un blocco storico che unisca, in nome dell’anti-imperialismo (dove i soggetti imperialisti sono individuati negli Stati Uniti e nell’Unione Europea), tutti i settori sociali colpiti dalla crisi – disoccupati, lavoratori, classi medie in fase di sotto-proletarizzazione – potrebbe riproporre i limiti e l’approccio strumentale che hanno caratterizzato, negli anni ’70, la “politica delle alleanze” con i ceti medi impiegatizi sostenuta dal PCI.

La fase, insomma, è complessa e rischiosa, ed è molto difficile individuare a priori una strategia univoca che dia garanzie significative di successo. Quel che è certo è che solo allontanando la tentazione di riproporre le forme di azione politica proprie dei soggetti “imprenditoriali” e riconoscendo, al contrario, l’attualità delle forme più tradizionali di intervento e di costruzione di soggettività politiche, la sinistra avrà qualche speranza di costruire basi solide per il futuro rilancio delle sue prospettive di intervento politico.

Riferimenti bibliografici:

Ilvo Diamanti, La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Donzelli Editore, 1993

Roberto Biorcio, La Padania promessa, Il Saggatore, 1997.

 

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Il talento del “non smentirsi mai”

TsiprasEcco finalmente un articolo che, sia pure involontariamente, sintetizza in modo esemplare le ragioni per cui la lista “L’altra Europa con Tsipras” non è e non può essere un’opzione per chi vuole lottare per una società diversa (in cui la ricchezza non sia concentrata nelle mani di pochi, ma sia utilizzata a vantaggio di tutti) e per chi vuole mantenere viva l’eredità del movimento operaio, della sinistra e delle sue conquiste storiche. Men che meno, questa Lista potrà rappresentare un’occasione per farla rinascere, la sinistra.

Le illusioni che hanno spinto molti militanti di base, attivisti, lavoratori e intellettuali ad aderire in buona fede a questo progetto e a sostenerlo ruotano tutte intorno all’idea per cui sarebbe possibile “cambiare di segno” le politiche dell’UE lavorando all’interno delle sue istituzioni, in particolare il Parlamento Europeo (che, come è risaputo, è un’organismo privo di potere legislativo, dato che le sue prerogative si limitano alla ratifica di decisioni prese altrove). Su queste illusioni, poi, pezzi significativi di un ceto politico di sinistra ormai delegittimato e in bancarotta stanno costruendo l’ennesimo tentativo di recuperare delle posizioni all’interno di quelle istituzioni – attenendosi allo stesso cretinismo parlamentare che tanto ha contribuito a delegittimare e marginalizzare la sinistra.

Come l’articolo di Teresa Pullano dimostra in modo inequivocabile, sia le illusioni dei sostenitori in buona fede, sia l’opportunismo dei “capi e capetti” in cattiva fede, eredita tutti gli errori – più di natura dolosa che di natura colposa, a dire il vero – commessi dalla sinistra italiana, e dal PCI nello specifico, dal Dopoguerra in poi. E non è affatto un caso che l’autrice dell’articolo presenti Tsipras come erede dell’eurocomunismo berlingueriano! Manca solo, a questo punto, che si torni a parlare di democrazia progressiva – il paravento ideologico messo in piedi da Togliatti per giustificare le politiche del PCI dalla “svolta di Salerno” (con il conseguente sostegno al Governo Badoglio), al “produttivismo” degli anni ’50-’60.

Democrazia progressiva, eurocomunismo, benicomunismo, teorie moltitudinarie, movimentismo… altrettante perversioni della teoria, condotte allo scopo di giustificare una pratica opportunistica, riformista o rinunciataria.

La liquidazione dell’approccio rivoluzionario da parte del PCI ha significato, sul lungo termine, l’abbandono dei ceti popolari e delle classi lavoratrici ad un destino di frammentazione, sfruttamento, miseria crescente. I vari partiti di centrosinistra eredi del PCI – dal PDS di Occhetto al Partito Democratico – hanno riversato tutte le loro energie, negli ultimi vent’anni, nel tentativo di accreditarsi agli occhi del grande capitale come partiti “affidabili”, sostenendo privatizzazioni, tagli al welfare, attacchi al mondo del lavoro. Lo stesso processo di unificazione europea è stato magnificato e sostenuto in modo totalmente acritico, nell’interesse di chi, da questo processo, aveva tutto da guadagnare. Le conquiste e le riforme ottenute grazie alle grandi lotte degli anni ’60 e ’70 – a partire dallo Statuto dei Lavoratori – sono state puntualmente liquidate o svuotate di ogni significato sostanziale.

Ora si pretende di applicare la stessa logica in una fase in cui, a differenza di quanto accadeva negli anni ’50 o ’60, le organizzazioni di massa della classe lavoratrice sono prive di potere conflittuale, in cui i movimenti sociali sono al loro minimo storico, e in cui il consenso dei ceti popolari si orienta altrove – e non perché il popolo sia stupido, ma perché che cosa sia davvero questa Unione Europea, quale sia la sua vera natura economica, politica e sociale, i ceti popolari lo vivono sulla propria viva pelle ogni giorno. La sua stessa architettura istituzionale, inoltre, fa sì che i margini di azione democratica all’interno della UE siano estremamente ridotti – di sicuro, molto più di quanto non lo fossero nello Stato liberal-democratico novecentesco.

Se la prospettiva fondata sulla “compartecipazione” ai meccanismi della democrazia liberale si è dimostrata così poco produttiva in una fase in cui il movimento operaio e le lotte sociali erano in forte ascesa, questa idea non può che risultare puramente velleitaria in una fase in cui, per sostenere le rivendicazioni di diritti e spazi di contrattazione, non si può contare neppure sul sostegno di massa da parte dei lavoratori e dei ceti popolari. Sostegno di massa che andrebbe pazientemente ricostruito attraverso un lungo lavoro di radicamento e di “ritorno alle origini”, non fosse che l’unica preoccupazione del ceto politico di sinistra sembra in realtà quella di recuperare a tutti i costi qualche poltrona nei Parlamenti o negli organismi amministrativi, anche quando questi ultimi sono privi di prerogative democratiche e si riducono ad una semplice “facciata”!

L’utopismo riformista dei settori di sinistra che ancora piangono sulla tomba del vecchio PCI difficilmente troverà riscontro nella società. Ammesso e non concesso che la “Lista Tsipras” raccolga le firme necessarie a presentarsi, bisognerà vedere in quanti saranno disposti a votarla. E’ molto più probabile, invece, che in buona parte dell’Europa il dissenso – che nelle sue ragioni “materiali” è più che legittimo – verso l’Unione Europea sia catalizzato da forze reazionarie di destra. Ma che cosa hanno fatto veramente questi soloni di sinistra per arginare la marea montante delle destre? Nulla più che generici appelli moraleggianti contro il “populismo”, incapaci di incidere sulla coscienza dei ceti popolari, o di conquistarli ad un programma di sinistra.

La sinistra tradizionale, insomma, ha fatto poco o nulla, in questi anni, per recuperare ad una prospettiva di classe e di lotta i settori di società colpiti dalla crisi, e ora raccoglie semplicemente ciò che (non) ha seminato.

Sia chiaro: la soluzione non è il ritorno alle identità nazionali o alla sovranità monetaria, ed è giunto il momento di dire chiaramente che l’alternativa non è fra questa “soluzione” e la pacifica azione riformista dentro i ristretti confini delle istituzioni europee.

La sopravvivenza dell’Unione Europea – un castello di carte economico-politico che si regge su contraddizioni enormi ed insanabili, destinate ad esplodere fragorosamente – è di certo incompatibile con un futuro basato sulla giustizia sociale. Non si difende, né tanto meno si rilancia la giustizia sociale semplicemente contrattandola con le istituzioni tecnocratiche dell’Europa Unita.

Per l’UE, le politiche neoliberali non sono una scelta: le istituzioni sui cui si fonda, anche solo per sopravvivere, devono imporre l’austerità. Le politiche neoliberali sono inscritte nella natura stessa del progetto di unificazione europeo, così come il predominio del grande capitale e delle borghesie nazionali era (ed è) iscritto nella natura stessa dello Stato-Nazione. Pretendere di “piegare” a vantaggio dei ceti sfruttati il funzionamento di istituzioni nate per servire gli interessi del grande capitale significa coltivare un’illusione. Se anche queste istituzioni possono cedere temporaneamente sotto la pressione delle lotte, com’è accaduto negli anni ’60 e ’70, prima o poi si riprenderanno tutto con tanto di interessi, come dimostra la storia degli ultimi trent’anni.

Se davvero vogliamo un’altra Europa (un’Europa autenticamente sociale), dobbiamo prima liquidare questa Europa. E per farlo non basta rivendicare la sovranità monetaria, così come non basta piazzare qualche eletto al Parlamento Europeo. Il potere politico resterà nei fatti sotto il controllo di chi detiene il potere economico fin tanto che continueranno ad esistere le istituzioni create appositamente per gestire e amministrare questo intreccio di poteri.

Se uno Stato sovrano che emette la propria moneta attraverso una propria Banca Centrale ha maggiori margini di spesa pubblica rispetto ad uno Stato sottoposto ai vincoli criminali dell’Unione Europea, le politiche economiche adottate da questo Stato sovrano andranno comunque a tutto vantaggio degli interessi del grande capitale, fin tanto che il potere di quest’ultimo non sarà sfidato e messo in questione. In più, sappiamo fin troppo bene che un’eventuale uscita dall’Euro “gestita dall’alto” metterebbe l’economia italiana ancora più in ginocchio, almeno sul breve termine.

Per far sì che la dissoluzione dell’UE vada a vantaggio dei ceti popolari e dei lavoratori, non basta quindi auspicare l’uscita dall’Euro: bisogna mettere in discussione il modo stesso in cui è gestita e organizzata la produzione. La liquidazione del progetto tecnocratico di unificazione europea dev’essere il frutto di una lotta contro l’austerità da condurre non solo in opposizione alle politiche neoliberali dell’UE, ma anche in opposizione a quanto fanno i singoli governi nazionali. E la contestazione non si può limitare alla sfera politica, ma deve toccare il modo stesso in cui funzionano l’economia e la società in cui viviamo.

Il processo contrario – ossia il miraggio di un miracoloso superamento dell’austerità attraverso un’uscita dall’Euro – si tradurrebbe semplicemente in un disastro.

Se la prospettiva delineata sia praticabile o meno nelle attuali condizioni, è tutto un altro discorso, visto lo stato penoso in cui versano la sinistra, i movimenti, le lotte sindacali. Quel che è certo, è che progetti politici come quello messo in campo dalla Lista Tsipras rinunciano in partenza a far propria una prosettiva del genere – che implicherebbe un difficile e faticoso lavoro di ricostruzione “da zero” – e preferiscono ripetere per l’ennesima volta gli errori del passato, lanciando campagne simboliche limitate all’appuntamento elettorale e adottando come visione politica generale un riformismo socialdemocratico velleitario e stantìo.

Prima che una sinistra degna di questo nome abbia la possibilità di rinascere conosceremo quindi, con ogni probabilità, un’ondata di populismo reazionario di proporzioni spaventose, come sembrano dimostrare i sondaggi per le elezioni europee in Francia, con il Front National accreditato come primo partito. Se raccoglieremo i frutti velenosi della barbarie, dovremo però essere consapevoli che, a questa barbarie, le vestali dell'”eurocomunismo” e della “via democratica al socialismo” hanno contribuito, anche se solo passivamente, con il loro opportunismo, la loro debolezza (pratica e teorica), la loro coazione a ripetere, il loro conformismo. Un motivo in più per invitarli a ritirarsi, una buona volta, a vita privata.

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Nichilismo in blu

bb_1Breaking Bad non è soltanto uno dei migliori prodotti della storia della televisione. Non è soltanto un capolavoro di narrazione, rafforzato da scelte artistiche e tecniche di alto livello – un’ottima regia, una bella fotografia, un cast di interpreti eccezionali, scelte musicali azzeccatissime. La serie televisiva ideata da Vince Gilligan è, oltre a tutto questo, una potente esplorazione visiva e narrativa delle dinamiche profonde che muovono la nostra società, e che incrociano, come forze incontrollabili, la vita e il destino dei singoli individui.

Come qualsiasi altro prodotto della creatività umana, Breaking Bad è figlio della propria epoca. A differenza della stragrande maggioranza di questi prodotti, tuttavia, riesce a parlare in modo diretto e sferzante di quest’epoca e a quest’epoca. Il tema portante della serie è infatti la crisi, intesa in senso generale come rottura di una condizione data; rottura che, a sua volta, implica la necessità della scelta (l’etimologia di “crisi” rimanda al verbo greco krino, che significa appunto “distinguere, giudicare” e che compare anche nel termine “incrinatura”).

Ciò emerge già dal titolo, espressione idiomatica che significa più o meno “rompere con le convenzioni” o “violare le regole”. Anche a livello visivo, però, non mancano richiami molto suggestivi al tema della spaccatura e dell’incrinatura, a partire dalle lastre di cristallo di metamfetamina che cedono sotto i colpi del martello per trasformarsi in merce pronta ad invadere le strade della provincia americana e a generare montagne di profitti illegali per chi la produce, la distribuisce e la smercia.

La crisi, la rottura, è poi la cifra del protagonista della serie, con la sua trasformazione da Walter White ad “Heisenberg”, da uomo comune a criminal mastermind. Tuttavia sarebbe limitante leggere la vicenda di Walter White/Heisenberg come parabola individuale. La scelta di diventare produttore di metamfetamine, come cercherò di mostrare, non ha come effetto soltanto quello di trasformare la personalità di Walt, ma anche quello di trasportare il protagonista, la sua famiglia e i diversi personaggi che incrociano il suo cammino su un terreno completamente nuovo, dove si manifestano con il loro vero volto, e in modo finalmente esplicito, le grandi forze impersonali di natura storico-sociale che muovono l’esistenza dei singoli individui e restano normalmente nascoste allo sguardo.

Le forze motrici “profonde” della vicenda raccontata in Breaking Bad non sono infatti quelle operanti nell’epica o nella tragedia classiche, né quelle che ritroviamo nelle forme moderne, novecentesche e pop della narrazione epica e tragica – western e crime fiction su tutte. Non abbiamo a che fare qui con entità metafisiche quali Destino, Onore, Vendetta o Giustizia. La messa in scena, che richiama in modo esplicito certe soluzioni stilistiche “di genere”, può da questo punto di vista trarre in inganno, e solo sforzandosi di leggere tra le righe è possibile rintracciare l’azione di forze impersonali di tutt’altro genere.

Se il respiro quasi epico della narrazione e della messa in scena è dunque ciò che ha tenuto incollate migliaia di persone alla serie per cinque stagioni, la capacità di sondare a fondo un’epoca e le sue contraddizioni è ciò che fa di Breaking Bad un prodotto culturale così importante anche al di là della qualità narrativa e cinematografica. Ma perché, esattamente?

AVVERTENZA: quanto segue contiene spoiler sulla trama della serie e sul suo finale.

***

Uomo medio, mostro orrendo [1]

“I am not in danger, Skyler. I am the danger”

Cominciamo dal modo in cui èbb_2 caratterizzato il protagonista della serie. Walter White/Heisenberg è stato pensato e sviluppato con un’idea piuttosto chiara da parte dei suoi creatori: dar vita ad un personaggio che suscitasse nel pubblico al contempo pietà e disgusto, attrazione e repulsione. Una simile “convivenza degli opposti” presenta tuttavia, nel personaggio di Walt, delle caratteristiche originali e per certi versi uniche.

Il fatto che il protagonista possa suscitare sensazioni così contrastanti è dovuto a vari motivi, non ultima la sua condizione di malato di cancro. A giocare un ruolo decisivo, tuttavia, è il fatto che la sua trasformazione non giunge mai ad un grado di compiutezza. Heisenberg non si sostituisce definitvamente a Walt, e le due “anime” anzi si ibridano, si mescolano, sforano continuamente l’una sul terreno dell’altra [2].

Così come Heisenberg finisce inevitabilmente per irrompere nella dimensione che Walt cerca in tutti i modi di proteggere dalle conseguenze della sua scelta – la vita familiare, la normale quotidianità – allo stesso modo il volto criminale del protagonista si trascina dietro i tic, le idiosincrasie, la mentalità e i valori dell’uomo comune. Da un lato, Walt tenta di integrare la sua attività criminale nell’esistenza di tutti i giorni, quasi si trattasse di un lavoro come un altro o di una normale avventura imprenditoriale; dall’altro lato, il modo stesso in cui conduce la sua esistenza criminale ha poco o nulla a che fare con ciò che ci si aspetterebbe da un criminale “autentico”. La contraddizione fra i due stili di vita e i due orizzonti di valori incarnati rispettivamente dall’uomo comune e dal criminale incallito è perciò una contraddizione dialettica.

Una dialettica non troppo dissimile da quella che si ritrova nel personaggio che, a partire dalla terza stagione, diventa la nemesi di Walt, ossia Gustavo Fring. Nel caso di Gus risulta difficile, se non impossibile, distinguere realmente il criminale dall’uomo d’affari. Le ragioni del successo di Gus come imprenditore sono le stesse che gli consentono di farsi strada nel mondo del crimine – austerità, pazienza, lucida razionalità, dissimulazione, lungimiranza. Si tratta di fattori che trascendono la vocazione criminale pura e semplice, quale la si ritrova nelle propensioni folli e sanguinarie dei membri del Cartel o nella consumata compostezza di Mike Ehrmantraut. Sul significato di questa differenza specifica fra Gus e il criminale “tradizionale” mi soffermerò con maggiore dettaglio nel seguito, perché, come vedremo, è ricca di implicazioni.

Tornando invece a Walt, questa dialettica irrisolta permette agli autori della serie di giocare il personaggio su una molteplicità di registri, incluso quello comico-grottesco. Ma il dato più importante è che dimostra come non vi sia una reale discontinuità fra la persona comune e il criminale [3]. A prescindere dalle ragioni che spingono Walt ad intraprendere la carriera del fuorilegge – necessità di provvedere alla famiglia, volontà di riscatto dalle frustrazioni di un’intera esistenza, bisogno di sentirsi padrone del proprio destino, desiderio di “vivere la vita fino in fondo” proprio nel momento in cui questa sta per essere troncata dalla malattia – sta di fatto che sembra scattare in un lui un meccanismo psicologico che in un certo senso “normalizza” la portata debordante di questa scelta, legittimando ai suoi occhi la manipolazione, la menzogna e persino l’omicidio.

Ma da cosa ha origine questo meccanismo? Alla domanda si possono dare risposte diverse, tante quante sono le possibili chiavi di lettura di un’opera complessa, ricca e articolata come Breaking Bad. Rispetto alla chiave di lettura qui proposta, che si focalizza sul ruolo delle dinamiche impersonali di natura storico-sociale, per rispondere alla domanda diventa necessario “passare di livello”, spostandosi dal piano della psicologia e dell’analisi dei comportamenti e dei moventi individuali a quello dell’ideologia e del suo rapporto con il mondo reale. Walt/Heisenberg, come vedremo, è il perfetto interprete di quel che rimane del sogno americano in società devastata dalla crisi; e, nel percorrere in modo a modo suo (ossia in modo necessariamente eterodosso) la parabola dell'”eroe americano”, il personaggio di Walt è una potente bomba ad orologeria piazzata alle fondamenta stesse del mito.

***

Il nuovo eroe di Main Street

 “Never give up control. Live life on your own terms.”

bb_3All’inizio della serie, Walt ci viene presentato come il tipico esponente di quella new middle class che il sociologo Charles Wright Mills descrisse magistralmente in un celebre saggio del 1951, “Colletti bianchi”. Una galassia sociale composita che, attraverso i decenni che ci separano dal secondo dopoguerra, è approdata fino ai giorni nostri per vedere i propri sogni di benessere, di ascesa sociale e di successo economico triturati dalla peggiore crisi economica e sociale dopo il 1929.

Non è un caso che per Walter White e la sua famiglia i soldi “siano sempre stati una preoccupazione”; al punto che il brillante chimico, che già deve fare i conti con la frustrazione per una carriera mancata nel mondo della riceca, è costretto ad unire all’insegnamento in una scuola superiore il lavoro part-time in un autolavaggio, pur di poter pagare il mutuo per una casa spaziosa in un quartiere rispettabile e di poter garantire ai propri figli un’istruzione di qualità.

Se i White sono il tipico esempio di una famiglia della middle class americana, siamo dunque ben distanti, fin dall’inizio, dal ritratto patinato e conciliante cui ci avevano abituato decenni di film e televisione. La crisi economica, per quanto venga chiamata in causa molto raramente nel corso della serie, si riflette già nelle condizioni di partenza della storia.

Nel descrivere questa condizione, inoltre, gli autori della serie non lesinano affatto sul realismo sociologico, come quando viene suggerita l’intima disumanità di un sistema sanitario in cui una seduta di chemioterapia non coperta da assicurazione arriva a costare 1.900 dollari (con la telecamera che si sofferma in modo eloquente sulla cifra riportata nell’assegno) o in cui, nello stabilire il percorso di riabilitazione di Hank in seguito alla sparatoria, il medico è rigorosamente affiancato da un consulente assicurativo – per cui il problema non è il percorso ottimale per il paziente (visto che il sistema sanitario non lo può fornire gratuitamente) ma quello compatibile, a livello di costi, con una data copertura assicurativa.

Il punto, tuttavia, non è la difficoltà economica in sé. La prerogativa dell’eroe americano, in fondo, è quella di poter far fronte ad ogni difficoltà a patto di aguzzare l’ingegno, di rimboccarsi le maniche e di avere sempre la forza di ripartire. Il mito degli Stati Uniti come “terra delle infinite possibilità” si fonda precisamente su questa idea di fondo: chiunque può farcela, chiunque può diventare una persona di successo, chiunque può aspirare alla propria fetta di indipendenza e di ricchezza. La stessa Costituzione americana – è sempre Wright Mills a sottolinearlo – è costruita su misura di una società fatta di piccoli proprietari e di piccoli produttori che scambiano beni e servizi su un libero mercato, meccanismo impersonale di equilibrio e riequilibrio che decide del successo o del fallimento dei singoli su basi puramente meritocratiche.

Il “sogno americano”, in altri termini, è la sintesi, sul piano mitologico, dell’ideologia delle vecchie classi medie americane, la cui età dell’oro si è definitivamente conclusa nel momento in cui uno sviluppo storico segnato dall’avanzata dello stato burocratizzato e del grande capitale ha originato, accanto alle grandi élite del potere politico ed economico, forze sociali compeltamente nuove: da un lato l’esercito del proletariato industriale, dall’altro le nuove classi medie.

Ma se la base sociale del sogno americano è venuta meno, il suo mito non è affatto tramontato. E la conclusione, paradossale, verso cui ci sembrano portarci gli autori di Breaking Bad, è che per il sogno americano c’è ancora uno spazio, persino in una società che dovrebbe mostrarne in modo irrevocabile l’anacronismo. La contropartita che ci viene offerta se vogliamo ancora credere in questo mito, naturalmente, non è delle più invitanti: accettare sin da subito la possibilità che il sogno possa trasformarsi nel peggiore degli incubi. Possibilità che diventa tuttavia esito necessario non appena le forze oggettive all’opera nella nostra società irrompono con tutta la loro forza nell’esistenza di colui che decida, nonostante tutto, di sposare il mito.

Per capire quale sia questo residuo “spazio” di praticabilità per il sogno americano, diamo un’occhiata al contesto, alla situazione oggettiva in cui Walt si trova ad interpretare la propria personalissima versione del mito. La Main Street su cui l’eroe americano si giocava la fortuna, forte solo del proprio fiuto e della propria indipendenza, non è più popolata di individui operosi, scaltri uomini d’affari, abili artigiani e piccole attività commerciali; è invasa invece da individui spiantati, disadattati, perlopiù giovani condannati alla disoccupazione e alla marginalità sociale, se non trasformati in veri e propri zombie dall’uso eccessivo di stupefacenti.

E tuttiavia è proprio per questa ragione che, nonostante tutto, c’è ancora una miniera di infinite opportunità per l’individuo intraprendente; a patto che costui abbia abbastanza “palle” per giocarsi le sue carte nell’unico mercato che offre delle reali opportunità di guadagno in questa Main Street grottescamente sfigurata: l’illegalità, il crimine, il mercato della droga.

La nuova (e ultima) frontiera del sogno americano, quindi, è la criminalità pura e semplice, priva di qualsiasi velo o copertura. Che le attività legali della buona vecchia Main Street non siano più un’opzione praticabile per l’uomo intraprendente, d’altronde, lo dimostra in modo eloquente il personaggio di Ted Beneke, che, dietro la facciata dell’uomo d’affari “vincente” nasconde il ricorso sistematico alla truffa contabile pur di tenere in piedi l’azienda di famiglia – e pur di non veder sparire dalla propria vita i lussi di cui ama circondarsi.

Si è detto, poco sopra, che gli autori della serie giocano in modo ironico e luciferino con questo fattore: prima presentandolo quasi come una reale possibilità di riscatto (così la vive il protagonista), e poi invece mostrando, tramite lo sviluppo della storia e il magnifico finale della serie, come questa possibilità sia del tutto fittizia e immaginaria. L’esito tragico è iscritto nell’ordine degli eventi; è cioè la conseguenza necessaria del voler rivivere il sogno americano in un’epoca che è incompatibile con le premesse stesse di questo sogno. Ed è precisamente a questo punto che entrano in gioco le forze impersonali più volte evocate, che è giunto finalmente il momento di chiamare “per nome e cognome”.

***

La droga, il pollo fritto e lo spirito del capitalismo

“Jesse, you asked me if I was in the meth business or the money business. Neither. I’m in the empire business. “

bb_5La joint venture fra Walter White e Jesse Pinkman fa il suo ingresso nel mercato della droga come una start-up basata su una chiara divisione del lavoro: Walt si occupa della produzione, Jesse si prende in carico la distribuzione e la vendita. Tuttavia, i guadagni che derivano dalla vendita dei primi stock di metamfetamine non soddisfano affatto Walt: troppo rischio (“I’m breaking the law here!“) per poche centinaia di dollari. La “piccola impresa” avviata dai due con un piccolo investimento in mezzi di produzione (l’acquisto del camper [4], il furto dell’attrezzatura e della materia prima) deve inserirsi in un circuito di distribuzione più ampio per garantire un ritorno economico accettabile.

È precisamente a questo punto che le dinamiche storiche, economiche e sociali che innervano il modello di società in cui viviamo iniziano a manifestarsi in tutta la loro forza. Il primo ostacolo che i due aspiranti self-made men devono superare, nella loro ascesa verso il paradiso dei profitti illegali, è costituito dalle propaggini locali del Cartel che controllano distribuzione e vendita con un approccio che rimanda direttamente ai rapporti di produzione e alle dinamiche sociali dell’epoca feudale. A dominare, nel caso di figure come Tuco, i cugini Salamanca, don Hector e don Eladio, sono la coercizione violenta, la minaccia fisica, i rapporti di sangue. Come un signorotto medievale, Tuco gestisce il suo potere da una vera e propria fortezza, in cui le telecamere a circuito chiuso si sostituiscono a fossati e ponte levatoio, e in cui non manca ovviamente un piccolo esercito di guardie del corpo armate. Il suo potere sui subordinati è assoluto, ma gli deriva da qualcuno che sta più in alto di lui nella gerarchia del clan malavitoso.

Walt e Jesse riescono ad avere la meglio su Tuco, ma non spetta a loro il merito del trionfo definitivo del “nuovo” – rappresentato dalla produzione razionalizzata, su larga scala, a fini di profitto – sul “vecchio” – rappresentato invece dalla legge del sangue, dell'”onore”, del “rispetto” e dall’esibizione “muscolare” del potere acquisito. La vittoria è opera invece dell’ingegno machiavellico di Gustavo Fring, personaggio che incarna alla perfezione l’ideologia, il metodo, persino lo stile di vita sobrio e austero del moderno imprenditore capitalista.

Se le telecamere a circuito chiuso che proteggono la fortezza di Tuco hanno uno scopo protettivo, quelle che Gus piazza ovunque (nel megalaboratorio di meth come in tutte le filiali della sua catena di fast food) hanno una funzione totalmente diversa: il controllo della produzione. Le parole d’ordine dell’impero di Gus sono investimento intelligente, attento calcolo costi-benefici, elevata produttività, economia di scala. Il laboratorio sotterraneo per la produzione di metamfetamine è l’emblema della concentrazione del capitale e dei mezzi di produzione; la filiera distributiva, che opera sotto l’efficace copertura delle attività legali de Los Pollos Hermanos e “runs like a clockwork” (Mike dixit), è il culmine della razionalità organizzativa applicata alla distribuzione; il motto di Gus, “keep your friends close but your enemies closer“, rivela infine come il potere del denaro sia nulla senza la prossimità con il potere politico.

Per Jesse e Walt, lavorare per Gus Fring equivale a perdere la propria autonomia di liberi produttori. Poco importa che i soldi arrivino a palate. Per quanto Walt si sforzi di entrare nei panni del tecnico specializzato alle dipendenze della grande azienda capitalistica (con tanto di pranzo al sacco preparato con cura ogni mattina, orari di lavoro in cui manca solo il cartellino da timbrare, procedure lavorative standardizzate), la ribellione è alla fine inevitabile. Il dito medio mostrato con rabbia alla telecamera piazzata nel laboratorio è l’emblema della ribellione del piccolo uomo medio, che ha perso l’indipendenza ma non ha perso definitivamente l’orgoglio, nei confronti di un potere economico e politico vissuto come lontano e opprimente.

L’orgoglio di Walt, il suo attaccamento all’indipendenza di libero produttore, è strettamente legato alla gelosia per il suo prodotto, ossia per la metamfetamina blu “pura al 99,1%”. Walt ama guardare a se stesso come all’artigiano depositario di un sapere esclusivo, creatore di un prodotto di alta qualità e con un “marchio di fabbrica” inconfondibile. È per questo che non accetta di essere equiparato ad altri, di lavorare alle dipendenze di altri, di non avere campo libero nella scelta dei propri collaboratori o nel controllo del processo produttivo.

Sarà Mike Ehrmantraut – che dal canto suo non esita a definirsi “responsabile della corporate security” per l’impero imprenditoriale di Fring – a rinfacciare a Walt, con estrema lucidità, le vere ragioni che lo hanno spinto a ribellarsi all’austero imprenditore/criminale cileno e a spodestarlo: “You could have shut your mouth, cooked, and made as much money as you ever needed! It was perfect! But no! You just had to blow it up! You, and your pride and your ego! You just had to be the man!“.

Ecco quindi emergere almeno tre grandi “tendenze” di natura storica, sociale e ideologica che vengono abilmente messe a nudo con il procedere della trama:

(1) il passaggio dai rapporti sociali dell’epoca feudale a quelli tipici del capitalismo, ossia la transizione da un mondo regolato da rapporti fondati sul sangue e l’onore ad un mondo regolato da rapporti quantificabili in denaro;

(2) la tendenza alla concentrazione dei capitali e dei mezzi di produzione, alla razionalizzazione dei processi produttivi e distributivi e alla crescente commistione fra big business e big government, con il piccolo produttore che si trova a perdere la propria indipendenza;

(3) la sopravvivenza di un “orgoglio imprenditoriale” nella mentalità dei piccoli produttori e dei piccoli proprietari, che da un lato aspirano all’indipendenza dai meccanismi stritolanti del grande capitale, dall’altro sognano di sostituirsi ad esso.

Volendo leggere la vicenda di Breaking Bad nei termini di queste grandi tendenze generali, vediamo quindi come la quarta stagione si concluda con il riscatto della classe media nei confronti del grande capitale. “I won“, dice semplicemente Walt a Skyler, con un misto di sollievo e orgoglio. Il self-made man Walter White non solo ha riguadagnato la propria indipendenza ma, facendo crollare l’impero di Fring, è finalmente nelle condizioni di sostituirglisi. Quel che è certo, tuttavia, è che non può farlo da solo. Ha bisogno di ricostruire l’impero dalle fondamenta, senza tuttavia poter contare sui vantaggi di un meccanismo ben oliato e ben integrato nei circuiti della produzione e della distribuzione su larga scala, e della protezione garantita dalla vicinanza con il potere politico.

È a questo punto che entra in gioco la figura di Lydia Rodarte-Quayle, perfetto esempio del “colletto bianco” sociopatico, assetato di guadagno, privo di scrupoli e annidato nell’apparato pletorico di una grande impresa anonima multinazionale (tedesca, per giunta!). Lydia e la Madrigal Elektromotive, da questo punto di vista, rappresentano il grado successivo di sviluppo dell’azienda capitalistica rispetto all’impero individuale dell’imprenditore Fring. Laddove in quest’ultimo tutte le fasi del processo di valorizzazione – produzione, distribuzione, vendita, sorveglianza ecc. – erano integrate all’interno del sistema, ora accade precisamente il contrario: le singole fasi vengono esternalizzate, conferite in appalto; all’investimento diretto si sostituisce l’offerta ai “soci in affari” di esternalità positive: un accesso privilegiato alle materie prime (la metilammina) e nuovi sbocchi di mercato (la Repubblica Ceca). Non manca, inoltre, un’attenzione tutta particolare all’aspetto promozionale e al marketing (l’insistenza di Lydia sulla necessità che il prodotto sia di colore blu) [5].

Lo stesso metodo scelto da Walt per garantire al contempo efficacia e sicurezza alla produzione di meth trova un perfetto corrispettivo nella realtà del “turbocapitalismo” dei giorni nostri; talmente perfetto che sorge il sospetto che lo “stratagemma” non sia il frutto di una semplice trovata d’ingegno, ma riveli un intento esplicito da parte degli sceneggiatori. Nella quinta serie, infatti, dopo l’avventurosa precarietà delle “cotture” in camper e dopo l’esperienza alienante del grande laboratorio, la produzione si fa mobile, flessibile, just in time: le case sigillate per la disinfestazione cambiano settimana dopo settimana, il laboratorio viene smontato e rimontato continuamente, i sospetti vengono allontanati mescolando i fumi della produzione di meth con quelli degli agenti disinfestanti (forse un riferimento alla ricerca, da parte delle imprese capitalistiche “moderne”, di nuovi lidi nei quali produrre senza vincoli, sfruttando l’ambiente ed inquinando liberamente senza il timore conseguenze legali…?).

Dai rapporti feudali, al pionierismo imprenditoriale del piccolo produttore indipendente, fino alla produzione delocalizzata, passando ovviamente per la concentrazione di capitali e mezzi di produzione che ha caratterizzato la fase “matura” dello sviluppo capitalistico: la trama di Breaking Bad, letta in filigrana, è anche questo, ossia una metafora profonda ed illuminante delle dinamiche che hanno sospinto lo sviluppo storico e sociale dell’era moderna, non solo modificando i rapporti e i metodi di produzione, ma rivoluzionando la società in tutti i suoi aspetti, fino a metterne in discussione in modo radicale le fondamenta e i punti di riferimento. E anche qui Breaking Bad non delude, come vedremo gettando un’occhiata sul modo in cui viene affrontato il tema della crisi della famiglia come istituzione fondante l’ordine sociale.

***

La famiglia: da sorgente della morale a meccanismo stritolante

“Someone has to protect this family from the man who protects this family.”

bb_6La famiglia è, da tutti i punti di vista, il principale punto debole di Walter White. È Tuco a ricordarglielo minacciosamente: “I like doing business with a family man, there’s always a lot of collateral” (S02 E02). Ma anche prima di intraprendere la carriera criminale, Walt vive il proprio rapporto con la famiglia e le sue responsabilità verso di essa dal punto di vista della sconfitta e del fallimento. È proprio questo senso di colpa – Walt non si sente all’altezza del ruolo di marito/padre in grado di provvedere alla propria famiglia – uno dei fattori che lo inducono a spendere le proprie competenze di chimico nel mercato delle droghe sintetiche.

Tutto si può dire, quindi, salvo che la condizione familiare dei White all’inizio della storia sia una condizione “felice”. O, quanto meno, che Walt la viva serenamente: il figlio disabile, la figlia non voluta, i debiti ecc. sono da lui percepiti come parte del fallimento complessivo della sua esistenza, non diversamente dalla mancata carriera professionale [6]. Certo è che, nel tentativo di riscattarsi tanto ai propri occhi quanto a quelli dei familiari, Walt getta le basi per la rovina della famiglia, trascinandola nel gorgo degli eventi in cui si trova implicato a causa della sua scelta criminale.

Walt non accetta la “carità” dei vecchi soci in affari che si sono offerti di pagargli le cure, e resta fermo nel suo proposito nonstante le insistenze di Skyler. Per quanto riguarda il rapporto con il figlio, non si accontenta della sua stima (“he’s a great father, a great teacher… he’s just decent“), ma vuole “potergli dare ciò che desidera” (si veda la vicenda dell’automobile) e incarnare ai suoi occhi un modello paterno “forte” [7]. Il feroce tentativo di iniziazione di Walter Jr. all’alcol è un esempio fra i molti possibili, tanto più significativo dal momento che fa emergere il rapporto di conflittualità latente con Hank, che gioca a sua volta un ruolo fondamentale nel tentativo di Walt di riscattarsi dalla condizione di uomo “mite”, frustrato, innocuo, passivo, alla quale tutti, con l’eccezione di Skyler, sembrano volerlo inchiodare.

Con l’eccezione di Skyler, appunto. Anche se il personaggio splendidamente interpretato da Anna Gunn è stato stigmatizzato pressoché senza eslcusione di colpi – venendo persino ridotto da qualche fine spirito analitico allo stereotipo della “moglie rompicoglioni e anche un po’ zoccola” – Skyler è una figura fondamentale, tutt’altro che priva di sfaccettature e, soprattutto, sintomatica. È anzitutto la prima persona – e l’unica, almeno fino alla scioccante scoperta di Hank – a intuire che Walt sta nascondendo qualcosa di più di uno spinello o di un occasionale tradimento. Ma, ciò che è più importante, il modo in cui sono raccontate la sua reazione alla trasformazione di Walt e le conseguenze di questa reazione, mette a nudo con straordinaria potenza, e in modo più efficace di tante possibili analisi, la condizione di drammatica solitudine e sottomissione che la donna è costretta a subire a causa del suo ruolo nel quadretto idilliaco della “famiglia tradizionale”.

La prima reazione di Skyler, quando capisce che Walt le sta nascondendo qualcosa di importante, è la rimozione. Rimozione cui fanno seguito il rifiuto, la fuga, la ritorsione. Ma dopo aver finalmente capito che Walt è uno spacciatore, e dopo averlo cacciato di casa chiedendo persino il divorzio, Skyler torna sui suoi passi e “accetta con condizioni” la scelta del marito, diventando sua complice (attiva) nell’operazione di riciclaggio. Nella ricerca di una soluzione al problema della montagna di contanti che Walt porta a casa grazie alla sua attività criminale, Skyler dimostra per giunta di essere una persona ricca di risorse e di inventiva – qualità, queste, che non era riuscita evidentemente ad esprimere fino a quel momento, confinata com’era nel ruolo di madre, moglie e casalinga.

Skyler paga in diversi modi, tutti egualmente orribili, le conseguenze della scelta del marito – ma sarebbe meglio dire: il desiderio nascisistico e tutto “maschile” di riscatto che muove le azioni di Walt. Ne fa le spese, anzitutto, perché, conoscendo entrambi i volti di Walt, è letteralmente terrorizzata dalla sua serena ipocrisia e dalla sua cronica propensione alla menzogna. Ne fa le spese perché, pur di non vedere rivelato il segreto di Walt, che porterebbe la famiglia alla rovina sicura, è costretta ad accettare di essere odiata dal figlio. Ne fa le spese, infine, perché, una volta venute a galla le azioni criminali di Walt, le toccherà affrontare agli occhi del mondo intero l’accusa di complicità con il marito e crescere due figli in totale solitudine, in un clima tutt’altro che sereno.

Insomma: Skyler White è a tutti gli effetti vittima del meccanismo stritolante della vita familiare e degli equilibri su cui questo meccanismo si fonda. L’effetto “stritolante” è tanto più palese e drammatico se si considera che, all’inizio della serie, Skyler ci viene presentata come perfettamente integrata nella routine familiare, oltre che come agguerrita portavoce della moralità che vede nel nucleo familiare il fondamento “sano” della società. Moralità che, nel corso della serie, subisce dei potenti scossoni e un’importante evoluzione (nel senso che questa moralità si relativizza profondamente), ma che non abbandona mai il personaggio, al punto di creare in esso una fonte di dissidio pressoché inconciliabile (si prenda la geniale sequenza della piscina).

Man mano che gli eventi procedono, e man mano che Skyler si trova ad apprendere delle attività di Walt e delle sue conseguenze, l’equilibrio e la serenità familiare si manifestano come qualcosa di sempre più precario, ipocrita, spudoratamente falso. Questa falsità la percepiamo proprio attraverso lo sguardo sconcertato e terrorizzato di Skyler [8], al punto che nel corso della serie siamo portati ad odiare fin dal profondo del cuore la versione “familiare” di Walt e ad immedesimarci anzi in lei (a chi scrive, quanto meno, è accaduto). L’intero castello di carte della “moralità familare” crolla così sotto i nostri occhi, fino al drammatico epilogo.

Per quest’esito sarebbe certo facile incolpare la “volontà di potenza” che si impadronisce di Walt, o anche solo il narcisismo, l’egoismo e il gretto spirito di rivalsa che lo spingono ad insistere nella carriera criminale anche quando non ce ne sarebbe più bisogno – e che sono collegati, come si è visto, alla gelosia per il proprio prodotto e per la condizione emancipatoria di libero produttore indipendente. Oppure, volendo restare sordi e ciechi a questi aspetti che pure caratterizzano il personaggio di Walt, si potrebbe pur sempre incolpare la dinamica inesorabile degli eventi, per cui una scelta sbagliata se ne trascina inevitabilmente dietro altre mille. Ma anche qui, come in precedenza, può essere interessante e utile leggere la vicenda in un’ottica del tutto diversa, incentrata sul social commentary implicito più che sull’analisi psicologica o sulle dinamiche narrative.

Se vogliamo leggere con questi occhiali analitici la vicenda della famiglia White, la “morale” è presto tratta: i “valori”, i punti di riferimento ideali della classe media (e la famiglia è senz’altro il più importante di questi dopo la tutela della libertà dell’individuo proprietario) sono destinati a manifestarsi per quello che sono – ridicole finzioni imbevute d’ipocrisia e di falsità – di fronte a ciò che consegue nella realtà dei fatti alla loro piena e compiuta applicazione. Walt distrugge la famiglia proprio nel tentativo di proteggerla e tutelarla; distrugge se stesso nel ruolo di padre e marito proprio mentre cerca di dimostrarsi un padre e un marito “vero”.

Il successo individuale è nulla senza il riconoscimento, e il luogo primario in cui si gioca questo riconoscimento è la famiglia e il regno degli affetti. Eppure, il tentativo da parte di Walt di riscattare il proprio insuccesso sposando fino alle estreme conseguenze l’unica edizione disponibile del “sogno americano”, lo porta a scontrarsi sia con le dinamiche profonde del capitalismo come modello di organizzazione economica e sociale, sia con l’inesorabile tramonto della famiglia come istituzione “fondante” l’ordine sociale. Il sogno di autonomia e riscatto per sé e per la propria famiglia si trasforma, così, nel peggiore degli incubi.

***

Generazione perduta

 “Well, I’ll tell you, I know a lack of motivation when I see it.”

bb_10Nel social commentary implicito che ho cercato di mettere in luce fino ad ora, la figura di Jesse Pinkman svolge un ruolo fondamentale. Se tutti ricordiamo fin troppo bene le agghiaccianti considerazioni di Mario Monti sui trentenni come “generazione perduta”, converrà forse partire proprio da qui per inquadrare il ruolo complessivo di Jesse nella sottotrama storico-sociale che innerva la vicenda di Breaking Bad.

All’inizio della serie, Jesse ci viene presentato come il perfetto esponente di una gioventù “persa”, scarscamente scolarizzata, tendenzialmente nullafacente, attirata come una mosca dagli abbaglianti lampioni dell’edonismo e dei guadagni facili nel mondo della piccola criminalità. Gli allievi annoiati, disinteressati e lagnosi di Walt sono, a loro volta, tanti piccoli Jesse “in potenza”. Gli stessi amici di Jesse – Badger, Skinny Pete, Combo – sono ritratti come nerd rincoglioniti, incapaci di pensare ad altro che alla droga, ai videogiochi, al divertimento più degradante. Questo, nonostante almeno uno di loro (Combo) provenga da una poverissima famiglia di immigrati.

Cooptato nell’avventura imprenditoriale di Walt – nel corso della quale il rapporto tra i due si sviluppa fino a imitare e a surrogare, nei fatti, il rapporto fra padre e figlio – Jesse subisce tuttavia una veloce e drammatica trasformazione. Messo di fronte alle sue responsabilità di dipendente, di “socio in affari”, di fedele e fidato collaboratore (a seconda di coloro per i quali, o con i quali, lavora di volta in volta) viene costretto non solo a ripulirsi dalle droghe e a rinnegare la sua vita precedente, ma ad affrontare sacrifici enormi – fra cui la lacerante perdita di Jane – e a fare i conti con l’omicidio.

Così come la vicenda di Walt può essere letta come una tragica parodia del “sogno americano”, la vicenda di Jesse è sviluppata dagli autori nella forma di un rovesciamento sadico del “romanzo di formazione”. Il sadismo, naturalmente, è quello di un’intera società, di un intero modello di organizzazione socio-economica, che sacrifica le nuove generazioni condannandole al ruolo di vittime predestinate degli errori delle generazioni precedenti, delle storture del sistema, dell’immoralità e dell’assenza di scrupoli su cui il sistema stesso fonda il suo funzionamento.

La “ricompensa” ideata dagli sceneggiatori per i sacrifici personali di Jesse, per le scelte dolorose cui viene messo di fronte, per la sua trasformazione da “ragazzino rincoglionito” in freddo esecutore di ordini, ha dell’incredibile: la schiavitù in un vero e proprio campo di lavoro, con tanto di catene, filo spinato e sorveglianti nazisti. Cosa ci suggerisce, allora, questa immagine potentissima? Forse che, dopo aver allettato i giovani con sogni di autonomia, di successo e di fama, il sistema in cui viviamo li condanna a misurarsi con una realtà completamente priva di prospettive reali e concrete, in cui la sorte migliore che può capitare è quella di finire a lavorare con contratti ridicoli e paghe da fame alle dipendenze, magari, di qualche grande multinazionale della distribuzione…?

Breve inciso: il fatto che gli autori della serie abbiano scelto una gang di suprematisti bianchi nel ruolo di sicari e produttori per conto terzi alle dipendenze di Lydia, è a sua volta un dato che fa riflettere. Anzitutto, le condizioni di lavoro sotto il regime del nuovo capitalismo “flessibile” vengono in questo modo equiparate a quelle dei campi di concentramento nazisti (il campo di lavoro in cui è rinchiuso Jesse potrebbe ricordare tranquillamente una delle svariate export processing zone cresciute come i funghi nei paesi del Terzo Mondo in seguito ai processi di deindustrializzazione delle economie occidentali). Ma, oltre a questo, la scelta dei nazisti di Uncle Jack come “braccio operativo” del grande capitale anonimo sembra quasi un omaggio involontario al Daniel Guérin di “Fascismo e grande capitale”!

Torniamo però alla parabola di Jesse. C’è un tratto caratteriale del tutto peculiare che Jesse si porta dietro durante l’intera serie, e che né la follia del rapporto con Walt, né il lavoro alle dipendenze di Fring riescono a raschiare via del tutto. Si tratta di un elemento che sembra scaturire dal rapporto di Jesse con la propria infanzia, se non addirittura dal fatto che il personaggio è, per molti aspetti, un “ragazzino mai cresciuto”. Fatto sta che, di fronte ai bambini – il fratello più piccolo, il figlio della coppia di drogati che derubano Skinny Pete, Brock, Drew Sharp – si manifestano alcuni aspetti della personalità di Jesse che rivelano un animo gentile, sensibile, profondamente empatico. La stessa cosa si potrebbe dire del suo rapporto, via via sempre più combattuto, con il denaro sporco accumulato grazie all’attività illegale, fino alla decisione finale di distribuirlo a manciate in un quartiere poverissimo di Albuquerque.

È forse proprio questa propensione all’empatia, e la conseguente maturazione di profonde remore morali rispetto al mondo criminale nel quale si trova invischiato (potente metafora del mondo reale, come spero sia ormai abbastanza chiaro), il fattore-chiave per capire il motivo per cui Jesse viene, alla fine, “risparmiato” dagli autori della serie. Vittima di un “sogno americano” fasullo e anacronistico, che non ha mai sentito come veramente suo, Jesse conserva una qualità positiva che, a dispetto delle disavventure, dell’umiliazione e della sofferenza patita, sopravvive alle avversità e finisce per rappresentare, a suo modo, una possibile ancora di salvezza per un futuro migliore.

Se l’empatia non salverà il mondo, il fatto che le nuove generazioni non la perdano definitivamente per consegnarsi mani e piedi legati alla brutalità del mondo in cui si trovano a vivere è comunque un piccolo elemento di speranza che neppure la serie televisiva più nichilista di sempre sembra volerci negare.

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Una folle manciata di nulla [9]

 “I did it for me. I liked it. I was good at it. And… I was… really… I was alive.”

bb_8L’amara ammissione di Walt nell’ultima puntata della serie è l’ammissione di una sconfitta, di un fallimento. Riconoscendo di aver agito “per se stesso”, Walt prende atto del carattere nichilistico della propria volontà di riscatto. Questo ovviamente non significa che Walt non avesse creduto, e con convinzione, alle proprie menzogne sulle ragioni per cui aveva intrapreso la carriera criminale; significa semplicemente che, vedendo crollare il castello di carte così faticosamente edificato, si trova costretto ad ammettere che le sue illusioni non hanno retto all’impietosa prova dei fatti. La scelta di “mettersi in proprio” non solo non gli ha permesso di riscattarsi dal fallimento della propria esistenza ma ha anche distrutto tutto quello che, nel corso di quell’esistenza anonima ma dignitosa, era comunque riuscito a costruire.

Walt ha inseguito un miraggio e, nel farlo, si è trasformato in un mostro. O, meglio, ha fatto uscir fuori il mostro che era cresciuto in lui, nutrito da anni di frustrazioni e sfortune. Rivivere il sogno americano in un mondo segnato dalla crisi e dominato da forze completamente sottratte al dominio e al controllo dei singoli individui, equivale quindi a condannarsi alla sconfitta, facendo emergere la falsità e l’anacronismo di un’idea di società e di famiglia ordinate, pacificate e serene.

Di fronte alla crisi economica, sociale, morale che sta minando alle fondamenta il mondo industrializzato e “benestante”, non c’è via di scampo individuale o familiare che tenga. Il riscatto, se cercato in quella direzione, potrà essere soltanto apparente e precario, e le forze disgreganti evocate dalla decisione, da parte del singolo, di muovere guerra in totale solitudine al sistema nel suo complesso si faranno carico di mettere a nudo il carattere illusorio di un simile tentativo di emancipazione.

È significativo che Breaking Bad abbia riscosso un così grande successo negli Stati Uniti, non solo creando una folla di seguaci e fan, ma ottenendo un ampio riconoscimento da parte della critica. Proprio mentre i miti del sogno americano, del riscatto individuale e della morale familiare vengono impietosamente smascherati come altrettante finzioni, vediamo infatti muoversi nella società americana tendenze inaspettate: l’elezione di una candidata socialista alle elezioni comunali di Seattle, il cambiamento di percezione rispetto all’idea di una società organizzata in senso socialista, il riemergere della lotta di classe (gli scioperi dei dipendenti delle catene di fast food, le rivendicazioni per il salario minimo ecc.).

Se la via di fuga individuale, fondata sui miti che hanno nutrito per decenni l’ideologia ufficiale della società americana, non è più praticabile, ciò può significare una cosa soltanto: le nostre speranze di emancipazione possono passare soltanto attraverso la lotta e l’organizzazione collettiva. Breaking Bad non tocca per nulla questo aspetto, e non avrebbe alcun senso aspettarsi che lo faccia; nel mettere a nudo la realtà dietro al mito e nel mostrare con il loro vero volto le dinamiche profonde che muovono la società capitalistica, tuttavia, lascia aperta la questione, e ci spinge ad interrogarci con grande attenzione sul nostro futuro.

NOTE

[1] I muri dei bagni pubblici, a volte, regalano perle di saggezza come questa.

[2] Per restare a quanto riportato dagli autori della serie a proposito della trasformazione del personaggio, non abbiamo quindi una piena e compiuta transizione “da Mr. Chips a Scarface”; semmai, Mr. Chips e Scarface – ossia due personaggi che non hanno assolutamente nulla in comune – si fondono e si ibridano in modo paradossale ed esplosivo nella figura di Walter White.

[3] Valga, su tutto, questa considerazione di Bryan Cranston sul suo personaggio: “what I’ve learned about people, is that, given the right set of circumstances, even the meekest person […] can be dangerous. […] A seemingly harmless animal, when cornered, comes out fighting” (qui l’intervista completa).

[4] Il fatto che le prime “cotture” di metamfetamina avvengano in un camper parcheggiato in mezzo al nulla, sul terreno di una grande riserva indiana, sembra rappresentare un ulteriore riferimento al “mito della frontiera”, ossia alle origini del capitalismo americano e dell’ideologia ad esso legata.

[5] Semplicemente geniale, da questo punto di vista, la soluzione proposta da Uncle Jack al problema del colore delle metamfetamine prodotte da Todd, che non soddisfano Lydia proprio perché non sono blu: aggiungere un po’ di colorante.

[6] “The truth is I couldn’t stand to spend another second in that house. I just had to… get out. And so I left. […] Doctor, my wife is seven months pregnant with a baby we didn’t intend. My fifteen-year old son has cerebral palsy. I am an extremely overqualified high school chemistry teacher. When I can work, I make $43,700 per year. I have watched all of my colleagues and friends surpass me in every way imaginable. And within eighteen months, I will be dead. And you ask why I ran?” (episodio 3, serie 2).

[7] Il culmine del rapporto fra padre e figlio è la puntata 10 della quarta serie, grazie anche ad uno splendido monologo in primissimo piano interpretato magistralmente da Bryan Cranston. Walt, reduce dalla violenta lite con Jesse, si vergogna di fronte al figlio del proprio stato, e afferma di non voler essere ricordato in quel modo. Tuttavia, nonostante la condizione pietosa del padre, Walter Jr. dimostra di volergli bene e di non aver perso un briciolo di stima nei suoi confronti. Quello che dice il ragazzo è tuttavia estremamente importante: “Remembering you that way wouldn’t be so bad. The bad way to remember you would be the way you’ve been this whole last year. At least last night you were… you were real“. È come se Walter Jr. percepisse, nel profondo del suo cuore, che l’immagine paterna “forte” che Walt ha cercato di dare è, a conti fatti, fasulla e controproducente.

[8] Emblematica, a questo proposito, la sequenza in cui Walt e Walter Jr. guardano “Scarface” alla televisione compiacendosi del bagno di sangue finale, e in cui Skyler assiste alla scena incredula e terrorizzata (episodio 3 della quinta serie).

[9] “A crazy handful of nothing” è il titolo, profetico, del sesto episodio della prima serie.

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Renzi for dummies

matteo_renzi2Per chi ancora proprio non se la fosse data, il Jobs Act di Renzi è l’ennesima fregatura – per non dire “trappola criminale” – ai danni di lavoratori e disoccupati. Il culmine di un processo di controriforma iniziato più di dieci anni fa, e il cui obiettivo neppure troppo nascosto è quello di rimuovere pezzo per pezzo tutte le garanzie conquistate dal mondo del lavoro a prezzo di dure lotte.

Lo scopo di tutto ciò…? Nelle parole degli ideologi di questo attacco a mani basse, accrescere l’occupazione creando nuove opportunità di lavoro e spezzando così le rigidità di un mercato del lavoro “bloccato” e iniquo. Nella realtà dei fatti, creare per il grande capitale un ambiente favorevole agli investimenti, grazie all’esistenza di una massa di individui disposti ad accettare di tutto (contratti privi di qualsiasi tutela, distruzione della rappresentanza sindacale, salari ridicoli ecc.) pur di portare a casa di che campare.

A più di quindici anni dall’approvazione del “pacchetto Treu”, che fra le altre cose introdusse in Italia il lavoro interinale, i dati parlano da sé. Disoccupazione giovanile alle stelle, spaventose iniquità contrattuali e salariali (tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e migranti, tra giovani e meno giovani ecc.), mobilità sociale ridotta quasi a zero. Risultato? Per la prima volta da decenni, il numero degli italiani che lascia il Paese per cercare fortuna all’estero supera quello di coloro che vi entrano.

Ossimori ultraliberisti

La miscela esplosiva di attacchi al mondo del lavoro e tagli su tutti i fronti che ha caratterizzato l’agenda politica del governo Monti e che sta ora dettando quella del governo Letta, è stata oggetto di una vera e propria teorizzazione. E’ la cosiddetta austerità espansiva, i cui più convinti propagandisti in italia sono gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (1).

La “ricetta”, di ispirazione ultraliberista, è quella di ridurre il più possibile la spesa pubblica in materia di servizi garantiti (scuola, sanità, trasporti, welfare) e stimoli all’economia attraverso tagli lineari (2), e, di pari passo, privatizzare i servizi, comprimere i salari, modificare le relazioni fra lavoro e capitale a tutto vantaggio del secondo.

All’obiezione, banale e drammaticamente comprovata dai fatti, per cui manovre di questo tipo producono effetti recessivi con conseguenze devastanti sull’economia e sulla società, i brillanti ideologi dell’austerità espansiva rispondono così: no, perché grazie alla mole di risparmio accumulata negli anni – se non nei decenni – dalle famiglie italiane i consumi non precipiteranno, la domanda subirà una flessione relativamente contenuta, e l’economia continuerà a girare, spianando la strada alla ripresa (3).

Certo. Come no!?

Che c’entra Renzi…?

Per capire quanto la proposta di Renzi in materia di lavoro si ponga in netta continuità con questa tendenza, basterebbe fare caso a tre semplici cose; due serie, una semiseria:

1) la visione ideologica più volte ribadita e rivendicata da Matteo Renzi, a partire dal “superamento” dello Statuto dei Lavoratori.

2) chi ha appoggiato in concreto la sua candidatura a segretario del PD, ossia alcuni fra i maggiori pezzi grossi del capitale finaziario italiano (4).

3) il fatto che anziché “Job Act” l’abbiano chiamato “Jobs Act”. Forse perché dove c’è di mezzo un richiamo (casuale?) al guru con gli occhiali e il maglioncino nero a mezzo collo, tutto rischia di suonare estremamente più cool alle orecchie dei gonzi che ancora si bevono il mito del self-made man nell’era della new economy…? (5)

Resta il fatto che il modello proposto, al quale ci si riferisce comunemente con i termini flexsecurity e workfare, ha già dimostrato i suoi effetti deleteri proprio nei Paesi che vengono costantemente additati come modello, ossia Regno Unito, USA e paesi scandinavi.

La Svezia non è (più) il paradiso

Il welfare nordeuropeo poteva rappresentare un modello per certi versi unico di sicurezza sociale prima che venissero applicate le riforme che sono i cavalli di battaglia del PD da ben prima dell’elezione di Renzi (che ha soltanto portato a compimento una tendenza in atto da anni). Nel 2012, tanto per capirci, la Svezia ha mostrato uno dei più elevati aumenti in termini percentuali degli individui a rischio povertà sul totale della popolazione (fonte: Reuters – cfr. The reality of Swedish neo-liberalism).

Il richiamo al Nord Europa, quindi, è puramente mistificatorio. E se questo ancora non bastasse, nei paesi anglosassoni il modello del workfare, annunciato con grandi squilli di tromba da democratici e laburisti già negli anni ’90, ha creato una popolazione in costante crescita di working poors sui quali si sta per giunta scatenando una campagna d’odio di classe (diretta dall’alto verso il basso) senza precedenti.

Questo video è emblematico. Andiamo oltre il fatto che in confronto alla verve graffiante di Jon Stewart le imitazioni renziane del “radicale” Crozza sfigurano impietosamente (la differenza fra satira e sfottò è ancora attuale e vale ovviamente anche per i comici “di sinistra”)… i toni utilizzati dai commentatori della Fox ci potranno sembrare qualcosa di distante anni luce dalla realtà italiana, ma se si guarda alla sostanza non siamo poi tanto lontani.

Ecco come presenta i contenuti del “Jobs Act” uno dei suoi ideatori, il responsabile welfare del PD Davide Faraone in un’intervista: “Quando ci chiedono dove troverete le risorse per le coperture destinate all’assegno universale, la risposta è che le troveremo anche andando a razionalizzare i troppi sprechi che ci sono stati in questi anni sugli ammortizzatori. Penso soprattutto alla cassa integrazione in deroga e a quelle situazioni surreali in cui esistono aziende dove le ore di cassa integrazione sono superiori a quelle lavorate, e dove i sussidi si sono trasformati in una droga“.

Il principio è sempre quello: i famigerati “sussidi” erodono la tempra della società, ci riducono ad una civiltà di fannulloni e di scrocconi. Poco importa se, grazie ai miseri proventi della cassa integrazione, migliaia di lavoratori e famiglie scappano di un soffio allo sprofondamento nella miseria più nera – anche se non alla depressione e alla frustrazione che deriva dall’assenza di prospettive e garanzie lavorative per il futuro.

Da Speenhamland al welfare moderno

Il cosiddetto Speenhamland System è un pezzo importante della storia politica e sociale dell’età moderna. Fu operante in Inghilterra fra il 1795 e il 1834, ossia durante uno dei periodi in cui la rivoluzione industriale conobbe il più forte sviluppo. Andò a sostituirsi alla Poor Law introdotta quasi due secoli prima da Elisabetta I e più volte emendata nei decenni successivi.

Il sistema fu ideato dai magistrati della contea del Berkshire, e prese il nome dal paese in cui questi si riunirono per discutere una serie di provvedimenti che, superando i limiti e le conseguenze disumane della legislazione elisabettiana, garantissero un sollievo alle enormi masse contadine espropriate, ridotte alla fame, e costrette a ricollocarsi nel nascente settore industriale.

Misure come il Settlement Act del 1662 limitavano la mobilità dei lavoratori sul territorio nazionale, imponendo ai poveri di risiedere presso una parrocchia. Gli oneri connessi al mantenimenti dei poveri erano scaricati su queste ultime, con conseguenze facilmente immaginabili sulla qualità del “servizio”; le workhouses, veri e propri luoghi di reclusione destinati a disoccupati e vagabondi, offrivano uno spettacolo agghiacciante di miseria, disperazione e abbruttimento.

Il sistema di sussidi integrativi al salario introdotto dallo Speenhamland Act fu un tentativo di correggere gli effetti più devastanti della precedente legislazione, ma era ispirato dalla stessa logica paternalistica. I risultati, peraltro, non furono affatto positivi, tanto più che il sistema di Speenhamland rimase sempre allo stato “informale” e non fu mai implementato in termini legislativi.

Ecco il giudizio formulato su di esso da Karl Polanyi: “l’episodio di Speenhamland rivelò al popolo del principale paese del secolo la vera natura dell’avventura sociale nella quale si stava imbarcando […]; se il Reform Bill del 1832 e il Poor Law Amendment del 1834 furono comunemente considerati come il punto di partenza del capitalismo moderno, fu perché essi mettevano fine alla norma del padrone bonario e del suo sistema di assistenza. Il tentativo di creare un ordine capitalistico senza un mercato del lavoro era fallito disastrosamente. Le leggi che governavano un simile ordine si erano affermate e manifestavano il loro radicale antagonismo al principio del paternalismo” (da “La grande trasformazione”, p. 103).

Conseguenza inevitabile di questo nuovo “ordine capitalistico” incentrato sul mercato fu l’emergere di una classe lavoratrice che, concentrandosi in modo crescente nelle periferie delle grandi metropoli e nei grandi stabilimenti industriali, imparò ad organizzarsi, a lottare, e a vedere se stessa come forza motrice di processi rivoluzionari capaci di modificare alla radice il funzionamento stesso del sistema, fino a dar vita ad un’autentica società di eguali.

Il sistema di welfare che oggi è così apertamente sotto attacco, è il frutto quindi di una lunga storia di lotte, iniziate grosso modo nello stesso momento in cui il vecchio paternalismo veniva definitivamente messo in soffitta dalle nuove classi dominanti. Lo stesso Bismarck, cui spetta nei fatti l’invenzione dello “stato del benessere”, fu costretto ad intraprendere quella strada per evitare che il socialismo si diffondesse ancora di più tra le sempre più nutrite fila del proletariato tedesco.

Paternalismo 2.0

Fa riflettere che molti dei provvedimenti contenuti nelle recenti “riforme” del mercato del lavoro nei paesi occidentali ricordino così da vicino certi aspetti delle Poor Laws del sei-settecento. L’obbligo ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, salvo vedersi ritirare il sussidio, rimanda, pur con tutte le ovvie differenze del caso, al clima repressivo delle workhouses. Il sistema fatica a tal punto a creare posti di lavoro minimamente dignitosi che può capitare (è capitato a chi scrive) di vedersi offrire uno stage (sic) in un supermercato (sic) come addetto al rifornimento scaffali (sic) per l’astronomico compenso di 350 euro netti, a fronte di impegno lavorativo a tempo pieno, per tre mesi.

Ovviamente, se il Jobs Act di Renzi, o qualche altro fantasioso “act” destinato a portare a termine la tendenza in atto, dovesse prendere piede, sarà difficile dire di no a “lavori” di questo tipo, a salari da fame o a contratti capestro. Salvo, ovviamente, vedersi ritirare il diritto al sussidio.

L’idea stessa di un “assegno universale” ci riporta, per certi aspetti, al paternalismo dell’Inghilterra del XVIII secolo. Un “paternalismo 2.0”, un liberal-paternalismo se vogliamo (6), in cui la povertà cronica viene spacciata per “sacrificio” e la precarietà lavorativa ed esistenziale più spinta viene venduta come “auto-imprenditorialità”. Ma pur sempre di paternalismo si tratta, visto che a definire i termini di questo nuovo modello di welfare non saranno affatto le lotte rivendicative di coloro che saranno toccati nella viva carne da questi provvedimenti, bensì le burocrazie decotte, delegittimate e definitivamente svendute al capitale del più grande partito di massa e del più grande sindacato di massa in Italia. Il tutto, ovviamente, sotto l’occhio vigile delle élite finanziarie e industriali nazionali, europee e globali, visto che è a quegli interessi che le suddette burocrazie rispondono in ultima istanza.

Perché conviene ricordarlo una volta di più: sanità pubblica, scuola pubblica, pensioni e ammortizzatori sociali sono stati una conquista che in qualche modo “anticipava”, pur entro i limiti del sistema capitalistico e fra le mille contraddizioni del compromesso politico, la possibilità di un riscatto storico per le classi subalterne. Oggi però i servizi così conquistati vengono trasformati in macchine di profitto per i privati, e ciò implica un profondo mutamento negli equilibri sociali.

Lo dice con chiarezza Faraone nell’intervista sopra riportata: “come abbiamo promesso in campagna elettorale, siamo intenzionati a smontare un vecchio modello di welfare impostato tutto sulla triade scuola-lavoro-pensioni“. Laddove il “vecchio” modello di welfare integrava il diritto/dovere al lavoro con l’accesso agevolato a servizi educativi e cure sanitarie, le pensioni di anzianità, gli ammortizzatori sociali ecc., il “nuovo” modello di welfare si fonda sulla disoccupazione o sulla sotto-occupazione croniche, e rifornisce i nuovi working poors di sussidi elargiti “universalmente” affinché questi li spendano per pagarsi istruzione, sanità e pensioni (ossia beni e servizi irrinunciabili) saldamente in mano ai privati, magari indebitandosi pure.

Per i privati, d’altronde, il saccheggio del settore pubblico è da almeno un decennio il nuovo Far West, soprattutto in Occidente, dove il settore terziario ha da tempo assunto dimensioni colossali rispetto a quelli più strettamente produttivi (agricoltura e industria). Il bisogno della gente di curarsi, di istruirsi per conservare una flebile speranza di mobilità sociale, o di mettere via dei risparmi per garantirsi un reddito nella vecchiaia, è una fonte garantita di introiti per chi riesce a mettere le mani su cliniche, istituti scolastici e fondi pensione. Tanto più se chi ha questo bisogno si trova a spendere in servizi del genere la quasi totalità del salario (o del sussidio!)…

Insomma, con il “rottamatore” Renzi nulla di nuovo sotto il sole. Né tanto meno una reale svolta verso destra (come ritiene chi ancora pensava che il PD fosse un partito di “sinistra”). Soltanto il logico e naturale compimento di una storia lunga, che ha visto i partiti socialdemocratici di tutto l’Occidente sposare senza remore la causa del liberismo più impietoso. Se il Jobs Act di Renzi può sembrare così sfacciatamente “di destra”, la discontinuità con quanto hanno fatto i passati governi di centrosinistra è soltanto apparente.

NOTE:

(1) In questo articolo i consigli della “magnifica coppia” al nuovo segretario del PD.

(2) Come già sostenevano nel “lontano” 2011 altri due “campioni” dell’ultraliberismo all’italiana, Luigi Zingales e Roberto Pedrotti, “purtroppo ormai manca il tempo per le manovre ‘intelligenti’ o politicamente indolori, che taglino il grasso e non la carne”.

(3) Per la cronaca, la propensione al risparmio delle famiglie italiane è in drastico calo almeno dal 2002, e si colloca oggi al di sotto della media europea: 12% contro 13,12%, secondo l’ISTAT.

(4) A beneficio degli scettici, ecco cosa riportava un annetto fa il Corriere della Sera: “Capitani d’azienda, banchieri, consulenti finanziari e colletti bianchi di vario genere. Ecco i sostenitori di Matteo Renzi, chiamati dal golden boy della finanza, Davide Serra, fondatore del fondo Algebris. (…) Scopo della cena, presso la Fondazione Metropolitan, è raccogliere fondi per sostenere la campagna del sindaco di Firenze. E qualche portafoglio interessante si è visto, il numero uno di Deutsche bank Italia, Flavio Valeri, il presidente di Lazard e Allianz Italia, Carlo Salvatori, l’ex dg di Bpm, Enzo Chiesa, Andrea Soro di Royal bank of Scotland e l’amministratore delegato di Amplifon, Franco Moscetti. Tra gli altri sono stati visti anche giovani manager di Mediobanca e professionisti di diversi studi legali milanesi“.

(5) La sequela di anglicismi non è casuale, vuole semplicemente sottolineare la dose consistente di ridicolo contenuta in certe mitologie così diffuse anche tra persone non del tutto sprovvedute. Se vi azzardaste a pronunciate una frase del genere, infatti, verreste giustamente presi per scemi.

(6) Come si è detto a proposito di Speenhamland, il libero mercato e la sua ideologia di riferimento (liberismo) si sono affermati proprio demolendo il sistema paternalistico ereditato dall’epoca elisabettiana. Tuttavia, se ad affermati economisti è data licenza di parlare di “austerità espansive”, posso prendermi a mia volta il lusso di ricorrere ad un ossimoro; che ha il merito, per giunta, di rendere conto della sorprendente convivenza, nel “nuovo” modello di welfare, di elementi pre-capitalistici e di elementi riconducibili invece alla piena maturità del sistema capitalistico.

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La sinistra e i “forconi”

20131215_forconiLe mobilitazioni dei “forconi”, sviluppatesi nel corso della settimana, confermano quanto si era detto qualche mese fa ragionando sul successo elettorale del Movimento 5 Stelle. Sta infatti giungendo a maturazione una tendenza che ha percorso gli ultimi vent’anni di storia del nostro paese, e che consiste nel crescente protagonismo sociale e politico delle “classi medie”. Con questo termine si intende un agglomerato sociale che include porzioni eterogenee della popolazione, che in una situazione come quella attuale si trovano accomunate dalle conseguenze della crisi economica e sociale sul proprio tenore di vita e sulle proprie prospettive.

Si tratta di un agglomerato che sfida le distinzioni di classe tradizionali. Questo agglomerato è tenuto insieme più da fattori di ordine soggettivo – una sorta di “sentire comune” indotto dall’impoverimento generale causato dalla crisi, ad esempio – che da fattori di ordine oggettivo. Su quest’ultimo piano, giusto per fare un esempio, gli interessi del piccolo imprenditore strozzato dalle tasse e quelli del dipendente pubblico iper-precarizzato a rischio licenziamento rimangono su due fronti diversi del conflitto tra capitale e lavoro su cui si regge la dialettica sociale del sistema capitalistico, a dispetto di quanto le loro condizioni materiali e di reddito, o le rispettive risposte ideologiche alla crisi possano, nella pratica, avvicinarsi.

 > Due parole sul concetto di “classi medie”

 Se è più utile definire il ceto medio in termini soggettivi piuttosto che in termini oggettivi, la circostanza è dettata dalle condizioni reali che hanno portato queste sfuggenti “classi medie” a rivestire un ruolo così centrale nel mondo occidentale ad industrializzazione avanzata, caratterizzato dal peso crescente del settore terziario. L’elemento che sta alla base dell’idea stessa di ceto medio è legato all’illusione che fosse possibile ottenere una mediazione e una composizione del conflitto sociale – ossia della dialettica tra capitale e lavoro – attraverso le grandi istituzioni novecentesche: partiti di massa, sindacati di massa, istruzione pubblica di massa, Stato Sociale ecc. Un modello di mediazione che oggi, sotto la pressione della più grande crisi capitalistica degli ultimi 80 anni, è in profonda crisi, ma le cui promesse – benessere diffuso, pace sociale, mobilità sociale – sono ancora vive nella coscienza di vasti strati della popolazione.

Nel caso italiano, questa circostanza generale e “sistemica” si somma a tutta una serie di specificità storiche, dalle peculiarità del capitalismo italiano (ruolo centrale dello stato, povertà di capitali, fragilità del del sistema bancario, familismo nei rapporti di proprietà ecc.), fino al sovradimensionamento, nella sua funzione di assorbimento della disoccupazione, del settore del piccolo commercio e delle piccole attività imprenditoriali – un dato, quest’ultimo, che si manifestava in tutta la sua rilevanza già all’inizio degli anni ’70, vedi M. D’Amato, “Sviluppo e crisi del capitalismo italiano 1951-1972”.

La crisi della direzione del movimento operaio – vera e propria “onda lunga” della sconfitta del ciclo di lotte degli anni ’60 e ’70 – rende oggi la classe lavoratrice italiana particolarmente vulnerabile all’assalto del grande capitale. Parallelamente, la pesante ristrutturazione subita dal capitalismo italiano negli anni ’90 (privatizzazioni, dismissione dell’IRI, avanzata dei nuovi “capitalisti di ventura”, ridefinizione degli equilibri con il sistema politico e con quello finaziario ecc.) e il processo di integrazione europeo fanno sì che la borghesia italiana sia oggi profondamente divisa al suo interno, e fatichi quindi a sua volta a trovare una sponda politica univoca. Infine, l’affermazione della grande distribuzione di massa, una pressione fiscale vissuta come eccessiva, vincoli burocratici spesso inestricabili, crollo dei consumi e concorrenza internazionale nel settore delle merci a basso valore aggiunto hanno reso la micro-imprenditorialità una via d’uscita sempre meno praticabile. Per non parlare delle chances di mobilità sociale, ridotte al lumicino dalla dismissione progressiva del sistema educativo e formativo e dalla stretta creditizia.

Se l’Italia degli ultimi cinquant’anni ha partorito le classi medie per come le conosciamo, gli sviluppo più recenti del capitalismo a livello mondiale e la crisi economica e sociale di questi anni, sommandosi alle contraddizioni del processo di integrazione europea, le stanno di fatto lasciando orfane del loro mondo. E a mano a mano che gli ultimi serbatoi di speranza politica disponibili si vanno esaurendo, la rabbia di questo ceto medio cresce, e cresce anche la persuasione che questa rabbia non possa essere incanalata nelle forme tradizionali della rappresentanza democratica.

> I “forconi” tra montatura mediatica e deriva reazionaria

Le proteste che si sono viste in questi giorni, così come il trionfo elettorale del M5S qualche mese fa, rientrano in questa tendenza generale. Esse sono il frutto degli sviluppi collaterali che questa tendenza ha prodotto nella società italiana sulla spinta del progredire della crisi, della sempre più scarsa credibilità del ceto politico e dirigente, delle politiche di austerità messe in atto sotto dettatura dell’Unione Europea.

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Nella realtà dei fatti la protesta dei “forconi” è stata, salvo rare eccezioni (Torino e il Veneto), molto debole sia sul piano quantitativo sia sul piano qualitativo. La partecipazione effettiva alle proteste è stata limitata, in alcune città, a poche decine di persone, e sul piano dei contenuti e delle rivendicazioni non si è andati molto oltre il “tutti a casa” di grillesca memoria. Tuttavia, l’impatto di queste proteste sulla coscienza collettiva è stato di gran lunga superiore, ad esempio, a quello della ben più partecipata manifestazione del 19 ottobre, o a quello delle occupazioni di piazza nate sull’onda delle “acampadas” spagnole nel maggio 2011.

I media hanno cavalcato le mobilitazioni di questi giorni gonfiandone la portata, e questo è un primo segnale da valutare con attenzione. In parte come conseguenza di questa sovraesposizione mediatica, in parte per fattori molto più concreti legati alla drammaticità delle condizioni sociali ed economiche, queste proteste rischiano di lasciare una traccia nella coscienza collettiva ben oltre quello che sarà il loro naturale esaurimento. Le (poche) parole d’ordine lanciate in questi giorni, infatti, trovano riscontro nel modo in cui un’ampia “maggioranza silenziosa” di italiani percepisce la crisi, le sue cause e le possibili “soluzioni” – virgolette più che mai d’obbligo, visto che tra queste “soluzioni” sono inclusi provvedimenti reazionari che vanno dall’espulsione dei migranti all’instaurazione di una giunta militare.

L’altro segnale preoccupante è legato alla forte permeabilità di queste proteste ai progetti politici delle forze di estrema destra e alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Il supporto logistico e organizzativo di cui hanno goduto alcune manifestazioni lascia intendere, se non una regia esplicita, quanto meno la capacità da parte di soggetti organizzati appartenenti alla galassia della destra populista (in tutte le sue declinazioni: dai neofascisti fino agli indipendentisti veneti) di trovare nella rabbia dei ceti medi impoveriti, dei disoccupati e di molti giovani senza prospettiva di futuro una base sociale di riferimento. Visto l’approssimarsi delle elezioni europee, la possibilità di dar vita anche qui in Italia ad un fronte reazionario con forti radici nella rabbia popolare fa sicuramente gola a molti.

> La debolezza della classe lavoratrice

L’inadeguatezza, se non la totale assenza, delle organizzazioni tradizionali della classe lavoratrice (partito, sindacato ecc.) fa sì che, nonostante chiusure, licenziamenti, esuberi, cassa integrazione siano all’ordine del giorno per centinaia di migliaia di lavoratori, questi si trovino quasi sempre nell’impossibilità di organizzare e spingere la propria lotta al di là dei singoli contesti lavorativi o territoriali. Il conflitto sociale sul fronte della contrapposizione classica fra capitale e lavoro è nella maggior parte dei casi puramente difensivo e di retroguardia – e anche in questa funzione i lavoratori si trovano spesso e volentieri a rivestire la parte degli sconfitti. Lo scollamento fra base e burocrazie di vertice è sempre più marcato, e le sue conseguenze in prospettiva sempre più preoccupanti.

Lo scorso marzo, il voto operaio al M5S veniva interpretato proprio in relazione a questa tendenza: smentendo le rosee aspettative della sinistra anticapitalista, l’impatto della crisi sulla coscienza sociale e politica non ha comportato affatto l’unione del ceto medio con la classe lavoratrice in una prospettiva di cambiamento radicale del sistema, ma precisamente il contrario, con i lavoratori che rincorrono politicamente le classi medie sul loro stesso terreno – inevitabilmente confuso e contraddittorio, potenzialmente (quando non già di fatto) reazionario.

A tracciare nettamente questa tendenza contribuiscono vent’anni di errori e fallimenti delle direzioni politiche e sindacali, oltre che, ovviamente, l’offensiva spietata condotta dalle classi dirigenti e dal capitale per rimuovere dalla coscienza collettiva persino le ultime tracce di un’idea diversa di società. Così, a differenza di quanto accade in altre parti del mondo (negli Stati Uniti, ad esempio), per tutta una serie di fattori storici qui da noi l’idea stessa di un futuro socialista come unica possibile via d’uscita alla crisi e alle contraddizioni del sistema incontra nella coscienza della gente comune (inclusa una fetta non trascurabile della stessa classe lavoratrice) ostacoli insormontabili.

> Necessità e limiti di un’analisi collettiva

Tutti questi fattori – ruolo sociale delle classi medie impoverite, distorsione massmediatica, permeabilità alla retorica delle destre, crisi della direzione del movimento dei lavoratori, attacco senza precedenti del capitale, arretramento della coscienza ecc. – meriterebbero un’analisi separata e approfondita. Gli elementi di questo esame dettagliato, così come i primi tentativi di ricavarne una sintesi complessiva, non mancano. La pubblicistica di movimento e le analisi delle organizzazioni della sinistra pullulano di tentativi di questo genere.

I tentativi di comprensione e di elaborazione collettiva di questa fase storica, adeguati o inadeguati che siano, restano peraltro un passaggio imprescindibile, e nessuna analisi individuale può sostituirsi ad essi, o pretendere di bypassarli, trascenderli o addirittura superarli. Con questa riflessione, sia chiaro, non intendo fare nulla del genere. Vorrei invece proporre, accanto ad un piccolo contributo di sintesi, il mio personale punto di vista sulla questione, partendo sia dalla mia posizione nel contesto generale (che è quella di un lavoratore precario con alle spalle una minima esperienza, breve ma intensa, di militanza politica nella sinistra anticapitalista) sia dalle esperienze vissute in questi ultimi due/tre anni.

Una riflessione di questo tipo, che parte dalla constatazione dei fattori fin qui indicati e dal tentativo di inserirli in una cornice generale per comprenderli al meglio, si focalizza però necessariamente su un altro aspetto: come comportarsi di fronte a queste tendenze? Come intervenire – posto che abbia senso intervenire – nelle mobilitazioni di questi giorni e in ciò che, verosimilmente, ci aspetta nell’immediato futuro? Quali sono i limiti con cui si deve misurare un tentativo di intervento di questo genere?

Anche su questi ultimi aspetti, le letture – con relativa coda di controversie e polemiche – si sprecano. Con un limite, tuttavia: che è quello di restare quasi sempre confinate alla dialettica fra gruppi e organizzazioni. Ciò rischia di spostare l’attenzione dall’esigenza di un’analisi e di una prospettiva basate su dati oggettivi, alla competizione fra progetti politici divergenti; per cui il problema non è più tanto quello di capire fino in fondo la fase in cui ci troviamo, e di trarne le conseguenze fino in fondo, ma di cercare quanto più possibile di fare “buon viso a cattivo gioco”, come se l’agibilità politica fosse qualcosa che può essere in qualche modo costruito a tavolino o ottenuto su basi puramente “volontaristiche” – per cui magari basta solo volersi un po’ “sporcare le mani”, o ideare qualche stratagemma analitico ad hoc, per ricavare qualcosa di buono e positivo dalle mobilitazioni di questi giorni.

> Confronto con il maggio 2011

195754_150374361699683_223450_nLa cosa che più colpisce, tuttavia, è il contrasto evidente fra i discorsi che si sono sentiti in questi giorni in alcune frange di movimento e l’approccio tenuto da quelle stesse componenti in altre circostanze. Per chi, come me, ha vissuto in prima persona le mobilitazioni del maggio-giugno 2011, nate sull’onda delle occupazioni di piazza spagnole, questo contrasto è particolarmente allarmante.

Perché in quel caso la tanto sbandierata necessità di “sporcarsi le mani” non fu affatto sottolineata con tanta veemenza, né tanto meno fu messa in pratica. Le assemblee di piazza di quella primavera, nonostante inizialmente coinvolgessero centinaia di persone, furono anzi spesso e volentieri snobbate, se non in alcuni casi apertamente “sabotate” con la scusa della confusione e del rischio di infiltrazioni dell’estrema destra (sic); il che, se paragonato con l’insistenza sulla necessità di sporcarsi le mani nelle piazze dei “forconi”, in cui l’estrema destra c’è davvero (con tanto di simboli e slogan), fa persino sorridere.

Un dato va ovviamente tenuto in considerazione: nel 2011 la situazione sociale non era arrivata ai livelli di deterioramento attuali. Il governo Monti non si sarebbe insediato che qualche mese dopo. E sebbene ci fossero tutti i segnali di quale sarebbe stata l’agenda economica dei governi a venire, il dibattito era ancora pesantemente viziato dall’ostilità crescente verso il “berlusconismo”, e faticava quindi ad orientarsi sulla necessità di rispondere colpo su colpo alle politiche di austerità. Il contesto era diverso anche per altre ragioni: il ruolo assunto dalla FIOM nelle mobilitazioni dell’autunno precedente, ad esempio; oppure la partecipazione massiccia alla campagna referendaria contro il ritorno al nucleare e la privatizzazione dell’acqua, che si tradusse in un’inaspettata vittoria.

Diversa era anche la composizione sociale di quelle piazze, in cui ancora non si vedeva una presenza così massiccia dei “nuovi poveri” e in cui a farla da padrona era la componente giovanile e studentesca, nonostante lavoratori, disoccupati e senzatetto non mancassero affatto. Mancavano però quei fattori che permettono oggi a certuni di vedere nelle piazze dei “forconi” la materializzazione della possibilità concreta dello “sciopero precario”, quando non addirittura l’anticamera alla “sollevazione generale”. E tanto potrebbe bastare, forse, per chiudere qui il discorso.

In politica, però, la prospettiva è tutto. E le conseguenze negative della scelta di trascurare quelle piazze si stanno facendo sentire oggi in modo più pesante che mai. Pur con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, le mobilitazioni di quei mesi hanno rappresentato il possibile incubatore di una “coscienza diffusa” capace di orientare a sinistra l’azione di contrasto alla crisi e all’austerità da parte dei giovani, dei lavoratori e dello stesso ceto medio impoverito. E quando dico “orientare a sinistra” non faccio riferimento al sostegno elettorale a qualche presunta forza partitica di sinistra, ma proprio al diffondersi della consapevolezza che l’unica via d’uscita dalla morsa dell’austerità è la lotta per un diverso modo di produrre e di distribuire la ricchezza.

L’ondata di mobilitazione indotta qui in Italia dalle rivoluzioni nordafricane, dalle “acampadas” spagnole e dal movimento Occupy si è poi infranta, con conseguenze disastrose, sulle contraddizioni del 15 ottobre 2011. Non è quindi possibile dire quali sarebbero stati gli sviluppi di quelle mobilitazioni se quella giornata fosse andata diversamente.

L’esito non sarebbe stato scontato, ovviamente. Nonostante non ci sia paragone fra i temi e le forme del dibattito nelle assemblee di piazza del maggio 2011 e l’esplosione di qualunquismo che ha caratterizzato gli slogan e le modalità di protesta di questa settimana, entrambe le situazioni rispecchiano, nei fatti, un drammatico arretramento della coscienza. Arretramento che, come si è detto, è figlio di due decenni di tradimenti ed errori da parte delle organizzazioni tradizionali del movimento dei lavoratori, che non sono riuscite a porre un freno alla crescente disillusione e avversità della gente comune nei confronti delle “ideologie” – quando addirittura non hanno incentivato apertamente questa tendenza.

> L’arretramento della coscienza

La crisi delle istituzioni “moderne”, otto-novecentesche, dai partiti di massa allo Stato Sociale, passando per la Chiesa (costretta a mettere in atto una vera e propria operazione di marketing con l’elezione del nuovo Papa) e per i mezzi di comunicazione di massa, ha privato la società di quasi tutte le “cinghie di trasmissione” che avevano permesso, nel secolo scorso, la diffusione capillare delle “visioni del mondo” tradizionali e di tutti gli elementi di comprensione (o di giustificazione) dell’esistente che queste ultime portavano con sé. Borghesia e ceto intellettuale hanno insomma abdicato alla loro funzione pedagogica – a prescindere dal fatto che questa si svolgesse nei circoli di partito, nelle aule scolastiche o universitarie, nelle parrocchie o attraverso lo schermo di un televisore.

La coscienza collettiva ha smesso così di rappresentare un terreno di disciplinamento a scopo produttivo, secondo le logiche della produzione di massa (il tanto citato “fordismo”). A partire almeno dagli anni ’80, la nuova frontiera dello sfruttamento capitalistico, nell’occidente in corso di deindustrializzazione, sono infatti diventate proprio le pulsioni più “indisciplinabili” delle masse. La “liberazione dell’individuo” dalle catene della società industriale, da slogan rivoluzionario, è diventato la parola d’ordine dei nuovi imprenditori, delle agenzie di marketing, degli stessi leader politici conservatori.

Il controllo sociale, naturalmente, non è venuto meno, ma è stato delegato a nuove forme, come dimostra ad esempio il recente scandalo intercettazioni che ha coinvolto negli Stati Uniti la NSA. Non più i canali istituzionali tradizionali che, con tutto il loro carico normativo, avevano prevalso nel corso del Novecento, ma potenti elaboratori capaci di misurare e ricavare medie e tendenze, o di intercettare fattori di rischio, in una mole al tempo stesso gigantesca e pulviscolare di singoli comportamenti individuali – e se l’immagine dell’elaboratore elettronico come sostituto delle forme tradizionali del controllo sembra solo un’ingenua suggestione, indotta magari dagli scandali recenti, si pensi solo alla riforma sanitaria portata avanti da Blair negli anni ’90 in Gran Bretagna!

Il “vuoto” in cui galleggia la coscienza di massa è attraversato da un flusso continuo di immagini, frame discorsivi, slogan, simboli che in una specie di spietata “lotta per la vita” si contendono l’attenzione degli individui e dei gruppi. Ad avere successo, e a diventare dei veri e propri tormentoni, sono quelli la cui tonalità emotiva riflette al meglio le sensazioni grezze di una società in forte sofferenza sul piano materiale e priva di riferimenti sul piano culturale e, in senso lato, “morale”. La maschera di Guy Fawkes è un ottimo esempio: un simbolo buono per tutte le stagioni, visto che non riflette una precisa idealità politica, ma semplicemente un senso di ribellione, rabbia, rivalsa (“vendetta”, appunto) verso il sistema che ci opprime, a prescindere dal fatto che il “sistema” sia identificato con il grande capitale, la “casta” dei politici o con la lobby pluto-giudaico-massonica.

> Conflitto o rappresentazione del conflitto?

628x471Questo dato generale, che ha a che fare con lo stato della coscienza collettiva (e di classe) in questa particolare fase della nostra storia, accomuna le piazze dei forconi e quelle degli “indignados” del maggio 2011, ma con una differenza sostanziale. Il mezzo per superare questo limite lì infatti c’era, ed era un mezzo che appartiene alla tradizione di tutti i movimenti di lotta del passato, e del movimento operaio in particolare: l’assemblea aperta. Nelle mobilitazioni di questi giorni, che io sappia, di assemblee non se ne sono viste. Si sono visti blocchi alla mobilità e cortei, più un paio di mezzi “assalti” a palazzi del potere; ma non luoghi in cui discutere e condividere analisi, elaborare strategie e prospettive, decidere il da farsi.

L’impressione è che il “due pesi, due misure” messo in atto da diverse realtà di movimento rispetto ai “forconi” da un lato e agli “indignados” dall’altro, sia legato anche a questo aspetto. Laddove si teorizza la “sollevazione generale” dei ceti popolari precarizzati quasi come un fine in sé, è chiaro che una piazza disperata, incazzata e disposta a tutto finisce per apparire più appetibile di una piazza in cui, magari, si discute all’infinito senza decidere nulla. Ma forse c’è di più: chi è troppo geloso della propria specificità di gruppo fatica a mettersi in discussione in un’assemblea aperta, sia essa spontanea o convocata da altri, alla quale non può dettare priorità e agenda.

In questo modo, però, l’azione politica finisce per appiattirsi sulle logiche vuote e superficiali che hanno caratterizzato gli sviluppi della coscienza in questi ultimi due decenni. La celebrazione simbolica e mediatica del conflitto sociale non serve a nulla se non si ha un’idea chiara di qual è la direzione verso cui il conflitto sociale va indirizzato – e finisce infatti per tradursi nella sostituzione del conflitto vero con la sua “rappresentazione”. E non si può avere una simile idea se prima non la si è discussa, mettendo a confronto analisi ed esperienze differenti e cercandone, laddove possibile, una sintesi. A questo, in fondo, dovrebbero servire le assemblee.

Il punto allora è: chi oggi stigmatizza chiunque non intervenga nelle piazze dei “forconi”, ha la capacità di offrire una prospettiva del genere? Chi, pur ergendosi a giudice dell’altrui disponibilità a “sporcarsi le mani”, ha snobbato altre mobilitazioni semplicemente perché non corrispondevano ai propri canoni di gestione del conflitto, ha davvero un’analisi coerente da proporre e una linea d’azione chiara, o si limita a seguire la generale tendenza al ribasso che caratterizza lo sviluppo della coscienza politica in questa fase storica?

Se l’unico elemento positivo che caratterizza le mobilitazioni dei “forconi” è l’esplosione spontanea della rabbia dei ceti “metropolitani” marginalizzati e impoveriti, che senso ha inserirsi in quelle piazze con la pretesa di “risignificarle”, visto e considerato che, in tutto questo, ad interessare è più che altro l’esplosione pura e semplice del conflitto sociale, più che l’esigenza di recuperare una funzione egemonica per l’analisi e le prospettive anticapitaliste?

> Una nuova egemonia è possibile…?

Resta aperta, infine, la questione se per le analisi e le prospettive anticapitaliste ci sia davvero, nelle piazze dei “forconi” o in contesti analoghi, uno spazio di praticabilità. E alla luce di quello che si è visto la risposta sembra essere abbastanza chiara e univoca: no.

No, perché l’infiltrazione dei gruppi e della retorica di estrema destra non può essere rimossa “chirurgicamente” a posteriori, ma va semmai prevenuta. No, perché la confusione delle rivendicazioni e degli slogan, così come il qualunquismo e la superficialità assunte dalle forme della protesta, almeno in questa fase, non offrono davvero alcun appiglio alla propaganda anticapitalista classica. Se poi il problema è la coscienza troppo arretrata o l’analisi troppo complicata, se ne può discutere – rimane il fatto che le due sembrano oggi incapaci di incontrarsi a dispetto di ogni sforzo in un senso o nell’altro.

Forconi o meno, la questione di fondo con cui si deve misurare chiunque non abbia perso lo stimolo ad intervenire nella società resta quindi aperta, in tutta la sua drammaticità: la coscienza ha subito un arretramento spaventoso e, a differenza di quanto accadeva quaranta o cinquant’anni fa è appunto la “classe media”, e non la classe operaia, a farla da protagonista nell’arena politica – a prescindere dal fatto che i ceti medi agiscano in risposta ad un effettivo impoverimento, per salvaguardare privilegi o rendite corporative, o perché rivogliono indietro il loro “sogno americano”.

La somma di questi due fattori rende il discorso “classico” della sinistra anticapitalista incapace di farsi largo nella pletora di frame discorsivi, simboli, pseudo-teorie (si veda ad esempio la diffusione di cui godono le bufale sul signoraggio bancario), “memi” che percorrono lo spazio effimero in cui galleggia oggi la coscienza di massa.

Si tratta solo di un problema di comunicazione, o c’è un limite nell’analisi? Il problema può essere posto in questi termini solo se si vedono analisi, propaganda, agitazione, organizzazione, intervento politico nelle lotte come momenti separabili. Se si legge la cosa in modo dialettico – e la lettura dialettica delle dinamiche sociali è forse una delle “lezioni” universalmente applicabili del marxismo – ci si rende conto che un problema di comunicazione è un problema di analisi (e di prospettiva).

Non si tratta qui di “ripudiare”, di fare “revisioni”, o di aggiungere il prefisso “post-” davanti a qualche “-ismo”. Cose del genere sono state fatte e rifatte più volte in passato, con conseguenze spesso imbarazzanti. Si tratta, semmai, di fare, con grande onestà, i conti con la realtà. Anche a costo di ammettere che, in questo paese e in questa particolare fase storica, la prospettiva di un cambiamento in senso socialista (per via riformista, insurrezionale o rivoluzionaria a questo punto poco importa) si sta irrimediabilmente allontanando; e che con ogni probabilità rimarrà impraticabile non per pochi anni, ma forse addirittura per qualche decennio.

Nella sempre valida alternativa fra socialismo e barbarie, la società italiana sembra aver già compiuto la sua scelta da un pezzo. E non è affatto la scelta “giusta”.

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Purché non se ne parli

GrilloIl successo elettorale del MoVimento 5 Stelle ha innescato un dibattito molto acceso a sinistra, suscitando reazioni a dir poco contrastanti.

Da un lato c’è chi legge nei risultati elettorali un fatto positivo: un segno del rifiuto delle politiche di austerità da parte di una popolazione stremata dalla crisi (Giorgio Cremaschi, portavoce del Comitato No Debito), se non addirittura l’anticamera di una fase di ingovernabilità in cui per i movimenti sociali si apriranno nuovi spazi di agibilità e di intervento (“Bifo” Berardi e Toni Negri, ad esempio).

Dall’altro lato, invece, c’è chi si sofferma sugli aspetti più controversi della retorica, dell’approccio politico e delle prese di posizione grilline, restituendo così l’immagine di un M5S che “cresce sulle macerie dei movimenti” e ne coopta battaglie e rivendicazioni, mescolandole in un calderone confusionario e contraddittorio che spiana la strada ad un’ideologia e a pratiche reazionarie e “di destra” (Wu Ming).

È chiaro che il M5S catalizza una vasta fetta del malcontento popolare, e che lo fa in modo profondamente contraddittorio. A più livelli. Sul piano sociale, si è fatto portavoce della rabbia di strati della popolazione che, per il diverso ruolo che rivestono nella produzione, hanno anche interessi materiali divergenti (lavoratori e imprenditori, ad esempio). Sul piano politico e organizzativo, il M5S si è fatto paladino di ideali di trasparenza e democrazia diretta, ma nello stesso tempo sta basando la sua tenuta interna sul “pugno di ferro” di un ristretto apparato politico-comunicativo di vertice, che detta la linea ed è sottratto a qualsiasi forma di controllo da parte della base. Sul piano ideologico, infine, in nome della fine delle ideologie e del “né di destra né di sinistra”, ha finito sia per raccogliere rivendicazioni e istanze tipicamente di sinistra, sia per sdoganare aspetti chiaramente di destra.

La rabbia generalizzata nei confronti dei privilegi della “casta” politica, così come il bisogno vitale di una valvola di sfogo al disagio indotto dalla crisi hanno fatto sì che queste contraddizioni non esplodessero prima che il movimento di Grillo si affermasse come forza politica a livello nazionale. Il M5S, grazie alla sua relativa novità, ha rappresentato per molti un vero e proprio “serbatoio di speranza politica”. Ma se, come sostengono in tanti, le responsabilità istituzionali acquisite con il voto e le pressioni della società porteranno prima o poi alla deflagrazione di queste contraddizioni, si pone inevitabilmente un’altra questione: chi andrà a riempire il vuoto che sarà lasciato dal M5S? Verso dove ci porteranno le tendenze complessive che in questa fase trovano espressione nel voto di massa al M5S?

È su questo punto che il dibattito sul carattere sociale, politico e ideologico del M5S si intreccia in modo inestricabile con la crisi profonda della sinistra – dove per sinistra si intende, in termini generici ma non troppo, quell’area politica che non ha ancora abbandonato del tutto la prospettiva di una critica radicale al sistema sociale ed economico in cui viviamo, fosse anche solo nella forma edulcorata della contestazione alle politiche “neoliberiste”.

Sia i partiti (Rifondazione Comunista su tutti), sia i movimenti sono stati incapaci, negli anni, di costruire o anche solo conservare un consenso e un radicamento nella società sufficienti per rappresentare agli occhi dei ceti popolari colpiti dalla crisi un punto di riferimento credibile. Per certi versi, anzi, questi soggetti hanno preparato il terreno alla deriva grillina, abbandonando quei riferimenti ideali che nel Novecento avevano guidato il movimento operaio nella lotta per le conquiste storiche che oggi stiamo perdendo, una dopo l’altra.

Alcune delle critiche più feroci alla forma-partito in quanto tale o alla funzione del sindacato, in questi anni, sono arrivate proprio da lì; così come ha origine proprio lì l’annacquamento delle analisi anticapitaliste “classiche”, fondate su una precisa discriminante di classe – al punto che pezzi importanti della nuova sinistra radicale emersa a cavallo di millennio non hanno esitato a sostituire, alla classe lavoratrice, “nuove soggettività di movimento” e “moltitudini” varie. E si potrebbero citare molti altri aspetti di questa deriva.

Fatto sta che, in assenza di un’analisi e di prospettive capaci di egemonizzare “da sinistra” la percezione e la reazione popolare alla crisi globale del capitalismo, Grillo è stato capace di imporre un’egemonia tutta sua, attribuendo una nuova legittimità a frammenti ideologici recuperati un po’ di qua e un po’ di là. E se questa ideologia ready-made, considerata di per sé, è contraddittoria e incoerente, ciò non toglie che il consenso che si forma intorno ad essa finisca per rappresentare un collante piuttosto efficace, capace persino di amalgamarne aspetti all’apparenza inconciliabili.

Questo accade per un fatto ben preciso: il “grillismo”, inteso come forma discorsiva, ideologia e visione del mondo, intercetta delle tendenze storiche e materiali profonde; non solo: le legittima e le conferma a livello ideale, offrendosi come sponda politica in grado di portare queste tendenze al loro naturale compimento. Se le singole rivendicazioni urlate in piazza da Beppe Grillo sembrano fra loro contraddittorie – e da un certo punto di vista lo sono – questa contraddittorietà si dimostra del tutto apparente se, anziché soffermarci sulle singole rivendicazioni, teniamo sott’occhio il quadro generale.

Ma quali sono allora queste tendenze? Per dare una risposta alla domanda è sufficiente guardare allo sviluppo del conflitto fra capitale e lavoro in Italia negli ultimi vent’anni. L’implosione del blocco sovietico e l’arrembaggio dei poteri industriali e finanziari a livello internazionale si sono tradotti, in Italia come altrove, in un arretramento della lotta delle classi lavoratrici per un mondo diverso e migliore. I sindacati, trasformati in organi puramente concertativi, hanno abdicato alla loro funzione conflittuale, salvo poche eccezioni. Sul piano politico, il centrosinistra ha portato a compimento la vocazione socialdemocratica e compatibilista già dominante nel vecchio PCI, fino a sposare in pieno la causa del grande capitale internazionale – si pensi solo alle controriforme del mercato del lavoro e all’appoggio attivo alle politiche “lacrime e sangue” di Monti.

Di questa tendenza generale si è sicuramente avvantaggiato – e in modo significativo – il grande capitale italiano, particolarmente rapace e legato a doppio filo con il potere politico. Basti pensare alle politiche dissennate di privatizzazione condotte negli anni ’90. Ma questo ventennio ha visto anche l’emergere di un nuovo protagonismo sociale, economico e politico, vale a dire quello della fascia produttiva dei ceti medi: un esercito di piccole e medie imprese che da sole costituiscono il grosso del tessuto produttivo italiano, danno lavoro a milioni di persone, e hanno conosciuto una stagione di felice espansione prima che la crisi si abbattesse su di loro come una mannaia, facendole chiudere, oggi, al ritmo di decine ogni giorno.

Una fetta non trascurabile della ricchezza delle piccole e medie imprese italiane – soprattutto di quelle operanti nel settore della produzione e della movimentazione di merci – è cresciuta anche grazie alle delocalizzazioni, allo sfruttamento del lavoro dei migranti (e della conseguente pressione al ribasso su salari e contratti), all’evasione fiscale. Non solo: la nuova piccola e media borghesia affermatasi socialmente in quella fase storica ha fatta propria un’ideologia rampante e spregiudicata, votata all’efficientismo e alla meritocrazia e tendenzialmente insensibile alle tematiche dell’uguaglianza sociale, dei diritti, della tutela del servizio pubblico. Il nuovo protagonismo sociale e politico delle classi medie ha trovato espressione nelle lotte contro la pressione fiscale eccessiva, contro le lungaggini burocratiche della Pubblica Amministrazione, contro i vincoli imposti dalla contrattazione nazionale e dal diritto del lavoro.

Mentre il grande capitale e le classi dominanti procedevano alla progressiva e sistematica liquidazione del welfare state e alla delegittimazione dei corpi intermedi che avevano garantito la mediazione sociale nella fase precedente (partiti e sindacati), si affermava così nella società quella spinta “dal basso” che sola poteva sostenere e supportare una simile offensiva “dall’alto” – oltre che legittimarla ideologicamente. A spezzare le catene della vecchia collaborazione di classe non erano quindi i lavoratori e i ceti popolari, ma la loro controparte, forte dell’alleanza con la piccola borghesia e i ceti medi; e non, ovviamente, nella prospettiva di generalizzare le conquiste del movimento operaio e di renderle permanenti, bensì nell’ottica di abolirle una volta per tutte.

L’analisi marxista ha colto da sempre il carattere ondivago delle classi medie per quanto riguarda la loro funzione sociale e politica. A seconda della fase storica e delle condizioni economiche generali, le classi medie tendono o verso l’alto – fino ad identificare i propri interessi con quelli delle classi dominanti sull’onda dell’entusiasmo per i facili profitti – oppure verso il basso, sprofondando in condizioni simili e a volte persino peggiori di quelle delle classi lavoratrici. Oggi stiamo attraversando una fase di questo tipo: decine di piccole e medie aziende chiudono ogni giorno, vittime delle crisi di mercato, della stretta creditizia, dei mancati pagamenti, dei debiti.

Va anche detto che le classi medie sono estremamente eterogenee al loro interno. Non solo vi appartengono figure sociali piuttosto diverse – il libero professionista o il negoziante che lavorano in proprio e il piccolo o medio imprenditore con qualche decina di dipendenti, ad esempio – ma questa classe tende anche ad attrarre verso di sé settori importanti della stessa classe lavoratrice (il pubblico impiego, ad esempio), soprattutto nelle fasi in cui una relativa prosperità economica convive con un arretramento significativo delle lotte.

Se il disastro storico della sinistra radicale e l’impennata del M5S sono due facce della stessa medaglia, la tendenza storica, sociale e ideologica che sta alla base di entrambe è allora proprio questa. Con la precisazione che la sinistra avrebbe potuto fare molto per arrestarla, ma non l’ha fatto; e per di più, mi verrebbe da dire, si ostina a non volerlo fare. Così, anziché una classe lavoratrice forte capace di attrarre a sé le classi medie colpite dalla crisi e di guidarle verso l’instaurazione di una nuova società, oggi abbiamo una classe lavoratrice bastonata e abbandonata che, pur di non perdere la speranza, si affida all’avventurismo politico e agli zig-zag ideologici della piccola borghesia. E lo sbocco di questo avventurismo e di questi zig-zag è uno e uno soltanto: la definitiva liquidazione del vecchio “modello sociale”, frutto incompiuto di decenni di lotte del movimento operaio.

Ma come si manifesta questa tendenza nell’ideologia e nella proposta politica del M5S?

Questa proposta, se la si guarda in filigrana, è di carattere essenzialmente riformista. Quello che promette, in sostanza, è un profondo cambiamento istituzionale in nome della trasparenza e dell’abolizione degli sprechi che, mantenendo intatte le basi sociali ed economiche del sistema capitalistico, prepari le condizioni per un nuovo patto sociale fra capitale e lavoro. Un patto sociale dal quale, ovviamente, sono esclusi tutti i gravami dell’epoca precedente: partiti, sindacati (“roba dell’800” secondo Grillo), macchinose procedure amministrative e decisionali, contratti nazionali.

È a questo punto che il riformismo scavalla nell’utopia: grazie alla trasparenza e all’abolizione degli sprechi, grazie alle risorse che si libereranno per la ricerca e l’innovazione, e grazie ad un mercato finalmente capace di trovare il suo naturale equilibrio (sempre sotto l’occhio vigile di uno Stato “con le palle”, escluso dal gioco economico ed eletto a severo giudice imparziale); grazie a tutto ciò, sarà possibile dare vita ad una vera democrazia diretta, basata sulla consultazione permanente dei cittadini attraverso la Rete.

Ma anche il più sano degli slanci utopistici si trasforma nel suo contrario non appena viene reciso il suo legame organico con le aspirazioni, le lotte e le necessità delle forze sociali che spingono verso il cambiamento. Se, quindi, il riformismo illuminato del M5S sfocia nell’utopia della “democrazia digitale”, quest’ultima, essendo stata depurata di ogni riferimento alle lotte e alle conquiste del movimento operaio, spiana la strada alle forme peggiori di “nostalgia” reazionaria. Le “piccole comunità” chiamate ad autogestirsi secondo i dettami della democrazia digitale finiscono per assomigliare a dei nuclei sociali presuntamente “tradizionali”, dove a regolare i rapporti sociali è la consuetudine comunitaria e dove le donne sono rigorosamente relegate al lavoro domestico (si vedano a questo proposito le dichiarazioni di decrescitisti come Maurizio Pallante e Massimo Fini, entrambi vicini al M5S).

Per usare un’immagine “botanica”, potemmo dire che gli elementi reazionari del grillismo sono come funghi velenosi che crescono e prosperano su un tronco fracido: metafora, quest’ultima, quanto mai efficace per rappresentare un’idea di cambiamento che è stata separata dalle sue radici nel terreno vivo delle lotte sociali; che è stata privata dell’ambizione ad un mondo in cui la produzione non sia più vincolata al profitto ma indirizzata al soddisfacimento dei bisogni di tutti; che, infine, è infestata da cima a fondo dalla fede irrazionale in presunti valori eterni e in altrettanto presunte gerarchie immutabili e “naturali”.

È chiaro che il M5S non potrà mai realizzare compiutamente nel mondo reale questa visione della società – che probabilmente non è condivisa neppure da molti dei suoi attivisti di base. Tuttavia, contribuisce in modo importante a legittimarla ideologicamente. E lo può fare, come si è detto, perché intercetta una tendenza storica, gravida di interessi materiali e aspirazioni sociali. Ragionando in termini materialistici, le idee sono sempre il riflesso delle condizioni materiali e della loro evoluzione.

Questa tendenza si traduce, sul piano ideologico, in un netto spostamento a destra della coscienza; ma sul piano materiale ha conseguenze di gran lunga peggiori: convoglia la rabbia antisistema dei ceti popolari, a sua volta alimentata dalla crisi, verso un obiettivo o corretto ma parziale (gli sprechi e i privilegi della politica) oppure “totalizzante” e ideologico ma completamente sbagliato (il rifiuto del partito o del sindacato in quanto tali, l’esaltazione acritica dell’iniziativa privata ecc.). Mentre fornisce una valvola di sfogo alla rabbia più immediata, dall’altro assopisce la critica sugli aspetti meno evidenti ma più insidiosi e strutturali del sistema, spianando la strada all’accettazione di pregiudizi ideologici, politiche antipopolari, abolizione dei contratti nazionali, tagli, austerità, privatizzazioni: a conti fatti, un’arma efficacissima nelle mani delle classi dominanti.

Qualsiasi analisi del M5S, così come qualsiasi prospettiva tattica e strategica che miri a fare i conti con questo fenomeno, deve partire secondo me da un’analisi approfondita e dettagliata di questa tendenza. Non solo per comprenderla fino in fondo ma anche per iniziare ad invertirla. In assenza di questa consapevolezza, e in assenza di un qualche tentativo di tradurre questa consapevolezza nella pratica, anche il dibattito sul M5S a sinistra rischia di trasformarsi nell’ennesimo diversivo: un modo come un altro per negare responsabilità decisive e per evitare di trarre dagli eventi le dovute conseguenze.

Il sentire comune di molti militanti, attivisti e simpatizzanti concorda sul fatto che la sinistra è in crisi profonda; ma nelle coscienze scatta sistematicamente il diversivo: “purché non se ne parli”. Ogni occasione sembra essere quella buona per rimanere lì dove si è, inchiodati a divisioni settarie, analisi inefficaci e superficiali, gruppi dirigenti inadeguati. In questo modo la battaglia per l’egemonia non solo la si perde; si rinuncia proprio a combatterla.

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Monti, Grillo, Ingroia. La politica e il feticismo della “società civile”

Il modo migliore per demistificare un concetto consiste nel definirlo, nel dargli un contenuto preciso, sottraendolo alla confusione e all’indefinitezza che lo trasformano, da strumento di analisi e comprensione della realtà, in feticcio. Che cos’è quindi la “società civile” della quale tanto si parla, e nella quale molti sono tentati di vedere la panacea alla “degenerazione” delle democrazie liberali?

Marx ha sviluppato una distinzione particolarmente utile a questo scopo: quella fra il borghese (bourgeois) e il cittadino (citoyen); vale a dire, la distinzione fra l’individuo in quanto portatore di precisi interessi economici e materiali, legati al suo posto nella società e al suo ruolo nella produzione, e l’individuo in quanto portatore di diritti riconosciuti da un’autorità statale – incluso il diritto di partecipare alla vita politica della sua comunità.

Nel momento in cui le “cinghie di trasmissione” fra società e potere politico si inceppano, nel momento in cui i partiti tradizionali entrano in crisi d’identità e di consenso, nel momento in cui l’assetto istituzionale dello stato si dimostra inadeguato nel rispondere agli sviluppi concreti della vita sociale, ad emergere in modo sempre meno controllabile e “mediato” è la vitalità degli interessi materiali e dei rapporti sociali concreti che li regolano. Una vitalità che ha, da sempre, una natura conflittuale.

Laddove il pensiero borghese ha imposto la propria egemonia, conquistando alla propria ideologia fasce consistenti degli stessi ceti popolari, questa conflittualità tende però ad essere negata, e viene spostata dall’interno all’esterno: il conflitto fra gli interessi materiali divergenti che innervano la “società civile” viene rimpiazzato, a livello ideologico, dal conflitto fra la società civile vista come una totalità indistinta e i vecchi apparati di potere. È precisamente a questo punto che l’idea stessa di società civile, da semplice categoria d’analisi, diventa mito, feticcio.

L’idea che si afferma come dominante è che soltanto la società civile, unita in nome di qualche superiore ideale “democratico” (ad esempio la legalità costituzionale), possa rigenerare la vita politica di un paese. Liquidato il vecchio citoyen, spetta quindi al bourgeois, forte magari della sua esperienza professionale o del suo spessore civile e sociale, il compito di crearne uno nuovo, di dar vita, con esso, ad una nuova cittadinanza attiva che, insediandosi nel cuore delle istituzioni, le riporti alla loro presunta funzione originaria, “di servizio” rispetto alla giustizia e all’armonia sociale.

A questo ideale si è attinto – e si attinge tuttora – pressoché da ogni lato dello spettro politico. Da sinistra, dal centro e da destra. Un nucleo fondamentale di rivendicazioni, non a caso, è comune a tutte queste appropriazioni: abolizione degli sprechi, snellimento della burocrazia, lotta al malcostume e ai privilegi, lotta alla malavita organizzata, sostegno all’iniziativa privata e all’innovazione. Altri elementi, invece, variano a seconda dei casi. Ci può essere una maggiore o minore attenzione alle tematiche ambientali, ad esempio. O una maggiore o minore enfasi sulla tutela dei servizi pubblici, dei beni comuni e dei diritti sociali. In alcuni casi l’appello a questi “valori” (perché così sono presentati di solito) appare come puramente strumentale; in altri casi, l’adesione sembra essere più sincera. Ma la sostanza rimane la stessa, come cercherò di mostrare.

Nella misura in cui l’appello all’unità e alla compattazione si incentra appunto su “valori” e “ideali”, possiamo dire che il collante che tiene insieme la società civile è visto, dai suoi stessi propagandisti, come un collante di carattere ideale e culturale. Coinvolge, cioè, degli aspetti soggettivi, che vengono anzi spesso contrapposti agli aspetti oggettivi, legati agli specifici interessi materiali delle parti sociali, come si contrappone il bene al male. Ad essere negata, in fin dei conti, è l’idea che gli interessi materiali delle diverse classi sociali siano, alla base, inconciliabili; e talvolta il ragionamento si spinge al punto di negare l’esistenza stessa di qualcosa come le “classi sociali”.

> Due idee di cambiamento

revolutionIl socialismo marxista vede nello scontro di classe – che nasce dal conflitto fra interessi materiali divergenti e dalle contraddizioni di un sistema sociale e conomico – il terreno dal quale può nascere l’unico soggetto sociale capace di traghettare l’umanità ad una nuova fase del suo sviluppo, oltre i limiti e le contraddizioni del sistema capitalistico. Questo soggetto è, come noto, la classe lavoratrice. Nella misura in cui la classe lavoratrice, come tutte le classi sociali, è definita dal suo ruolo nella produzione – e quindi da un fattore di carattere oggettivo, concreto, materiale – il socialismo marxista adotta un punto di vista materialista. Nella misura in cui assume che sia lo scontro di classe a produrre le condizioni per il superamento di ogni fase storica e di ogni assetto sociale e produttivo transitorio, questo punto di vista è anche detto dialettico: i conflitti che si generano sul terreno della produzione e della distribuzione della ricchezza, in altri termini, sono il motore di una storia che si sviluppa attraversando crisi, conflitti, fasi rivoluzionarie.

Le concezioni che, con diverse sfumature, individuano nella “società civile” il proprio soggetto sociale di riferimento partono dalla posizione opposta. Se a compattare le forze sociali che spingono verso il cambiamento non sono più precisi interessi materiali, ma fattori culturali e ideali, ad una concezione materialista se ne sostituisce una idealista. Se, inoltre, il cambiamento è il frutto non di contraddizioni reali che si producono in seno alla sfera economica e sociale – e che hanno natura conflittuale – ma di un atto volontaristico che unisce in una totalità indistinta tutto ciò che si contrappone genericamente al “malgoverno” e alle “degenerazioni” del sistema, si può dire che anche il carattere dialettico della trasformazione sociale viene meno. La storia viene ridotta così alla successione sequenziale di “fasi” discontinue, identificate però non dall’assetto economico e sociale sottostante, ma dalle forme politiche che le caratterizzano (monarchia, democrazia, dittatura ecc.), dagli individui che incarnano queste fasi (Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, Silvio Berlusconi, Mario Monti ecc.), dalle sovrastrutture giuridiche (la Costituzione!) e da altri fattori di carattere culturale o ideale (religioni, progressi scientifici e tecnologici ecc.).

È interessante vedere come, dal tentativo di “riempire di contenuto” l’uso politico del concetto di società civile, si arrivi alla necessità di presupporre le categorie e la mentalità tipiche della storia borghese. La “società civile”, intesa come categoria politico-sociale spendibile nel confronto politico, è quindi a tutti gli effetti una categoria del pensiero borghese, ossia dell’ideologia delle classi dominanti.

Per rendersene conto, in fondo, basta guardare all’attualità. La Rivoluzione Civile degli “arancioni” di Antonio Ingroia, la Terza Repubblica dei civici centristi raccolti intorno a Mario Monti e la Democrazia 2.0 del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, sono i nomi che queste tre forze politiche rivolte alla “società civile” danno alla fase storica che ci attende nell’immediato futuro. Se queste categorie non rischiassero di generare fraintendimenti, potremmo tranquillamente individuare in esse rispettivamente la variante di sinistra, di centro e di destra della stessa idea di fondo.

L’idea di fondo è la stessa perché uguale è la (presunta) forza sociale alla quale questi tre soggetti politici fanno appello per guidare la transizione alla prossima fase – vale a dire, la società civile. Si tratta però, appunto, di una forza sociale presunta. Ed è su questo aspetto che si gioca una critica marxista della retorica cui fanno ricorso tutte e tre queste forze. In che senso, allora, possiamo dire che la società civile, da un punto di vista sociale, non esiste, è una finzione ideologica?

La risposta sta, in parte, nell’analisi fin qui sviluppata. La società civile non esiste nella misura in cui il presunto collante che la tiene insieme è, appunto, un collante ideale e culturale. Nella misura in cui, cioè, l’esistenza della società civile come blocco sociale è puramente soggettiva e priva di riscontro oggettivo nella realtà sociale ed economica. Una realtà sociale ed economica che, a dispetto di tutti i tentativi di negazione e rimozione, è non solo divisa in classi sociali, ma anche segnata da un profondo conflitto fra le classi; conflitto che emerge in modo sempre più visibile sotto la pressione della crisi economica globale, e che, in forme più o meno indirette, incide anche sulle reali possibilità di riuscita dei tre progetti “civici” di Ingroia, Monti, Grillo.

Per apprezzare fino in fondo il peso di questa influenza della realtà sociale ed economica sulla sua rappresentazione politica e ideologica, bisogna guardare alla composizione sociale e di classe delle tre diverse “società civili” che nei fatti sostengono i tre progetti. L’individuazione dei soggetti sociali che stanno alla base di queste tre forze civiche può forse aiutarci a rilevare in modo più immediato e concreto il carattere puramente feticistico e mistificatorio dei continui appelli alla “società civile”.

> Scelta Civica

La “società civile” come travestimento dell’alta borghesia

MontiCominciamo con il caso relativamente più semplice: la lista montiana. Si tratta, in modo abbastanza evidente, di un tentativo di ricompattare le classi dominanti intorno ad un asse politico di riferimento, ben piantato sulla difesa degli interessi materiali di queste stesse classi dominanti.

Da sempre, e in qualsiasi paese capitalistico, le classi dominanti hanno i loro partiti, che, con qualche sfumatura, ne rappresentano le diverse anime. In un sistema politico, economico e sociale come quello italiano, per ragioni storiche sulle quali sarebbe impossibile soffermarsi qui, uno di questi partiti è sempre finito, nelle diverse fasi, per svettare sugli altri. Durante la Prima Repubblica (dal secondo dopoguerra a Tangentopoli), questo partito è stato la Democrazia Cristiana. Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, l’oscillazione si è giocata fra il centrosinistra “ulivista” (ossia fortemente influenzato dalle componenti cattoliche e liberali) e l’asse fra centrodestra (Forza Italia, poi Popolo delle Libertà) e Lega Nord – un asse che ha riflettuto, nelle fasi in cui è stato al potere, l’alleanza di classe fra la grande borghesia confindustriale e la piccola-media borghesia concentrata nei distretti industriali e nella provincia dell’Italia Settentrionale.

Il commissariamento dell’economia e della politica italiana da parte dell’Europa, assieme agli scandali che hanno travolto per la seconda volta in vent’anni un ceto politico completamente screditato, ha scompaginato il quadro. Il Partito Democratico, erede piuttosto “imbastardito” dello storico partito della classe operaia italiana, si è candidato, in una prima fase, a coprire il vuoto lasciato al centro dalla crisi dell’asse PDL-Lega, appoggiando il governo tecnico in ogni sua decisione e sposando un programma di totale continuità con il “rigore” montiano e le politiche di privatizzazione. Una mossa che, evidentemente, non ha convinto fino in fondo gli esponenti della borghesia italiana, che, alla ricerca di un garante più affidabile dei loro interessi, si sono rivolti proprio a Mario Monti.

L’appeal del professore bocconiano su un ampio strato dell’alta borghesia italiana, e su strati non indifferenti della piccola e media borghesia è facilmente spiegabile. Attaccando a mani basse diritti e condizioni di vita dei lavoratori (pensioni, articolo 18) e annunciando privatizzazioni nei servizi pubblici (scuola e sanità), il “tecnico” Monti ha incarnato, agli occhi delle classi dominanti, l’Angelo Sterminatore capace di fare piazza pulita di tutti i “lacci e lacciuoli” (per usare un’espressione corrente) che, fino ad ora, avevano imposto qualche residuo limite alla libera e selvaggia accumulazione capitalistica. Insomma: l’uomo giusto per garantire al capitalismo italiano i margini adeguati per restare a galla in una fase di crisi e di erosione dei profitti.

La “società civile” alla quale Monti si rivolge conferendole connotati nazionali e universalistici, è in realtà una parte ben precisa della società: membri dell’alta e media borghesia chiamati al compito di “innovare” il paese a livello istituzionale, politico ed economico, trasformandolo nel libero campo di gioco del grande capitale nazionale e internazionale. A questa prospettiva, ovviamente, vengono conquistati tutti quegli strati della piccola borghesia che, a dispetto della crisi, ancora identificano il proprio interesse con quello dei grandi possessori di capitale.

> Movimento 5 Stelle

La “società civile” come giovane piccola borghesia in crisi

GrilloMolto si è detto e molto si è scritto sul “fenomeno” politico rappresentato dal M5S. In questi mesi si è parlato soprattutto dei suoi successi elettorali e si sono fatte le pulci alla democrazia interna e al ruolo dei due “leader impliciti” Grillo e Casaleggio. Lo si è anche analizzato come fenomeno culturale, oltre che politico, esaminando l’utilizzo della rete e la sua mitologizzazione (feticismo digitale) da parte dei grillini. Meno, invece, ci si è soffermati sulla sua natura di classe. Come si colloca socialmente l’elettorato del M5S? E cosa lo spinge a votare e sostenere il movimento di Grillo?

Come movimento di protesta, inizialmente, il M5S ha raccolto consensi e partecipazione un po’ dappertutto, ma soprattutto fra i delusi della sinistra. C’è stato poi, con ogni probabilità, un afflusso di delusi della destra, soprattutto della Lega Nord, che ha sostenuto la crescita del MoVimento in particolare nel Nordest. Difficilmente tutti gli elettori del M5S condividono fino in fondo la linea politica (peraltro ondivaga e nell’insieme indefinita) di Grillo e Casaleggio. Si tratta quindi di un bacino elettorale complesso ed eterogeneo. Ma non mancano alcuni punti fermi.

Anzitutto, pare che una fetta consistente dei grillini si collochi nella fascia d’età fra i 30 e i 40 anni. Appartiene, cioè, a quella che Mario Monti ha definito la “generazione perduta”: una generazione cresciuta sulle macerie del Muro di Berlino (e quindi tendenzialmente ostile alle “vecchie” ideologie), sballottata brutalmente fra sogni di gloria (cosmopolitismo, autorealizzazione legata alle nuove professioni nei settori dell’informatica e dei servizi) e impietoso scontro con la realtà (crisi economica, ineguaglianza sociale, privilegi attribuiti a pochi ecc.). Una giovane “piccola borghesia” mancata, insomma; insoddisfatta del mondo in cui vive, ma tutt’altro che disposta a rivoluzionarlo; alla ricerca di opportunità di promozione sociale frutto di una concorrenza libera, meritocratica e basata su regole del gioco chiare, più che guidata dall’aspirazione ad una trasformazione profonda della società.

L’allergia verso le “vecchie” ideologie spalanca le porte, quindi, all’assorbimento di tutta una serie di aspetti del’ideologia dominante, che vanno da quelli più comuni e normalizzati (la santificazione della libera impresa), a quelli più estremi e preoccupanti (una sostanziale indifferenza verso l’antifascismo, ad esempio). Non mancano, ovviamente, strizzatine d’occhio alla tradizione del movimento operaio e della sinistra anticapitalista, che vengono però sistematicamente “sterilizzate” evitando qualsiasi analisi di classe e richiamandosi all’ormai noto mantra del “né di destra, né di sinistra”. La base sociale del grillismo, insomma, riflette molto bene – e meglio di tutte le altre “società civili” – il carattere ondivago, amorfo, politicamente indefinito della piccola borghesia in tempo di crisi e in assenza di un soggetto politico, radicato nella classe lavoratrice, capace di raccoglierne e rappresentarne politicamente lo scontento.

> Rivoluzione Civile

La “società civile” come ceto medio progressista in cerca d’autore

Trasmissione Il fatto del giornoVeniamo infine alla lista che propone come candidato premier l’ex magistrato antimafia Antonio Ingroia. La genesi di questo raggruppamento politico è proceduta per tappe incalzanti e confuse, che sarebbe complesso ricapitolare in uno spazio così breve. Basti dire che, all’origine del progetto di un “quarto polo” arancione, alternativo alle politiche montiane e all’ultraliberismo, si possono individuare almeno tre componenti: una componente che si è raccolta principalmente intorno agli intellettuali promotori di ALBA (Alleanza Lavoro, Beni Comuni e Ambiente) e dell’appello “Cambiare si può”; una componente costituita da partiti di centrosinistra o della sinistra radicale (Italia dei Valori, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Verdi); e, infine, il tuttora indistinto Movimento Arancione di Luigi De Magistris, ex magistrato, sindaco di Napoli, e principale sponsor della candidatura a premier di Antonio Ingroia.

La prima di queste componenti, che ha in seguito abbandonato il progetto di Rivoluzione Civile, è quella che si rifà con maggiore insistenza all’idea di “società civile”. Non è un caso che la rottura con il progetto di Ingroia si sia giocata proprio sull’assorbimento dei “vecchi” partiti e sul via libera alla candidatura dei loro segretari. La componente di “Cambiare si può” si è proposta come espressione dei movimenti, ossia di una cittadinanza attiva che si è costituita nei territori, attraverso la presenza nelle lotte; il che è vero solo in parte, se si considera che fra le sue fila figurano non pochi “ex” e persone tutt’altro che politicamente vergini.

La società civile di ALBA e “Cambiare si può”, più che ad un’espressione delle lotte e dei movimenti sociali costruita e cresciuta dal basso, assomiglia semmai ad una raccolta variamente assortita di ceti di movimento e di attivisti più o meno esperti, alla ricerca di una casa politica che non sono riusciti a trovare nelle forze più tradizionali. Il puntello ideologico che, in assenza di un vero processo costituente e di un reale radicamento, tiene insieme queste anime è quello della “democrazia partecipativa”, della “costruzione dal basso”. La scelta del colore arancione evidenzia la volontà di smarcarsi rispetto alle simbologie tradizionali della sinistra radicale. Le rivendicazioni si ispirano ai principi di un “riformismo illuminato” incentrato sui diritti, sui beni comuni e sulla Costituzione. Nessuna critica radicale al sistema capitalistico come tale, ma soltanto alla sua “degenerazione” liberista.

Potrebbe quasi assomigliare ad un “grillismo di sinistra”, e non è un caso se uno dei promotori dell’appello, in un’assemblea locale, ha qualificato il Quarto Polo arancione come una forza “intermedia” (sic) tra il M5S e il centrosinistra. Laddove il grillismo è chiaramente permeabile alle manifestazioni più reazionarie dell’ideologia borghese, il civismo arancione si richiama alle escrescenze più moderate ed annacquate del pensiero di sinistra che hanno dominato la scena in questi ultimi vent’anni. Non è un caso, d’altronde, che il progetto arancione riscuota un certo entusiasmo fra una fascia di ceto medio tendenzialmente colta, attenta a tematiche sociali e ambientali; ma che, al tempo stesso, non stia affatto coinvolgendo in modo strutturale (perché due candidati operai non significano “coinvolgimento strutturale”) i lavoratori protagonisti delle vertenze sindacali e delle lotte sociali e operaie esplose in questi anni nel paese.

Volendo ricavare un giudizio complessivo, si potrebbe dire, insomma, che la società civile alla quale fa appello la “rivoluzione civile” di Ingroia è, grosso modo, quel pezzo di classe media (professionisti, intellettuali, amministratori ecc.) che solidarizza con i ceti popolari ma non si identifica con essi; una classe media progressista, istruita, caratterizzata da un’età media più alta rispetto a quella dei “grillini”, civilmente e politicamente attiva, ma non toccata dalla crisi nello stesso modo drastico e diretto che coinvolge oggi gli strati più popolari della società. I programmi politici espressi, in sequenza, da “Cambiare si può” e Rivoluzione Civile, riflettono quindi, con il loro carattere riformista e vagamente moralistico, l’ideologia e il carattere di classe della forza sociale che li esprime.

> Conclusioni

working_classOvviamente, individuare nella piccola borghesia o nel ceto medio progressista la base sociale rispettivamente del M5S e di Rivoluzione Civile non significa affatto dire che questi progetti politici non coinvolgano, anche su una scala relativamente ampia, elementi che provengono dalle fila della classe operaia, del precariato giovanile, dei disoccupati. La questione che volevo evidenziare qui è semmai un’altra: ciò che la partecipazione e il sostegno a questi progetti richiedono alle proprie componenti proletarie, è l’adesione ad un’ideologia che, in entrambi i casi, le appiatisce e le amalgama alla generica “società civile”. La classe lavoratrice, in altri termini, è chiamata ad identificare i propri interessi con quelli di un settore sociale più ampio; non solo: è chiamata a consegnare la direzione della propria stessa iniziativa politica a componenti sociali che fanno riferimento al ceto medio e alla piccola borghesia.

Si tratta di una dinamica che, con tutta probabilità, spianerà la strada al fallimento di questi progetti politici, o al loro completo riassorbimento nelle dinamiche del sistema – il che equivale a dire: consegnare la classe lavoratrice, mani e piedi legati, ai suoi peggiori aguzzini.

Entrambi prendono a prestito parole d’ordine organizzative ereditate dal movimento operaio. La revocabilità permanente dei rappresentanti; i limiti allo stipendio percepito dagli eletti; il ruolo di controllo e decisione attribuito alle assemblee. Si tratta di formule che appartengono alla storia e alla tradizione del socialismo e delle lotte dei lavoratori ma che, in mano ad un ceto medio economicamente lacerato e ideologicamente confuso, si trasformano in altrettante caricature.

La web-democracy grillina, così, spiana la strada al dominio incontrastato del guru mediatico, trasformatosi all’occorrenza in incontestabile e infallibile “capo politico”; mentre la pretesa di costruire in tutta fretta, in pochi mesi, e con finalità puramente elettorali, un progetto ambizioso di “democrazia partecipativa dal basso”, con il suo stesso fallimento relega i promotori dell’appello “Cambiare si può” al ruolo tutt’altro che invidiabile di generali senza esercito.

È chiaro quindi che la costruzione di un’alternativa a sinistra non potrà che basarsi sull’inversione di questa dinamica. Soltanto un progetto politico fondato su chiare rivendicazioni anticapitaliste, radicato nelle lotte della classe lavoratrice e della gente comune e animato dalle componenti più avanzate di questa stessa classe, potrà scuotere la piccola borghesia e il ceto medio dal loro stato confusionale; rendere reali ed effettive le promesse di democrazia oggi avanzate, senza speranza di successo, dalle nuove forze “civiche”; dar vita ad un fronte sociale ampio di opposizione alle politiche di tagli e di austerità, all’attacco ai diritti, alle privatizzazioni.

A fondare questa lettura, di nuovo, è la definizione del concetto stesso di “classe”, intesa come insieme di individui accomunati da un preciso ruolo nella produzione e da precisi interessi materiali; intesa come concetto oggettivo, fondato sulla realtà sociale ed economica, e non come concetto soggettivo, fondato sul comune riferimento a fattori culturali e ideali. La piccola borghesia, in quest’ottica, viene spesso concepita quasi come una “non classe”; questo accade perché, a differenza della borghesia industriale e della classe lavoratice strettamente intesa, si trova perennemente divisa e sballottata fra questi due estremi, frammentata al proprio interno dalla concorrenza e dall’individualismo, spinta ad identificare i propri interessi con l’una o l’altra delle due parti a seconda delle fasi storiche. La piccola borghesia è, cioè, politicamente non autonoma.

Questa mancanza di autonomia, naturalmente, non si traduce nell’assenza di tentativi di ricerca di una rappresentanza politica autonoma. Si traduce però nella sistematica condanna al fallimento di questi tentativi. Al netto delle vicissitudini che si troveranno ad affrontare, i progetti di Ingroia e Grillo, così come tutti i tentativi di far irrompere in politica la “società civile”, si tradurranno o in una piena e completa assimilazione nei meccanismi dello stato borghese, o in una inesorabile estinzione.

La società civile, come soggetto sociale e politico autonomo, quindi, non esiste. Richiamarsi ad essa significa spianare la strada al riassorbimento nel sistema o al fallimento. L’alternativa, in definitiva, va cercata (e costruita) altrove.

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